Speranza cercasi tra le macerie post-clintoniane

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Come l’intero concerto mediatico ha sbagliato analisi e previsioni

di Gian Giacomo Migone

dal numero di dicembre 2016

Occorre chiedersi perché tanti lettori di giornali, spettatori televisivi politicamente informati, progressisti abbiano capito così poco di quanto stava per avvenire negli Stati Uniti. L’intero concerto mediatico della classe dirigente occidentale (chiamiamo le cose col loro nome) per mesi ha suonato lo stesso spartito: in una prima fase ha dato ampio spazio a Trump e agli orrori che vomitava, forse nella segreta speranza che egli potesse diventare l’avversario di comodo di Hillary Clinton; ha ignorato o minimizzato la di lei labilità menomata dai suoi rapporti e conflitti d’interesse – potenziali armi di ricatto qualora avesse occupato la Casa Bianca – con l’Arabia Saudita amica dell’Isis, Goldman Sachs e buona parte dell’alta finanza statunitense, principale responsabile della crisi economica ancora in atto; ha sottovalutato la sfida di Bernie Sanders, sostenuta da milioni di giovani e vincente delle primarie in ben 21 stati dell’Unione, malgrado la scarsa visibilità e altri handicap (le assurdità regolamentari delle primarie, aggravate dalle manipolazioni dell’apparato di partito e le denunce di brogli di New York e della California); realizzato poi che il presunto avversario di comodo era diventato il mostro di Frankenstein, ha finto l’imbattibilità dell’infelice signora Clinton, nella presunzione di compiere una profezia che si sarebbe autoadempiuta, con il supporto di sondaggi opportunamente selezionati (salvo ignorare quelli che continuavano a dare Sanders vincitore di Trump con 8 punti di distacco); soprattutto ha continuato a non dare conto delle profonde ragioni sociali ed economiche di una furia maggioritaria nel paese: l’ineguaglianza crescente dagli anni di Reagan (mascherata da Clinton Bill con l’aiuto di una congiuntura espansiva), risultante di una redistribuzione della ricchezza a favore di un’esigua minoranza di ricconi fiscalmente privilegiati a scapito del resto della popolazione, e in particolare di giovani disoccupati e sottoccupati, lavoratori licenziati o a rischio, masse abbandonate al degrado di un paese quasi del tutto privo di ammortizzatori sociali (malgrado qualche sforzo di Obama in senso contrario).

Esclusi dallo sviluppo

Un esempio alto di correzione di rotta, sia per la qualità delle argomentazioni sia perché pubblicate la notte in cui stavano affluendo i primi risultati elettorali, è Alan Johnson: «Gli iracondi si sentono abbandonati a loro stessi mentre assistono all’esplosione dell’ineguaglianza. Nel 1950 gli introiti medi di dirigenti aziendali britannici erano trenta volte superiori a quelli del lavoratore; nel 2012, 170 volte. Richard Wilkinson e Kate Pickett, nel loro studio The Spirit Level. Why Equality is Better for Everyone (n.d.r. La misura dell’anima. Perché le disuguaglianze rendono le società più infelici, Feltrinelli 2009), hanno dimostrato che l’ineguaglianza estrema si associa a crescenti problemi di salute, crisi famigliari e criminalità, disturbi mentali e uso di droghe, come anche ad un generale indebolimento a quello che i politici chiamano ‘coesione sociale’». E tanto per fugare il sospetto che si tratti soltanto di un problema britannico, Johnson aggiunge: «Costoro si sentono esclusi dallo sviluppo. Lo sono. L’Ocse ha constatato che in Danimarca, dal 1975 al 2007, il 90 per cento della popolazione ha usufruito del 90 per cento della crescita della ricchezza. Provate a confrontare queste cifre con gli Stati Uniti ove, negli stessi anni, il 10 per cento della popolazione si è appropriata dell’80 per cento della crescita».

bernie-sanders

Bernie Sanders

In questi giorni è possibile trovare analisi dello stesso tenore anche da noi, ma raramente viene affermato con parole semplici che il risultato di Trump dipende soprattutto dal fatto che egli è riuscito a intercettare quella parte di sofferenti e protestatari disposta a tollerare, o addirittura a condividere, i disvalori che egli rappresenta. Soprattutto, che la candidatura di Hillary Clinton ha rappresentato in maniera emblematica quegli interessi, quella classe dirigente, quelle aggressività militari che costituiscono l’attuale assetto di potere che domina il mondo.

Ciò che continua a mancare è un’analisi dell’indebolimento delle istituzioni politiche e di chi le occupa in un mondo in lenta, accidentata transizione verso un multipolarismo ancora non strutturato in cui esercita il potere preponderante chi è in grado di spostare capitali e produzione senza riguardo per le conseguenze umane che ne derivano, e di gestire la rivoluzione tecnologica in atto controllando le informazioni e i dati necessari (big data) per nessun altro fine se non il proprio arricchimento. Tutti i governanti occidentali soffrono della stessa sindrome. Obama, May, Merkel, Hollande, buon ultimo il piccolo Renzi, rendono possibile una lettura del presente che li condanna a una condizione di debolezza, bersaglio scontato della furia delle schiere crescenti di dispossessati. La loro mediocrità soggettiva – cui sfugge Obama – risulta secondaria rispetto alla debolezza strutturale che li affligge. Essi sono chiamati a rispondere di poteri e competenze che, se non in misura limitata, esistono ormai soltanto sulla carta, come scritto nelle costituzioni e nelle leggi. François Hollande, ad esempio, è alla guida dell’unica repubblica presidenziale europea, e dispone degli stessi poteri che furono di de Gaulle e Mitterand. Continua a disporne, ma in piccola parte, perché i poteri reali sono stati trasferiti altrove. Di solito i nomi del passato vengono richiamati per ridicolizzare quelli del presente: un gioco dialettico facile perché i leader del passato non avevano subito quella menomazione non soltanto della politica ma delle stesse istituzioni che la politica è chiamata a gestire, dalla fine della guerra fredda. I media per lo più selezionano informazioni e manipolano interpretazioni funzionali all’oligarchia dominante, che finisce per credere alla propria propaganda. Di essa ha fatto parte, lo ripeto, una sorta di profezia che aveva lo scopo, consapevole o meno, di autoadempiersi: da cui la sorpresa non tanto per la vittoria di Trump, quanto per la sconfitta di Hillary Clinton.

La sconfitta del popolo americano

Se incerto era l’esito delle presidenziali, certa era invece la sconfitta del popolo americano, se non delle istituzioni democratiche più robuste del mondo. Innanzitutto perché esso, come capita sempre più spesso in altri paesi, si è visto costretto a scegliere tra due opzioni, per ragioni diverse, bacate (flawed), in quanto quella risultata vittoriosa ha speculato sull’esautoramento economico e sociale del proprio elettorato potenziale, mentre l’altra ha finto di non accorgersene. Simultaneamente quel popolo si accorgeva, eccome, di essere stato messo nell’angolo da un sistema politico che non offriva alternative, come dimostrano sondaggi (da questo punto di vista unanimi) che per mesi hanno registrato non solo il rifiuto, ma un crescente senso di raccapriccio suscitato da entrambe le candidature da parte di un 60 per cento dell’elettorato. In queste condizioni lo scontro non poteva essere che radicale, con quegli effetti degenerativi che, indotti da Trump, hanno finito per contaminare i comportamenti di Hillary Clinton e del suo apparato di sostegno, media tradizionali e on line compresi. Due esempi su tutti: il «New York Times» ha costituito uno degli artefici/vittime di questa degenerazione dello scontro politico. Il giornale, che ha tuttora per fiero motto All the news that’s fit to print (tutte le notizie degne di essere pubblicate), si è gradualmente trasformato in un organo di parte. Inoltre la principale istituzione preposta alla garanzia della sicurezza dei cittadini, l’Fbi, è stata autoridicolizzata dal suo direttore, capace di prendere tre posizioni tra loro contraddittorie, nei due mesi precedenti il voto, riguardo alle mail di Hillary Clinton (al punto di permetterle, con una forzatura soltanto parziale, di attribuirgli la ragione della propria sconfitta).

Più in generale, il sistema elettorale di fatto vigente ha mostrato la corda. Non mi riferisco alla discrepanza tra numero totale di voti (a favore di Clinton) e esito dell’elezione: essa ha diversi precedenti, conseguenza di un sistema federale storicamente consolidato e non modificabile. Il problema è quello di una legislazione elettorale e di prassi variabili, stato per stato, anche per elezioni federali, a cominciare dalle primarie: difficoltà di ammissione al voto, code infinite in luoghi di voto caoticamente gestiti in una sola giornata lavorativa, collegi elettorali definiti secondo le convenienze delle maggioranze congressuali. Antichi mali che in una situazione come quella attuale diventano occasione di ulteriori manipolazioni e di tensioni a scoppio ritardato. Si rifletta sulle manifestazioni ex post, dirette contro l’esito elettorale, per noi difficilmente comprensibili, abituati come siamo a un’organizzazione elettorale che costituisce un unicum di efficienza della nostra pubblica amministrazione. C’è pane per i denti degli osservatori Osce, se sapranno fare il loro dovere. Nel contesto in cui sono avvenute, queste elezioni presidenziali hanno incrinato ulteriormente la fiducia dei cittadini nella loro democrazia, e non è poco.

Un punto di svolta

È sfuggito ai più che ben prima di questa campagna elettorale era cambiata la natura stessa dello scontro elettorale per l’oscillazione del numero di partecipanti al voto presidenziale. Dal 1980 al 2004 la partecipazione all’agone presidenziale era relativamente stabile e variava tra il 49% e il 55%, con l’eccezione della prima elezione di Reagan, andava ai seggi circa lo stesso tipo di elettorato tendenzialmente moderato. In quella fase vinceva il candidato capace di conquistare l’elettorato indipendente, per l’appunto moderato. A partire dalla prima elezione di George W. Bush la partecipazione al voto comincia a salire oltre il 55 per cento, fino a raggiungere la punta massima del 61,6 per cento con la prima elezione di Obama. In quel caso il candidato democratico, come precedentemente era riuscito a Reagan e a George W. Bush, era riuscito a portare al voto una parte della popolazione tradizionalmente astensionista: giovani e afro-americani. Un fatto democratico rilevante, ma che ha comportato la radicalizzazione dello scontro. In altre parole, ora vince chi ha la capacità di motivare al voto il maggior numero dei suoi potenziali elettori. Anche se ne momento in cui scrive non è stata comunicata la percentuale di partecipazione al voto nelle elezioni appena avvenute, è del tutto evidente che la vittoria di Trump è legata alla sua capacità di mobilitare un elettorato di destra tradizionalmente assente, anticipata dal Tea Party, mentre Hillary Clinton ha dovuto fare i conti con la delusione soprattutto dei giovani sostenitori di Bernie Sanders.

Proteste contro l'elezione di Donald Trump

Proteste contro l’elezione di Donald Trump

Veniamo ora agli esiti politici della vicenda. Il più chiaro riguarda il partito democratico, e si riflette su tutta la sinistra e il centro-sinistra occidentali. La sconfitta di Hillary Clinton e di tutto ciò che la sua candidatura ha rappresentato segna un punto di svolta di un processo carsico in atto da tempo, ma che in questa occasione è diventato visibile in misura tale da tradursi in politica: è la fine del blairismo, del clintonismo e di tutto ciò che ad esso s’ispira (compreso il piccolo Renzi di casa nostra). L’inseguimento della destra finanziaria ed economica, prima ancora che politica, da parte di forze e partiti politici che storicamente aspirano a una maggiore eguaglianza, non può che portare alla sconfitta politica: con ogni probabilità nel breve, sicuramente nel lungo periodo. Il discorso merita un ragionamento approfondito a parte, qui limitiamoci al contesto statunitense. Da tempo questo tipo di orientamento politico fa acqua a livello intellettuale. Stiglitz, Krugman (malgrado la sua recente adesione strumentale alla candidatura di Hillary Clinton), Piketty, agli occhi di buona parte dell’opinione pensante negli Stati Uniti, hanno minato il così detto pensiero unico liberista che esclude scelte postkeynesiane di regolazione del mercato, di intervento a scopo sociale e nell’istruzione. Lo stesso Francis Fukuyama ha recentemente denunciato l’abitudine dell’establishment liberista di liquidare come populismo qualsiasi forma di resistenza all’affermazione dei suoi interessi. Una nuova generazione di ricercatori delle principali università continuano a smontare i presupposti numerici su cui i vari Alesina (che continua indisturbato a pubblicare editoriali sul «Corriere della Sera») fondano le loro teorie secondo cui l’arricchimento dei pochi porterebbe maggiori benefici a tutti. È questo substrato culturale che nutre le posizioni politiche di Bernie Sanders e di Elizabeth Warren (che, come Krugman, di fronte a Trump ha preferito scommettere politicamente sul male minore). Sanders, alcuni suoi alleati congressuali e i giovani che in gran parte gli hanno disobbedito non votando per Hillary Clinton, sono impegnati nella conquista della presidenza del comitato nazionale del partito e di alcune posizioni chiave nella gestione della minoranza congressuale. Tuttavia, gli attuali detentori del potere nel partito democratico non molleranno facilmente la presa, anche se il vento della storia gioca a loro sfavore. Molto dipenderà dalla capacità di questa nuova sinistra di strutturarsi in maniera duratura all’interno del partito. Assai più complessa e incerta è la valutazione della vittoria di Trump e delle conseguenze che ne derivano. Avremo modo di tornarci sopra.

Nell’immediato suggeriamo la consultazione della bibliografia ragionata curata da Adriana Bellini.

GG Migone è docente, politico e storico

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