Italo Calvino – Il destino rampante di un vecchio lupo di mare

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1956: l’incomoda singolarità di Italo Calvino tra partito e racconto fantastico

di Massimo Cuono

dal numero di novembre 2015

Prosegue in questa pagina l’indagine sugli articoli di noti intellettuali che hanno sollevato grandi discussioni. Di questi scritti, molto citati e poco letti, si è perso il contesto storico, culturale e politico che li ha prodotti, mentre hanno continuato a moltiplicarsi, incuranti di testo e contesto, le citazioni e le polemiche. 

1956Sul 1956 sono stati versati fiumi d’inchiostro. Persino Francesco De Gregori nel rievocare la spensieratezza di un’infanzia in cui “tutto” gli “sembrava andasse bene”, non può non ricordare le foto dei carri armati sovietici, ritagliate e incollate su pezzi di cartone. Nel necrologio di Bertolt Brecht, morto nell’agosto dello stesso anno, Italo Calvino definisce il ’56 l’anno delle “docce fredde della coscienza”; e il peggio, in un certo senso, doveva ancora venire. Dall’avvio della destalinizzazione con il XX congresso del Partito comunista sovietico di febbraio, alla repressione della rivoluzione ungherese a novembre, passando per la crisi del Canale di Suez, quell’anno è da molti considerato cruciale nella storia europea del Novecento e in quella del movimento comunista internazionale. L’“anno spartiacque”, così lo definisce Luciano Canfora, è di notevole importanza anche nella storia del Partito comunista italiano e nelle biografie dei molti militanti che se ne allontanarono, proprio in polemica con le posizioni giudicate troppo morbide nei confronti della repressione sovietica in Ungheria.
La storia dell’uscita di Calvino dal Pci è nota; già membro della commissione cultura nazionale del partito, lo scrittore si schiera con Antonio Giolitti denunciando, in ottobre, “l’inammissibile falsificazione della realtà” operata da “L’Unità” sui fatti ungheresi e polacchi. Quando, a pochi mesi dal suo celebre intervento all’VIII congresso del Pci, Giolitti lascia il partito, Calvino lo segue formalizzando le sue dimissioni con una lettera alla federazione torinese datata 1° agosto 1957.

La lettera viene pubblicata il successivo 7 agosto sull’“Unità”, relegata a pagina sette e seguita da una dura replica della Federazione. Rimproverando al partito di lottare contro i “revisionisti” e di tollerare al contempo i “dogmatici”, l’intervento di Calvino è uno straordinario documento storico che dice molto di una svolta politica e intellettuale, ma anche di un contesto culturale che oggi appare quanto mai lontano. Centrale nelle argomentazioni dello scrittore è il problema del ruolo del Partito (sempre scritto con la maiuscola) nella società: “So benissimo” – scrive Calvino – “che l’‘indipendenza’ è termine che può essere illusorio ed equivoco, e che le lotte politiche immediate sono decise dalla forza organizzata delle masse e non dalle sole idee degli intellettuali; non intendo affatto abbandonare la mia posizione di intellettuale militante, né rinnegare nulla del mio passato. Ma credo che nel momento presente quel particolare tipo di partecipazione alla vita democratica che può dare uno scrittore e un uomo d’opinione non direttamente impegnato nell’attività politica, sia più efficace fuori dal Partito che dentro”.

Nella replica della Federazione, ampio spazio è dedicato a questo tema; il rimprovero più duro riguarda proprio la presunzione di poter fare politica fuori dal partito; per il buon marxista, infatti, “dovrebbe essere chiaro che le posizioni e le esperienze dei singoli confluiscono nel dibattito a formare insieme quella superiore realtà politica e storica che è rappresentata dalle posizioni collettive del Partito”. Per quanto il linguaggio del comunicato sia carico di arida propaganda, l’argomento proposto non è affatto privo di interesse; con tono quasi profetico, si sostiene che quelle dimissioni siano la fine dell’esperienza politica dello scrittore, proprio perché qualsiasi impegno fuori dal partito appare inconcepibile: “una inaccettabile rinuncia – e proprio nel momento attuale – alla piena partecipazione dell’intellettuale al momento più alto della lotta rivoluzionaria, un cedimento rispetto alle sue responsabilità verso la classe operaia, un abbandono delle posizioni marxiste”.

Del resto, la profezia si avvera e l’uscita dal Pci coincide con il sostanziale ritiro di Calvino dalla partecipazione diretta alla vita politica.

Se osservata da un altro punto di vista, però, la rottura con il partito inaugura un nuovo tipo di impegno politico… Per continuare la lettura occorre essere abbonati  – Scopri le nostre offerte

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