Il Secolo americano, splendori e miserie di un paradigma

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La perpetua adorazione di sé

di Mauro Campus

dal numero di luglio/agosto 2017

Joseph Nye - Fine del secolo americano?La prima tentazione leggendo il titolo del libro di Joseph S. Nye Jr., Fine del secolo americano? (pp. 134, € 13, il Mulino, Bologna 2017), uscito dalla penna di uno dei più noti politologi americani, è chiedersi se il punto di domanda sia un refuso di stampa o una (non originale) provocazione di marketing editoriale. Il dubbio rimane per tutta la lettura di un testo che si propone di smontare quella che appare una realtà per più di un verso incontrovertibile: la fine del Secolo americano per come l’abbiamo conosciuto e per come abbiamo imparato a definirlo.

Il tentativo dell’autore è dimostrare i modi e i percorsi attraverso i quali l’influenza degli Stati Uniti continui a dispiegarsi negli affari internazionali. Gli Stati Uniti sono – è vero – la più grande economia del mondo, stanno entrando nell’ottavo anno di una ripresa non straordinaria ma stabile, controllano il più ampio e avanzato arsenale militare del pianeta, sono i detentori delle chiavi tecnologiche grazie anche a imponenti investimenti in new economy, il loro sistema produttivo è capace di orientare scelte e gusti. Se dunque il Secolo americano fosse solo una questione d’influenza relativa o di libertà nella gestione dei rapporti di forza, si dovrebbe convenire con l’autore: gli Stati Uniti sono in una posizione che concede loro ancora un dominio pieno della forza. E, per dirla tutta, potremmo concordare anche se spostassimo la prospettiva verso un’angolazione comparata: in termini assoluti non l’Unione europea, non le grandi economie orientali, non i giganti sudamericani, sono in grado di competere in termini assoluti con gli Stati Uniti. Altrettanto dovremmo fare se guardassimo al potere del dollaro come strumento di scambio e di tesaurizzazione.

E però… E, però, la cifra del Secolo americano non è stata determinata solo dal peso relativo che il paese mantiene nel sistema internazionale. Crederlo induce l’autore a un’audace arrampicata sugli specchi, che si risolve in una ricostruzione storica scolastica calzata a forza su un modello interpretativo declinato sulle tre dimensioni che nella sua opinione definiscono il potere internazionale: economico, militare, soft. Poiché la dimensione storica alla quale si vuol far vestire questo striminzito abitino è assai più complessa, la narrazione è compendiata in una serie di usurati luoghi comuni che hanno l’unico merito di far funzionare il modello. Da tale ricostruzione apprendiamo che dopo la prima guerra mondiale gli Stati Uniti “tornarono alla normalità” sposando a oltranza la linea isolazionista. Leggendo affermazioni di questo tipo – da cui il libro è crivellato – si è colti dalla sensazione di aver perso qualche passaggio, al punto da essere indotti a rileggere la frase. Secondo questa versione da manuale da remainders, dunque, gli Stati Uniti (e verrebbe da domandarsi cosa s’intenda: il Dipartimento di Stato? Wall Street? I presidenti repubblicani?) si sarebbero ritirati dallo scenario mondiale e non avrebbero contribuito programmaticamente alla stabilizzazione dei sistemi politici europei nel corso degli anni Venti attraverso un’imponente operazione gestita dal sistema finanziario col sostegno (solo apparentemente celato) del Dipartimento di Stato.

L’autoincoronazione a superpotenza

È vero che nel 1933 Franklin Roosevelt scelse di fare due passi indietro rispetto alla leadership che il momento attribuiva agli Stati Uniti, ma quell’intervallo – per quanto esiziale sia stato per gli equilibri globali – ebbe una durata assai limitata, che solo una semplificazione estrema può far assurgere a cifra di un’epoca. Convenzione per convenzione, dunque, è utile al “modello Nye” far coincidere l’inizio del Secolo americano col celeberrimo editoriale di Henry Luce su Life, rivista di sua proprietà, che quel titolo aveva. Solo dal febbraio del 1941, dunque, il sistema internazionale avrebbe conosciuto l’autoincoronazione a superpotenza degli Stati Uniti, perché solo quello sarebbe il momento in cui gli Stati Uniti esibirono la volontà di convertire il loro smisurato potere economico in leadership. Una volta varcato questo confine, Nye suggerisce che gli Stati Uniti si siano dedicati a rafforzare una forma di egemonia a geometria variabile il cui cono avrebbe diffuso la sua luce solo su una parte limitata del globo almeno fino al 1991. Dopo quella data, come noto, le tentazioni unipolari sono divenute realtà. Tutta la ricostruzione storica che è fornita nel primo capitolo è orientata a ricalibrare (e piegare) date e quadranti geografici d’azione della “mezza egemonia” (sic!) americana, per concludere che non è possibile vederne la fine, che è improprio limitarne l’orizzonte, e che è indubbio che gli Stati Uniti saranno determinanti per l’ordine internazionale dei prossimi decenni. Da qui a guardare con sufficienza l’emersione di nuovi soggetti del sistema internazionale capaci di dispiegare influenza nel determinare situazioni e contesti, il passo è breve. Il resto del libro, infatti, si dedica ai teatri delle relazioni internazionali con l’ambizione di dimostrare quanto il “ciclo vitale” del primato statunitense in termini di risorse e di potere sia – e sarà! – indiscutibile.

Che per Nye non esistano attori capaci di contendere l’egemonia americana, non è, tuttavia, il punto. Si può essere liberi di fare delle astrazioni per far funzionare una teoria la cui utilità dovrebbe risiedere – per dirla con Karl Kraus – nella sua applicabilità. Il problema di questi argomenti è quanto essi presuppongano uno sviluppo lineare degli eventi, quanto si attardino nell’immaginare che alcuni attori non abbiano ancora deciso – e che forse non lo faranno – di convertire il proprio potenziale capitale egemonico in una vera politica internazionale. Ebbene, sarebbe semplice – e anche scorretto – obiettare a queste tesi con un evento che Nye non poteva prevedere quando nel 2015 ha licenziato il suo volume, tradotto in italiano pochi mesi fa. L’ovvio riferimento è all’elezione di Trump. Peraltro, anche se volessimo risolvere tutte le semplificazioni di Nye invocando la cesura epocale che l’elezione del tycoon ha impresso alla storia globale, commetteremmo un’ingenuità imperdonabile. E, anzi, proprio dalla crisi del Secolo americano e dal declino dei valori di cui esso era portatore si deve far discendere un’elezione che non ha eguali nella storia degli Stati Uniti.

Gli argomenti di Nye vacillano non appena si esce dalla modellistica con cui si prova a imbrigliare la realtà, che, invece, ha una direzione evidente. Il Secolo americano si è definito su un ordinamento istituzionale chiaro, e un’organizzazione sociale che riconosceva in maniera inequivocabile il ruolo della classe media nell’affermazione di quel vangelo liberal-capitalista da cui è partito il più formidabile episodio di sviluppo economico e sociale dell’Occidente. Da questo montaggio promanava un equilibrio filtrato dalle stagioni riformistiche della fine del XIX secolo nelle quali un intero paese aveva imparato a specchiarsi. Il contesto globale in cui ciò si è svolto è quello nel quale il mondo è vissuto negli ultimi cinquecento anni: la centralità dell’Occidente e delle sue caratteristiche culturali e istituzionali, in cui si sono succeduti cicli egemonici a cui è si è provato a dare una sistemazione analitica ex post. E tuttavia ogni ciclo egemonico ha avuto caratteristiche peculiari che è insensato comparare in una dimensione orizzontale. Ha senso ricorrere al parallelismo fra il declino dell’Impero britannico all’epoca dell’agonizzante “globalizzazione” avant le mot e quello del paese-guida dell’Occidente in un Occidente probabilmente già declinato? È più facile vedere una simile avventatezza in un paese come gli Stati Uniti – che venera il proprio passato ma presta scarsa attenzione alla storia del resto dell’umanità – che in Europa, dove fino a poco tempo fa era impossibile non notare il prezzo degli errori passati e le tangibili prove delle loro conseguenze.

Gli Stati Uniti continuano a essere molto versati nella vecchia arte di fare la guerra (e i dati sulle potenzialità militari citati da Nye lo confermano). Ma la guerra è un’eccezione negli affari internazionali moderni: la sfida è evitare la guerra, creare la pace e mantenerla. E in questo gli Stati Uniti degli ultimi venticinque anni hanno dimostrato una propensione – a dir poco – singhiozzante. L’industria americana percorre – come nel resto dell’Occidente – un piano inclinato al quale non è capace di invertire il senso, la società è attraversata da paure e isterismi al limite del paranoico, fuori dai grandi centri urbani delle coste il senso dell’enorme diseguaglianza interna è netto. Gli Stati Uniti sono ricchi e grandi, è vero. Ma un giorno non lontano potrebbe esserci un paese più ricco e più grande capace di orientare i rapporti di forza in maniera più determinata di quanto gli Stati Uniti post-bipolari non abbiano potuto e, soprattutto, voluto fare. Gli Stati Uniti dei nostri anni hanno interpretato il loro ruolo globale come alfieri di una liberalizzazione irreversibile, e su quest’altare hanno sacrificato la gran parte del sistema di valori che ne aveva determinato il trionfo. Rinunciare a interpretare dialetticamente il proprio ruolo più che mantenere fermi i requisiti della propria egemonia imprigiona la lettura degli Stati Uniti contemporanei in quello che Tocqueville definì “la perpetua adorazione di sé”. Un esercizio in cui il libro di Nye eccelle.

mauro.campus@unifi.it

M Campus insegna storia delle relazioni internazionali alla scuola di scienze politiche Cesare Alfieri dell’Università di Firenze

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