Gramsci prigioniero tra bianchetti e pennarelli

0

Ospitiamo l’intervento di uno dei protagonisti di una lunga querelle documentaria

di Giorgio Fabre

Quella che si racconta qui è una piccola storia di documenti. Ma con grandi protagonisti e soprattutto, sullo sfondo, le vicende dello sfarinamento di un grande partito, il Pci, e di un suo grande motivo d’orgoglio: la sua rocciosa tradizione storiografica.

La storia è riassunta in un breve appunto inedito di Alessandro Natta dell’ottobre 1988, conservato tra le sue carte nell’Archivio storico della Camera (fasc. 1156): “Perché non pubblicato tutti?/ Nel libro 14 documenti / e invece mi sembra siano 18. Manca una lettera! [punto esclamativo rosso]/ Non pubblicato verbale:/ comintern (segr.) del 27/12/34”. I documenti di cui Natta sta parlando nell’ottobre 1988 sono ancora inediti. Sono quelli che, da segretario del Pci, il 29 marzo 1988, a Mosca, gli ha consegnato Gorbačëv e riguardano i tentativi sovietici di liberare Gramsci dal carcere fascista. A ottobre, gli sono tornati in copia tradotta dopo uno strano giro. Ad aprile, il segretario del Pci li aveva fatti tradurre, e aveva consegnato le traduzioni a Paolo Spriano. Questi le aveva girate a Giulio Andreotti perché facesse delle verifiche in Vaticano. Alla fine di aprile, Natta ebbe un infarto e poco dopo, a giugno, venne scalzato da Achille Occhetto. Ma a settembre morì, d’infarto, Spriano. Allora, in suo onore, l’Istituto Gramsci decise di tirar fuori le traduzioni e di pubblicarle in un libretto, L’ultima ricerca, pronto il 15 e uscito il 27 ottobre. Natta doveva scrivere la prefazione e per questo gli inviarono i documenti: l’appunto è la sua reazione sconfortata perché i conti non gli tornavano. L’ex segretario ricordava diciotto documenti. Le traduzioni per il libretto che ha davanti agli occhi sono invece quattordici. Dei quattro documenti mancanti, due li ricorda, una lettera e il verbale Comintern: quest’ultimo, l’Istituto Gramsci non lo pubblica, ma in un secondo tempo glielo recapita in traduzione dattiloscritta. Del documento numero 17 e 18 invece non dice niente.

I ricordi di Natta sono precisi. Il verbale ce l’ha davanti e non sa perché non sia stato pubblicato. La lettera invece non l’ha davanti. Eppure ha ragione. È del 1937, da Mosca all’ambasciatore russo a Roma. Insieme al verbale Comintern, è saltata infatti fuori di recente dalle carte Andreotti ed entrambi i documenti sono pubblicati nel mio recente libro, Lo scambio. Come Gramsci non fu liberato (Sellerio, 2015) Pare ovvio dedurne che neanche i documenti n. 17 e 18 fossero una sua stralunata invenzione.

Adesso, alla vicenda dedica un saggio, sulla gloriosa rivista “Critica marxista”, un promettente studioso, Leonardo Pompeo D’Alessandro, che ha visto le carte Natta e quelle di Valentino Gerratana, lo storico dell’Istituto Gramsci (presso cui queste ultime sono conservate) che curò la pubblicazione di L’ultima ricerca.

La ricostruzione di D’Alessandro non si discosta da quella fatta da me, ma aggiunge alcuni particolari Per continuare la lettura occorre essere abbonati  – Scopri le nostre offerte

Condividi.