Espulsioni – Brutalità e complessità nell’economia globale

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Tenere lontani i ridondanti e gli inutili

recensione di Chiara Saraceno

dal numero di gennaio 2016

Saskia Sassen
ESPULSIONI
Brutalità e complessità nell’economia globale
ed. orig. 2014, trad. dall’inglese di Giovanni Negro
pp. 289, € 25
Il Mulino, Bologna 2015

Saskia Sassen - EspulsioniOrmai non siamo più di fronte solo a problemi di disuguaglianza e povertà, ma a processi che rispondono a logiche di vera e propria espulsione, che rendono non tanto disuguali o marginali, quanto inutili, ridondanti, sia interi gruppi sociali sia territori, nei paesi ricchi come in quelli poveri. Espulsione di persone, luoghi, aziende, porzioni di terra dagli ambiti della società, dell’economia, della biosfera. È questa la tesi sostenuta da Saskia Sassen nel suo ultimo libro. Si tratta di un processo ancora sotterraneo, che diventa visibile solo in situazioni estreme, che perciò appaiono eccezionali, anche se ormai coinvolgono già milioni di persone. Ma è proprio analizzando queste situazioni che si coglie l’azione di una logica complessiva. Rendere visibile un processo ancora invisibile, individuarlo, nominarlo, sono i passaggi prerequisiti per provare a cambiarlo. Questo è il compito che si propone l’autrice, innanzitutto lavorando sul piano concettuale. A suo parere, infatti, non si può ricorrere alle griglie concettuali che “articolano la nostra conoscenza dell’economia, della società e dell’interazione con la biosfera”. Utili per comprendere i processi di disuguaglianza inclusiva che hanno caratterizzato il lungo dopoguerra, queste griglie concettuali secondo Sassen sono inefficaci nel descrivere e comprendere le trasformazioni in corso. Sono anche controproducenti, perché contribuiscono a non far “capire e classificare i poteri e le dinamiche che sono emersi dalle macerie” del periodo keynesiano e che hanno segnato una profonda discontinuità con quel periodo e con il tipo di relazioni sociali, incluse quelle di disuguaglianza, che lo hanno caratterizzato.

Con questo lavoro concettuale, perciò, Sassen si unisce ad altri studiosi che negli ultimi anni hanno cercato di formulare un quadro concettuale per un’economia politica all’altezza delle sfide empiriche contemporanee, sfide che trova esemplificate in una serie di fenomeni disparati: dalle masse di profughi confinati ai margini di varie nazioni (come non pensare non solo ai palestinesi, ma ai campi profughi che punteggiano i confini nel Medio Oriente e che ora la Ue è persino disposta a finanziare purché contengano le masse che invece premono sui propri confini), alla popolazione carceraria negli Stati Uniti, all’uso intensivo della terra in Africa da parte di potenze straniere, (con conseguente impoverimento ed espulsione degli abitanti, ma anche impoverimento della terra stessa), all’utilizzo di processi estrattivi che fanno morire interi territori, ai meccanismi di austerità imposti a Grecia e Portogallo senza alcun interesse a salvaguardare le condizioni di vita delle popolazioni, fino all’inquinamento atmosferico e al danneggiamento della biosfera.

Espulsioni e political economy contemporanea

Per formulare la sua proposta analitica e sostenere che espulsione (e/o distruzione o messa in condizione di inutilità/inutilizzabilità), più che disuguaglianza è il concetto che comprende meglio la logica della political economy contemporanea, Sassen contrasta quest’ultima con quella keynesiana tipica dei trenta gloriosi. In effetti, Sassen condivide in larga misura le analisi di chi da diverso tempo si sta interrogando sulle ragioni e gli esiti della transizione insieme culturale e politica avvenuta negli anni ottanta del secolo scorso, in particolare sulla fine dell’obiettivo insieme inclusivo e riparativo (delle disuguaglianze di mercato e degli accidenti della vita) che aveva caratterizzato sia il welfare state dei trenta gloriosi, sia la logica organizzativa delle economie di mercato occidentali e anche, almeno in parte, delle economie comuniste di stato, inclusiva non tanto per obiettivi di giustizia quanto perché il sistema richiedeva l’espansione della produzione e del consumo e l’allargamento della classe media. Tale obiettivo e tale logica sarebbero state, appunto, sostituite dalla predominante preoccupazione per una competitività trainata dall’indebolimento della forza contrattuale dei lavoratori, quindi anche dalla loro perdita di terreno come consumatori, insieme alla globalizzazione dei mercati (inclusi quelli del lavoro) e alla crescente finanziarizzazione dell’economia.

Spingendo all’estremo questa analisi, Sassen sostiene che la crescita economica non è più trainata dalla grande espansione delle economie materiali, ma dalla finanziarizzazione onnivora. Vengono dunque meno gli sforzi concertati per favorire la creazione di masse di consumatori, e ancor di più per integrare nella società i poveri e gli emarginati. Per Sassen, non si tratta solo di un indebolimento delle ragioni dello stato sociale e dei suoi meccanismi redistributivi, come denunciato dagli studiosi, appunto, delle trasformazioni del welfare, a motivo dell’emergere di orientamenti liberistici e di laissez faire. In questa nuova fase, secondo Sassen, si sarebbero “reinventati i meccanismi dell’accumulazione originaria” attraverso “formazioni predatorie”: assemblaggi di individui potenti e ricchi, aziende e corporation, governi (soprattutto i rami esecutivi), innovazioni tecniche-legali-finanziarie, nuovi spazi operativi che attraversano (e spesso vanificano) i confini nazionali e allo stesso tempo, proprio per questo, non sentono alcuna responsabilità rispetto alle società in cui si trovano a operare. Queste formazioni predatorie, secondo Sassen, non avrebbero neppure più bisogno di estrarre surplus dal lavoro altrui. Anzi possono trarre benefici da distruzioni di ricchezza altrui, rendendo ridondanti masse di lavoratori, e anche dalla distruzione irreversibile di interi territori e danneggiamento della biosfera. La denuncia dell’autrice, quindi, vuole essere più radicale di quelle (ad esempio di Thomas Piketty, Tony Atkinson, Maurizio Franzini) che indicano in un aumento sproporzionato delle disuguaglianze sia di capitale sia, soprattutto nella remunerazione del lavoro, l’insostenibilità politica ed economica della situazione attuale. La questione non è più la disuguaglianza, quanto la condanna all’inutilità/inutilizzabilità a livello di massa di risorse umane e naturali.

Marcia contro le banche in Argentina CC BY-SA 3.0

Marcia contro le banche in Argentina

Le radici dei fenomeni di espulsione e il processo di inclusione del keynesismo

Si tratta di una analisi suggestiva e per molti versi illuminante. Certamente non piacerà ai volenterosi sostenitori del welfare dell’investimento sociale, nella misura in cui sottolinea come una economia predatrice abbia poco interesse a tenere insieme e valorizzare tutto il capitale umano potenziale così come tutte le risorse naturali e ambientali teoricamente disponibili, il cui problema, anzi, è come gestire e tenere lontani i “ridondanti”, gli “inutili”. A mio parere, tuttavia, l’analisi, tutta protesa a individuare discontinuità anziché continuità, soffre di un limite di semplificazione nel contrasto tra oggi e ieri. Il resoconto del keynesismo e dei trenta gloriosi è un po’ troppo ottimistico e decontestualizzato, per favorire una dicotomia che l’autrice stessa ha criticato nei lavori precedenti. Il welfare state keynesiano e i processi di inclusione che ha messo in moto sono stati esperienze limitate geograficamente e politicamente, che non hanno impedito agli stessi paesi che lo hanno (in gradi diversissimi) messo in atto di ignorare e spesso emarginare, quando non sfruttare, popolazioni e territori fuori dai confini nazionali e talvolta entro i propri stessi confini (le donne e le minoranze etniche, ad esempio). L’inquinamento atmosferico ha una storia di lunga data e ha messo solide radici proprio nel periodo keynesiano, che ha coinciso con l’industrializzazione di massa e in parte con l’espansione dei consumi consentite dalle politiche redistributive e di sicurezza sociale (come, in effetti, oggi ci rimproverano gli abitanti dei paesi in via di sviluppo che noi vorremmo fossero più morigerati consumatori di ambiente di quanto non siamo noi stessi). Viceversa, la globalizzazione (fenomeno per altro non recentissimo), se ha prodotto e sta producendo fenomeni di marginalizzazione e ridondanza di gruppi sociali spiazzati dalla concorrenza di altri mercati del lavoro o espropriati delle terre su cui trovavano da vivere, ha anche prodotto miglioramenti nelle condizioni e speranze di vita di altre popolazioni o gruppi sociali. In altri termini, da un lato, inclusione ed espulsione possono coesistere; dall’altro lato, i fenomeni di espulsione che oggi divengono sempre più visibili hanno radici lontane.

chiara.saraceno@unito.it

C Saraceno è honorary fellow al Collegio Carlo Alberto di Torino

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