Giacomo Todeschini – Le origini medievali dell’economia occidentale

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Il debito pubblico era un bene comune

Intervista a Giacomo Todeschini di Massimo Vallerani

Dal numero di maggio 2016

La banca e il ghetto (si veda la recensione sul numero di maggio 2016) viene alla fine di una densa stagione di studi dedicati a una revisione complessiva delle origini medievali dell’economia occidentale. Visibilmente crudeli (Il Mulino, 2009) e Come Giuda (Il Mulino, 2011) hanno messo in discussione idee di lunghissima data: l’estraneità del pensiero religioso cattolico dall’economia di mercato; la natura inclusiva dell’economia cattolica; la struttura aperta e mista delle società urbane italiane, pronte ad accogliere stranieri ed ebrei disposti a integrarsi. Proviamo a svolgere questa matassa di controdeduzioni proprio dal rapporto tra economia e politica, da tempo considerate due sfere separate. Da dove nasce e quali conseguenze ha il mito dell’autonomia dell’economia?

Mi sembra che quello che chiama il mito dell’autonomia dell’economia, o della separazione storica di politica ed economia, derivi dalla cancellazione del fatto che queste due realtà, quella del mercato in terra cristiana e quella della politica gestita da poteri cattolici, si rivelano invece un unico groviglio in una moltitudine di fonti storiche. È in conseguenza di questa scissione che i mercati (ipostatizzati spesso come “mercato” astratto) indipendentemente dalle differenze fra le logiche culturali che li hanno caratterizzati nella storia e nel mondo, hanno potuto essere presentati come il palcoscenico su cui si svolgeva una vicenda atemporale, e cioè la partecipazione totale ai giochi economici, l’inclusione nella società “di mercato”, di quanti si trovavano a essere sulla piazza del mercato o transitavano da quelle parti. Indipendentemente dalla loro cultura, dal loro ruolo politico, dalla loro reputazione, dal loro significato simbolico dal punto di vista di quanti avevano il controllo del “mercato”. Uno sguardo un po’ ravvicinato alle fonti che abbiamo a disposizione (fonti eterogenee agli occhi dei contemporanei come leggi, discussioni teologico-morali, atti notarili, codificazioni normative, pareri giuridici, prediche, trattati sul prezzo giusto delle cose o sull’usura, contabilità di vario tipo) mostra che il funzionamento delle economie e dei mercati è indistinguibile dal funzionamento delle società e dei poteri che, come quelli dei governi cristiani, ne codificavano il funzionamento. Una conseguenza fondamentale di questo intreccio è costituita dalla definizione di regole per i mercati/società in grado di stabilire logiche dell’esclusione dalla società in quanto organizzazione politica e, allo stesso tempo, dal mercato in quanto organizzazione economica. Un esempio macroscopico di questa meccanica dell’esclusione è quello riguardante i lavoratori salariati, detti genericamente nel latino dei teologi e dei giuristi mercenarii. L’avvicinamento concettuale di questa massa di persone alla sfera della servitù e della non-libertà e alla sfera della povertà (mercenarii = pauperes) oltre che dell’ignoranza (illitterati) le segnava come non indipendenti mentalmente, ricattabili economicamente, e inaffidabili dal punto di vista morale e giuridico, escluse dalla politica e dal mercato. Occorre domandarsi quanto di questa sintassi della disuguaglianza sia stata fatta propria dalla scienza economica quando questa si manifestò, dal XVII-XVIII secolo, e sino ad oggi, come scienza “pura” apparentemente asettica dal punto di vista politico-religioso.

La convinzione che il pensiero ecclesiastico sia anti-economico è dura a morire: ancora recentemente Le Goff ha ribadito il rifiuto e la condanna di qualsiasi forma di interesse (usura) da parte della chiesa. Su quali basi invece si fonda questo legame strettissimo fra chiesa ed economia di mercato? O meglio come si costruisce un mercato specificatamente cristiano?

La rappresentazione della chiesa come soggetto storico antieconomico ritratto nella postura di severo giudice dei comportamenti economici, incapace di capire il funzionamento dei mercati e le leggi economiche, dipende da una serie di fraintendimenti. Il primo e più vistoso ha a che vedere con l’idea abbastanza diffusa dell’esistenza di un soggetto “chiesa” o anche “cristianità” indifferenziato e unico, in qualche modo al di là del tempo e dello spazio. Il secondo malinteso sta in una sottovalutazione del tutto ingiustificabile della cultura economica ecclesiastica a sua volta all’origine di vocabolari e lessici economici. Un ruolo culturale e amministrativo perfettamente comprensibile se appena si ricordi il peso enorme che le chiese e la chiesa ebbero come soggetti economici. In terzo luogo, infine, una lettura incompleta e affrettata delle fonti a disposizione ha talvolta autorizzato un’interpretazione moralistica e ristretta (vagamente ottocentesca e parrocchiale) della vasta gamma di posizioni teologico-morali e giuridiche espresse sull’arco di molti secoli dagli autori dei testi che, nel loro insieme, compongono il diritto canonico, l’economia politica e le legislazioni cattoliche in materia di scambio, credito e, in generale, di comportamenti in grado di generare un profitto economico. In particolare la condanna dell’usura non coincise con una condanna delle transazioni creditizie considerate istituzionalmente utili e praticate da coloro che, come i grandi mercanti e i banchieri cristiani (al servizio del papato sin dal XIII secolo) o le istituzioni ecclesiastiche stesse, erano considerati autentici professionisti delle relazioni economiche, ritenuti pertanto in grado di gestire il denaro in modo, oltre che profittevole, moralmente e politicamente corretto. L’usura condannata era dunque quella praticata sulle piazze e nei mercati locali da quanti venivano definiti dalla cultura giuridica medievale usurarii manifesti, usurai pubblici dediti alla compravendita del denaro. Anche in questo caso, la questione diventa più chiara se non ci si limita a considerare come fonti probanti soltanto quelle che contengono definizioni dell’usura ma il vasto complesso di fonti cristiane che definiscono i modi corretti di uso del denaro e le dialettiche del credito e del debito.

In La banca e il ghetto colpisce la dimensione chiusa di questo sistema di mercato, che tende a escludere una massa ingente di persone non degne di appartenervi o incapaci di comprendere le logiche dello scambio che sostengono il corpo sociale. Quali sono i meccanismi di esclusione messi in moto da questa economia?

Mentre in Come Giuda avevo provato a vedere in che modo attraverso la graduale, secolare costruzione dell’opposizione tra la figura di Giuda e quella di Maria Maddalena era stata messa a punto una rappresentazione divulgabile dell’incompetenza economica di coloro che non appartenevano fino in fondo alla società dei fedeli e affidabili, in La banca e il ghetto ho proseguito il lavoro affrontando piuttosto il versante istituzionale-politico del discorso. Mi sembra che questo versante sia in buona parte costituito dalle dinamiche del debito pubblico e specificamente dai criteri di selezione della cittadinanza che queste dinamiche determinarono nelle città italiane che – fra XIII e XV secolo – hanno “inventato” il debito pubblico come tecnica di governo economico dei territori, definendolo al tempo stesso, per mezzo dei linguaggi teologico-morali e politici, come forma economica del “bene comune”. Nell’ambito di questa codificazione, tardomedievale, del credito di cui godevano le persone come conseguenza della credibilità attestata dalla loro possibilità e volontà di partecipare al debito pubblico (e, più in generale, ai vari aspetti delle relazioni finanziarie cittadine), di dare dunque denaro allo stato per riceverne in contraccambio un capitale complesso, fatto di buona reputazione, pagamenti periodici di interessi e riconoscimento di una compartecipazione alla macchina amministrativa statale, si è progressivamente decantata come moralmente positiva l’immagine dei cittadini affidabili, ricchi e interessati al funzionamento della politica. Un’immagine ben distinta da quella dei cittadini (?) inaffidabili, poveri e ignari o non partecipi dei significati politico-amministrativi di istituzioni come i monti del debito pubblico, i monti di pietà e le banche.

Parlando di esclusi si pone naturalmente il problema degli ebrei. Nei libri precedenti era evidente lo sforzo di non ridurre gli ebrei a caso “etnico” fin dal primo medioevo. Il rifiuto della testardaggine ebraica nascondeva una paura intensa di proselitismo e di contagio verso i cristiani deboli (di bassa condizione sociale). Sembra che in fondo nella figura dell’ebreo si siano coagulati tutti gli aspetti negativi che le élite religiose intendevano espellere dalla società cristiana. Un’impressione che si ritrova anche nel ghetto di quest’ultimo libro: gli ebrei erano gli attori deputati a guidare un mercato quotidiano di basso valore, contrapposto al vero mercato civico della ricchezza comune. È così? Oppure il ghetto segna anche un cambio di passo verso l’emarginazione fisica di una popolazione specifica?

La storia degli ebrei in area cattolica fra medioevo ed età moderna, e in Italia soprattutto, soffre di vari equivoci, il maggiore dei quali penso sia la tendenza storiografica e pubblicistica a proiettare sulla componente ebraica della società medievale problemi e codificazioni identitarie contemporanee, successive al dilagare dell’antisemitismo otto-novecentesco e alla Shoah. Benché alla fine del medioevo si siano consolidati a opera della cultura teologica e giuridica, e delle legislazioni locali, molti stereotipi antiebraici, è improprio catalogare il mondo ebraico medievale con le categorie di identificazione etnica o razzista che noi oggi ben conosciamo. Per questa ragione, mi è sembrato più opportuno analizzare i diversi significati che le realtà ebraiche medievali e della prima età moderna hanno assunto in una varietà di fonti piuttosto eterogenea: lettere, trattati, leggi, sermoni, libelli polemici e così via. Il risultato è inevitabilmente complesso: gli ebrei erano sia una presenza reale, fatta di gruppi culturalmente diversi da quello maggioritario cristiano, e per questo politicamente emarginati, sia una presenza fantasmatica, fatta di spettri minacciosi e sanguinari che davano corpo ai timori di una società cristiana a sua volta divisa e incerta riguardo alla effettiva cristianizzazione interiore dei suoi membri, sia una rappresentazione metaforica di chi, da infedele, perturbava l’ordine cristiano inteso come ordine economico, religioso e politico. In questo quadro, la nascita alla fine del medioevo degli istituti che gestivano il debito pubblico, dei monti di pietà e delle banche, può essere letta come la codificazione politico-economica di un sistema di esclusioni che assumeva anche la forma di una gerarchizzazione delle economie presenti sui territori cristiani. I ghetti italiani vennero fondati appunto in questa fase, in un clima tanto controriformista quanto orientato a distinguere, con precisione sempre maggiore, l’economia cristiana (come forma della politica gestita dai governi oligarchici) dalle economie gestite da gruppi politicamente insignificanti. Indubbiamente in questa fase l’individuazione/ghettizzazione degli ebrei, ossia il loro concentramento fisico in luoghi ben precisi, produsse una crescita veloce di stereotipi e di politiche potenzialmente antisemiti e più o meno chiaramente razzisti.

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