Università in declino – Un’indagine sugli atenei da Nord a Sud

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Pensiero unico implicito?

recensione di Sandro Busso e Joselle Dagnes

dal numero di novembre 2016

UNIVERSITÀ IN DECLINO
Un’indagine sugli atenei da Nord a Sud
a cura di Gianfranco Viesti
pp. 406, € 32
Donzelli, Roma 2016

ViestiIl sistema universitario italiano sta vivendo una fase di grande trasformazione, con profonde criticità che ne influenzano il presente e rischiano seriamente di comprometterne il futuro. Il libro curato da Gianfranco Viesti, che raccoglie i risultati di una ricerca promossa dalla Fondazione Res di Palermo, racconta questo declino attraverso una mole di dati e informazioni senza precedenti in Italia, affrontando temi e dimensioni rilevanti del problema attraverso contributi redatti da membri di un gruppo di ricerca esteso e qualificato.

Nei vari capitoli trovano così spazio riflessioni puntuali su una varietà di argomenti: dall’andamento degli iscritti alla performance degli studenti, dalla qualità e quantità dell’offerta didattica a quelle della ricerca, dalla trasformazione (e contrazione) del sistema di finanziamento alle modalità di valutazione degli atenei, dalla precarietà del lavoro accademico alla debolezza del sistema di garanzia del diritto allo studio.

Pur nella varietà di prospettive, e in un quadro di (poche) luci e (molte) ombre, lo scenario che emerge appare estremamente, e tristemente, coerente. Secondo il curatore, il sistema universitario italiano si è ridotto complessivamente di circa un quinto, perdendo rispetto al momento di massima espansione (tra il 2004 e il 2008) il 20 per cento degli immatricolati, il 17 per cento del personale docente e il 19 per cento di quello amministrativo, il 18 per cento dei corsi di studio e, soprattutto, oltre il 22 per cento delle risorse derivanti dal Fondo di finanziamento ordinario. Quest’ultimo dato appare particolarmente significativo nell’analisi, dal momento che rivela un progressivo disinvestimento, accompagnato spesso da una delegittimazione pubblica dell’istituzione universitaria, che ha ricadute evidenti anche sul piano qualitativo. Un’offerta didattica minore e più limitata nei temi, a cui si associa il rischio di scomparsa di intere “scuole” che per anni hanno rappresentato punti di orgoglio dell’accademia italiana, a causa del blocco di nuove assunzioni e dell’impossibilità di sostituire i docenti che raggiungono l’età pensionabile.

Ma non solo. In un quadro di contrazione delle risorse umane, e nello scenario desolante di moltiplicazione del lavoro a termine e sottopagato (quando non gratuito) da parte dei cosiddetti precari della ricerca, sembrano emergere i segnali di una più generale “precarizzazione” dell’università in Italia, che va oltre la dimensione professionale e le ricadute sulle traiettorie di vita dei singoli. Il volume curato da Viesti evidenzia infatti come la scarsità delle risorse si associ alla costante incertezza circa la loro entità futura, condizione che rende impossibile una programmazione organica e di lungo periodo tanto della didattica quanto della ricerca. Quest’ultima, poi, appare sempre più subordinata alla capacità di attrarre risorse esterne, principalmente attingendo ai bandi europei. In questo modo i temi e le prospettive di ricerca da promuovere sono di fatto definiti da attori esterni al sistema, con l’esito prevedibile di un impoverimento complessivo del sapere prodotto in ambito accademico.

Al di là della portata – e delle possibili letture – di questa trasformazione, il libro offre un’interessante prospettiva sul processo che ha portato a questo stato di cose. Secondo gli autori, infatti, i cambiamenti che il sistema universitario italiano sta affrontando non derivano da un disegno di riforma organico, esplicitato e dibattuto pubblicamente, quanto piuttosto da “un coacervo di norme e disposizioni attuative; di regolamenti; di decreti ministeriali” (p. 9). L’assenza di una riflessione politica e pubblica condivisa stride con la radicalità del processo di cambiamento, e con la centralità che il sistema universitario riveste (o dovrebbe rivestire) nel quadro di una generale transizione verso un modello di economia della conoscenza.

La de-politicizzazione del dibattito sull’università italiana si è accompagnata a una gestione tecnica, quando non tecnocratica, del processo di riforma, in cui i tagli sono stati per lo più motivati da presunti vincoli di bilancio. Interventi successivi portati avanti da governi di orientamento diverso, che pure appaiono in perfetta continuità tra loro, hanno determinato un sistema di vincoli successivi, che Viesti non esita a definire come sintomi di un “pensiero unico implicito”. In questo modo non c’è stato spazio per un confronto aperto tra posizioni differenziate su ruolo, assetto e obiettivi dell’università italiana.

La disuguaglianza nord-sud

L’assenza di prese di posizione politiche esplicite, oltre che di un dibattito pubblico sulle trasformazioni in atto, ha accompagnato un’altra tendenza al centro della riflessione sviluppata nel volume, ovvero l’aumento delle disuguaglianze tra gli atenei del nord e quelli del sud del paese. Si tratta, secondo gli autori, di un “nuovo divario”, che emerge a partire dagli anni settanta, con l’avvento dell’università di massa, e che l’attuale quadro di riforma del sistema sembra acuire drammaticamente. Anche in questo caso si assiste a un modello di “governo attraverso i numeri”: il sistema di finanziamento agli atenei distingue infatti tra una quota base di dotazioni economiche, sempre più ridotta, e una quota premiale, il cui peso è andato crescendo al punto da essere in Europa secondo solo al Regno Unito. Tale quota – che in realtà di “premiale” ha assai poco, dal momento che non è costituita da risorse aggiuntive – diviene di fatto lo strumento attraverso cui distribuire in modo diseguale i tagli di risorse tra gli atenei. Divengono così determinanti i complessi, spesso farraginosi, sistemi di indicatori attraverso cui la quota viene calcolata, e che, a dispetto della natura tecnica, ricoprono un importante ruolo politico. Esemplare di questa dinamica è il ruolo della contribuzione studentesca: maggiori entrate derivanti dalle tasse pagate degli studenti costituiscono motivo di merito per gli atenei, dando accesso a una quota maggiore anche di risorse pubbliche. In questo modo si innesca però un effetto perverso, che va al di là del palese disincentivo a garantire il diritto allo studio. Il sistema penalizza infatti le università collocate in territori dove prevalgono i redditi più bassi, come il Mezzogiorno, alimentando un circolo vizioso che incentiva la migrazione degli studenti con maggiori possibilità economiche verso gli atenei “di eccellenza” del Nord. La contribuzione studentesca diminuisce così ulteriormente, innescando una spirale di sotto-finanziamento che pare essere senza uscita.

Questo e altri meccanismi perversi esasperano – all’interno di un quadro di complessivo declino – le disuguaglianze tra pochi atenei “di serie A” e una moltitudine di atenei periferici “di serie B”, spesso collocati nel sud Italia. Le conseguenze di questo assetto emergente vanno molto al di là del sistema universitario in sé, investendo i territori e l’intero paese. La logica di promozione di un’eccellenza concentrata a scapito di una qualità diffusa determina infatti lo svuotamento di risorse, la perdita di talenti, l’impoverimento dei sistemi locali, traducendosi in mancata crescita e, ci pare di poter aggiungere, in un indebolimento culturale e politico altrettante grave. Sempre che, ovviamente, alle università si voglia ancora riconoscere un ruolo in tal senso.

sandro.busso@unito.it

S Busso insegna sociologia dei fenomeni politici all’Università di Torino

joselle.dagnes@unito.it

J Dagnes insegna sociologia economica all’Università di Torino

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