Angelo Ferracuti – Addio

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Un piccolo soqquadro per camminare

recensione di Daniele Zito

dal numero di ottobre 2016

Angelo Ferracuti
ADDIO
Il romanzo della fine del lavoro
pp. 256, € 16.60
Chiarelettere, Milano 2016

angelo-ferracuti-addioLa memoria collettiva non è il risultato della semplice sommatoria delle memorie individuali, è qualcosa di più complicato: è l’immagine che un paese (o un popolo, o una comunità) sceglie consapevolmente di dare di sé a chi viene dopo, a chi idealmente raccoglierà il testimone, ammesso che la staffetta abbia ancora luogo. In quanto tale, spesso assume la forma di un incessante discorso retorico, costruito in maniera conflittuale da poteri eterogenei, ciascuno con un peso politico differente, a partire da una visione confusa dei fatti, visione che non si schiarisce mai del tutto, ma che piuttosto tende a trasformarsi in un’immagine edulcorata.
Sulla base di tale immagine, poi costruiamo retroattivamente la percezione collettiva di quel che siamo stati. In questo modo ciò che decidiamo di ricordare non è mai del tutto aderente al reale, ma nemmeno del tutto campata in aria. È una sorta di sogno comunitario che poggia su basi schiettamente materiali. E la cosa realmente pazzesca è che funziona: per quanto edulcorata, per quanto sovente sgangherata, quell’immagine rappresenta comunque lo specchio fedele di una particolare visione del mondo, l’unica su cui si è trovato un accordo temporaneo. Naturalmente, nulla di tutto questo ha a che fare con la letteratura. Anzi, probabilmente è possibile sostenere che la letteratura, quando fa il suo mestiere, svolge esattamente la mansione opposta. Punta, cioè, lo sguardo su ciò che collettivamente tentiamo di relegare nell’oblio, su ciò che nascondiamo sotto il tappeto per il timore che gli altri lo vedano e comincino a fare domande scomode. È la rimozione, il suo campo d’indagine, non il contrario.
Alcuni ci riescono, altri no. Ferracuti ci riesce spesso. Nei suoi libri si ha sempre l’impressione che qualcuno spalanchi per bene la finestra, sollevi il tappeto, fotografando tutto ciò che appare al suo sguardo, senza dare troppa importanza alle lamentele del vicinato. A ogni nuovo libro un nuovo tappeto.

Quel che rimane delle miniere sarde

Sotto il tappeto del suo ultimo lavoro c’è quel che rimane di gran parte del complesso minerario sardo, ossia Carbonia, Iglesias, il Sulcis-Iglesiente, tutti luoghi dove la presenza copiosa di carbone, piombo, zinco, rame, ferro, alluminio ha dapprima creato un’economia fondata sul lavoro duro, durissimo di migliaia di minatori, i «musi neri», per poi lasciarsi alle spalle un vuoto fatto di macerie, silenzio, desolazione e, naturalmente, disoccupazione, tanta disoccupazione.
Ferracuti ha attraversato quel vuoto per quasi due anni, visitando i luoghi della disfatta, parlando con la gente, ascoltando la radio, studiando i documentari, passando al setaccio gli archivi, i documenti, i libri, alla perenne ricerca di storie. Da quelle storie ha ricostruito faticosamente l’epica di quei luoghi e attraverso di essa, malgrado essa, il declino di una classe politica.

Complesso minerario abbandonato

Complesso minerario abbandonato

Per far questo, ha utilizzato lo strumento che padroneggia meglio: il reportage narrativo, un impasto che nel suo caso contiene un po’ di tutto: il romanzo, l’inchiesta, il pamphlet, la poesia, o meglio: la postura poetica.
È lo stesso strumento del libro precedente, Andare. Camminare. Lavorare (Feltrinelli, 2016), in cui raccontava in presa diretta l’Italia dei postini. In quelle pagine però il sentimento dominante era la tenerezza. Qui, invece, la tenerezza cede il passo a un sentimento differente, per alcuni versi diametralmente opposto: la rabbia. Anche se quella di Ferracuti non è mai una rabbia semplice. Si tratta piuttosto di una rabbia compassata, garbata, quasi aggraziata. Una rabbia che non cede mai terreno alla semplice indignazione o all’invettiva tout court, ma che diventa pressante man mano che si accosta all’oggetto osservato, per poi allontanarsene subito dopo, in modo da recuperare la distanza giusta per tentare di storicizzarlo. Una rabbia pensierosa, preoccupata, fragile, costantemente in cerca di spiegazioni sul perché mai in Sardegna, più che in altri luoghi, i conti non tornino mai.

Una rabbia che pone domande, senza illudersi di ricevere risposte o facili soluzioni. Nel territorio vasto e sconsolato della rimozione collettiva, anche il semplice fatto di porsi delle domande, lungi dall’essere un mero artificio retorico, restituisce piuttosto l’impressione di aver fatto un piccolo passo in avanti seppur minimo. E forse scrivere significa anche questo: ricalibrare il discorso dominante, dare il giusto peso alle cose, arieggiare le stanze, portare i tappeti altrove. Nulla di pazzesco, in fondo. Un piccolo soqquadro, ma mite, paziente, discreto, che non serve ad altro che a camminare.

D. Zito è ricercatore precario all’Università di Catania e scrittore

zito.daniele@gmail.com

L’estinzione degli angeli mediatori: sul numero di aprile 2016 Francesco Migliaccio intervista Angelo Ferracuti e recensisce «Andare, camminare, lavorare».

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