Donald Trump, il frutto coerente e tardivo del maccartismo

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Non è (mai stato) un paese per falliti

di Andrea Mattacheo

dal numero di marzo 2017

Down here it’s just winners and losers and don’t get caught on the wrong side of that line
Well I’m tired of comin’ out on the losin’ end
So honey last night I met this guy and I’m gonna do a little favor for him.
(Bruce Springsteen da Atlantic City)

Nel 1970 Donald Trump viveva nel Queens, il quartiere in cui il padre Fred aveva costruito la propria fortuna immobiliare. La sua ambizione era però quella di entrare nei giri delle élite di Manhattan che frequentavano il Le Club, il più esclusivo tra i locali notturni di New York, e che erano soliti chiamare la gente dei sobborghi come Donald “bridge and tunnel people”, per rimarcare una distanza scritta anche nella conformazione geografica della città. Il giovane Trump fu respinto diverse volte alla porta d’ingresso, ma non si scoraggiò e anzi il rifiuto non fece che accrescere la sua motivazione. E siccome nell’idea di America portata avanti dal futuro presidente, e non solo da lui purtroppo, è sufficiente essere davvero convinti di qualcosa per ottenerla, riuscì in virtù della propria straordinaria forza di volontà, stando alla versione riportata nell’Arte di fare affari, a convincere i buttafuori a lasciarlo entrare. Da quel giorno diventò un cliente abituale del Le Club, dimostrando di essersi meritato il proprio posto nell’alta società.

Roy Cohn

A colmare il baratro tra volere e potere fu quasi certamente la disponibilità economica di “The Donald”, alla lunga ben più importante dello scarso gusto e dei modi rozzi che facevano arricciare il naso alla raffinata clientela dell’isola di Manhattan. A interessarci di quell’ambiente è un personaggio che Trump incontrò nel buio molto esclusivo di quelle stanze nell’East Side, un uomo che avrebbe contribuito a plasmarlo e sarebbe diventato, ancora secondo le sue parole, un mentore e un padre putativo: Roy Cohn. Cohn era all’epoca un noto avvocato legato ad alcune delle più importanti famiglie mafiose di New York, che avrebbero in futuro aiutato Trump a ottenere favori molto utili sia nel campo delle costruzioni sia nel business dei casinò. Ma non si diventa padre di qualcuno soltanto facendo ciò che uno tra i tanti avvocati newyorkesi vicini alla mafia avrebbe potuto fare. C’è qualcosa di più profondo, e di profondamente americano, ad aver attratto Cohn e Trump: un’affinità elettiva che risiede nel mondo che il primo ha contribuito a preparare per il secondo. Cohn occupava infatti un posto rilevante nella storia degli Usa, e del cinema hollywoodiano, ben prima di incontrare Donald Trump. Nel 1951, dopo essersi distinto per i metodi d’interrogatorio particolarmente convincenti nel processo che aveva portato alla condanna a morte dei coniugi Rosenberg, era entrato a far parte, su consiglio di Edgard J. Hoover, della squadra di avvocati schierata da Joseph McCarthy per stanare i comunisti nascosti nel paese, diventando in poco tempo il braccio destro del senatore del Wisconsin. Spesso si associano l’House Committee on Un-American Activities (Huac) e l’Homeland Security Committee (guidato da McCarthy) a un’irrazionale fobia nei confronti dei comunisti sorta agli inizi della guerra fredda, oppure alla follia di un singolo invasato. In realtà il lavoro congiunto di entrambe le commissioni ha radici ben più capillari, che affondano nella reazione a una serie di cambiamenti radicali avvenuti in America durante gli anni trenta. Il legame tra Cohn e Trump si annida in quello che McCarthy e l’Huac andarono a definire, in maniera programmatica, come “antiamericano”, e nel modo in cui i loro interrogatori avrebbero mutato il paese nel decennio successivo e nel resto del secolo.

Il laboratorio sperimentale dell’attività dell’Huac e delle udienze presiedute da McCarthy fu Hollywood; non c’è luogo migliore del cinema per dare un corpo meno allegorico a una strega rossa. E non ci sono parole più efficaci per svelarlo di quelle di Ronald Reagan, allora attore in film non proprio tra i più memorabili del periodo. Reagan non si limitò, come molti, a collaborare con le commissioni d’inchiesta ma prese anche parte a una spontanea mobilitazione in difesa dei valori della tradizione statunitense, dichiarando che non si sarebbero più dovute vedere sullo schermo tante storie con dei falliti come protagonisti. Rivelando che la colpa di molti registi, sceneggiatori e produttori non era quella di aver preso la tessera del Pcus dopo troppi Martini cocktail a una festa di Beverly Hills. Così come non davano fastidio i pochi film che direttamente mostravano simpatia per “i rossi”; spesso invece costruiti secondo una retorica individualista piuttosto rassicurante. A finire sotto accusa furono soprattutto una serie di personalità colpevoli di aver portato a Hollywood un malinconico senso di sconforto che nel corso del decennio 1930-1940 si era diffuso dalla cultura alta a molti ambiti della cultura di massa. L’obiettivo delle indagini era estirpare dalla coscienza nazionale quanto la Grande Depressione e la presidenza Roosevelt avevano insegnato all’America, ovvero accettare il fallimento non come un peccato da espiare ma come una condizione esistenziale con la quale più o meno tutti dovevano fare i conti. Il disegno della Huac e di McCarthy andava oltre il contesto hollywoodiano ed era volto a cancellare l’eredità della Depressione e del New Deal, si trattasse dei personaggi disillusi dei noir oppure dei funzionari che avevano svolto un ruolo rilevante nelle agenzie di sostegno statale all’economia. I falliti negli anni cinquanta non avrebbero dovuto più avere diritto di cittadinanza, politico o simbolico, in America, e sarebbero tornati ai margini da cui erano stati in parte liberati; per la felicità di Reagan che contribuì poi da presidente alla criminalizzazione del fallimento grazie alla sua strenua crociata contro la droga, che all’atto pratico contribuì solo a riempire oltre ogni limite le carceri americane di piccoli spacciatori e consumatori, “disperati” e perlopiù, casualmente, neri (a questo proposito si veda il meraviglioso documentario candidato agli Oscar del 2017 XIII emendamento di Ava DuVernay disponibile su Netflix).

Un giovane rampante divorato dall’ambizione

Tornando alla New York degli anni settanta quando Cohn parlò con Trump per la prima volta al Le Club capì di trovarsi davanti a un frutto dello zelante lavoro svolto da lui e dal senatore McCarthy. Un giovane rampante divorato da una smisurata ambizione, figlio di un imprenditore arricchitosi speculando sulle macerie del sistema di edilizia popolare immaginato dall’amministrazione Roosevelt e distrutto da chi era venuto dopo. Un prodotto confezionato alla perfezione dagli anni cinquanta. L’avvocato Cohn a quella “sua creazione” impartì due lezioni che gli sarebbero state utili in ogni situazione, dalle tante cause legali intentate contro di lui alla campagna elettorale: non mostrarti mai debole e rivendica il tuo successo prima di ogni cosa. Cohn sapeva che tutti sarebbero caduti in quello che Frederick Exley ha definito, parlando proprio degli anni cinquanta in Appunti di un tifoso, l’errore americano di far coincidere la realizzazione personale con una qualche qualità morale; lo sapeva perché aveva contribuito lui stesso a ristabilire quell’ordine etico. La vita da affarista di Trump, così come la sua corsa alla presidenza, sono state caratterizzate da una continua auto-apologia della propria affermazione, di fronte alla quale nessuno ha saputo opporre alcuna significativa resistenza. Non lo hanno fatto le banche disposte a chiudere più di un occhio davanti a debiti multimilionari. Non lo hanno fatto le commissioni federali per il gioco d’azzardo. Ma soprattutto non lo hanno fatto i suoi avversari politici, che al massimo sono stati capaci di storcere il naso come i raffinati avventori del Le Club, limitandosi a rimarcare quanto fosse volgare e inadeguato l’ospite inatteso.

In un paese che ha perso il proprio posto al centro del mondo e prova una paura di precipitare che nessuna statistica economica può esprimere (lo possono però fare, molto bene, i reportage di George Packer raccolti in I frantumi dell’America), e a un candidato presidente il cui insulto preferito è “loser”, gli avversari di Trump in campagna elettorale non hanno saputo far altro che raccontare un’altra versione della sua favola (L’America è già grande). Perché quelli che sono stati chiamati a opporsi al “mostro” sono in fondo figli della stessa dismissione dell’eredità politica e retorica del New Deal, che negli ultimi cinquant’anni anche i democratici hanno stigmatizzato come un fardello illiberale e populista da cui liberarsi (si veda a questo proposito il lucido articolo Democrats Killed Their Populist Soul dell’economia Matt Stoller su “The Atlantic”). Ripetendo come un mantra il titolo di un romanzo distopico di Sinclair Lewis, in molti prima delle elezioni americane si sono detti “non può accadere qui”; e hanno continuato a farlo dopo, a caccia di paragoni distanti e complotti che li rassicurassero. Ma forse era tutto già successo, proprio in America, e proprio a partire dal cuore dell’immaginario di un secolo dato per chiuso con troppo anticipo.

andrea_mat@libero.it

A Mattacheo è studioso di cinema e redattore editoriale

I libri

  • David Cay Johnston, Donald Trump, Einaudi, Torino 2017
  • Michael Kranish e Marc Fisher, Trump Revealed: An American Journey of Ambition, Ego, Money, and Power, Scribner, New York 2016
  • George Packer, I frantumi dell’America. Storie da trent’anni di declino americano, Mondadori, Milano 2014
  • Frederick Exley, Appunti di un tifoso, Alet, Padova 2005
  • Ellen W. Schrecker, Many Are The Crimes, McCarthyism in America, Little, Brown and Company, Boston 1998
  • Donald Trump; Tony Schwartz, L’arte di fare affari, Sperling & Kupfer, Milano 1989
  • Nicholas Von Hoffman, Citizen Cohn, Doubleday, New York 1988
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