Ulrich Beck – Europa tedesca. La nuova geografia del potere

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Controprestazioni neoliberiste

recensione di Jacopo Rosatelli

dal numero di novembre 2013

Ulrich Bech
EUROPA TEDESCA. LA NUOVA GEOGRAFIA DEL POTERE
ed. orig. 2012, trad. dal tedesco di Michele Sampaolo
pp. XVI-94, € 12
Laterza, Roma-Bari 2013

Diventare egemoni e non saperlo essere: questo è accaduto alla Germania negli ultimi anni. Diventare il paese guida dell’Europa senza riuscire a comportarsi come quel ruolo avrebbe imposto, e cioè agendo per diffondere il benessere anche nella “periferia” della propria “sfera d’influenza”. Come si confà agli stati consapevoli della propria leadership. Invece, la classe dirigente tedesca, incarnata nella figura “machiavellica” di Angela Merkel, ha mirato esclusivamente al mantenimento del proprio consenso interno, ottenuto al prezzo di acuire le tensioni con il resto d’Europa, sino a mettere a repentaglio sei decenni di lenta e faticosa costruzione comunitaria. Una strategia basata su un malinteso “interesse nazionale”, che rischia di danneggiare la Germania molto più di quanto non possa farlo la spesa di qualche miliardo di euro per i “salvataggi” dei paesi in crisi, i cosiddetti Pigs. Pensare “nazionalmente”, infatti, non aiuta a individuare la strada per risollevare l’economia in ginocchio, mettere ordine nel finanzcapitalismo e rafforzare istituzioni democratiche che siano davvero al servizio dei cittadini. Tedeschi, greci o italiani che siano.

Questo è il nocciolo dell’accusa al proprio governo che il sociologo e pubblicista tedesco Ulrich Beck formula in questo pamphlet: un testo la cui importanza risiede, non da ultimo, nel suo essere una testimonianza dell’inquietudine che vive il mondo intellettuale progressista in Germania di fronte all’aggravarsi della crisi in Europa. Voci critiche (un’altra è quella di Jürgen Habermas) che è opportuno ascoltare, non solo per le idee che esprimono, ma anche per evitare di considerare “la Germania” come un tutto omogeneo. Un lento ma inesorabile scivolamento nel più vieto nazionalismo, infatti, è uno dei pericoli maggiori a cui le società europee vanno incontro in questa difficile fase storica. Beck lo ha ben presente, e non manca di denunciarlo con vigore, criticando innanzitutto l’agire della cancelliera Merkel. O, per meglio dire: l’“esitare” della leader democristiana, che dallo scoppio della crisi europea ha preferito temporeggiare prima di assumere qualunque decisione, badando solo ad amministrare il consenso dei propri concittadini. Adottando una linea né autenticamente europeista, né apertamente euroscettica. L’obiettivo di una strategia (ma sarebbe meglio dire tattica) di questo genere è stato (e continua a essere), secondo Beck, quello di costringere i paesi in difficoltà a una sorta di poker. Con gli aiuti in palio. Alla fine sempre concessi, ma soltanto in cambio di controprestazioni (i famigerati “compiti a casa”, ossia “brutale neoliberismo”) che danno sostanza al “dominio involontario” della Germania. Un dominio fondato sul “potenziale di ricatto” che deriva “non dalla logica della guerra, ma dalla logica del rischio, più precisamente: del crollo economico incombente”.

Vie d’uscita? Quelle suggerite nel libro sono all’insegna di quell’europeismo cosmopolitico che, di fronte alla crisi, appare in affanno. Ma che resta, pur tra limiti e contraddizioni, una prospettiva più convincente di un ritorno alle antiche certezze, impossibili da rimpiangere, degli stati-nazione.

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