Juri Meda – Mezzi di educazione di massa

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L’industria dei banchi e dei quaderni

recensione di Fabio Targhetta

Juri Meda
MEZZI DI EDUCAZIONE DI MASSA
Saggi di storia della cultura materiale della scuola tra XIX e XX secolo
pp. 226, € 28
FrancoAngeli, Milano 2016

Juri Meda - Mezzi di educazione di massaDopo i mezzi di comunicazione di massa e i mezzi di distruzione di massa, una nuova categoria è destinata a imporsi nel discorso pubblico intorno al fenomeno sociale della massificazione: quella relativa ai mezzi di educazione. Della loro natura e del loro utilizzo come fonte storica dà ampio ragguaglio Juri Meda nel suo ultimo e documentato lavoro.

L’immagine di copertina in bianco e nero – due ragazzini impettiti ritratti in piedi nel loro banco di legno nell’atto di eseguire il saluto romano – raccoglie il gioco delle possibili ambiguità lanciato dal titolo. Ma non cada in errore l’incauto lettore, il quale potrebbe a tutta prima lanciarsi in un parallelismo tra massificazione e totalitarismo e supporre che si tratti di una ricerca dedicata ai soli risvolti ideologici e politici del fare educazione; meglio, alla scolarizzazione come fattore precipuo nel più generale processo di formazione dell’identità nazionale. La recente storiografia in ambito educativo, infatti, ha spesso posto la questione in questi termini, avviando paradigmi interpretativi significativi, ma finendo col tempo per inibirne degli altri, alternativi (o complementari) a questo modello. Meda, invece, in questi saggi apre nuove strade, raccogliendo le sollecitazioni più avanzate a livello continentale e, soprattutto, recuperando una dimensione che negli ultimi decenni appariva notevolmente ridimensionata all’interno degli studi storici: quella economica, in questo caso legata ai processi di scolarizzazione di massa.

La tesi di fondo sostenuta dall’autore risulta chiara fin dalle prime pagine: la progressiva scolarizzazione registrata a partire dall’ultimo trentennio dell’Ottocento avrebbe modificato il mercato dello scolastico, attirando, con la promessa di un giro d’affari in rapida espansione, ditte produttrici di testi scolastici, sussidi didattici, arredi, cancelleria, ecc. e imponendo un’evoluzione in senso più imprenditoriale. Questo processo comportò infatti la graduale affermazione di imprese moderne, le quali sostituirono piccoli artigiani, cartolibrerie di paese, tipografie e legatorie ancorate a modelli di gestione preindustriali il cui perimetro di azione era delimitato dai confini cittadini o, più raramente, da quelli provinciali. Si tratta di un momento fondamentale che segna, in concomitanza appunto con l’inizio della scuola di massa (quantomeno se confrontata con le percentuali di frequenza registrata nel periodo preunitario), l’origine della riorganizzazione dell’intero settore produttivo legato al mercato scolastico, che passò da un assetto di tipo familiare a un sistema societario più complesso, prodromico di quello imprenditoriale e industriale.

E proprio questa evoluzione nella direzione di “un’industria dello scolastico” marcò il passaggio dei sussidi, dei libri e di tutti gli oggetti di consumo in precedenza citati da semplici strumenti di istruzione a mezzi di educazione di massa, sottoposti a un processo di standardizzazione formale e alla produzione in serie. La distribuzione su larga scala da parte di imprese artigiane e, poi, industriali determinò infatti una loro codificazione formale con fini omologanti, in riferimento sia ai metodi di insegnamento che ai processi di apprendimento. Una uniformità dei contenuti educativi favorita, è bene sottolinearlo, dagli stessi organi centrali della pubblica istruzione, la cui azione era in quel torno di tempo informata a esigenze di normalizzazione didattica: l’estrema eterogeneità delle condizioni “ambientali” e la generalizzata impreparazione degli insegnanti imponevano interventi mirati a orientare le pratiche dei docenti e le abitudini dei discenti, con propositi di guida, ma anche di controllo.

Si prenda il caso dei banchi scolastici, richiamati dall’immagine di copertina del testo. Essi finirono per agire come “dispositivi educativi impliciti” volti al controllo delle menti attraverso il disciplinamento dei corpi. Le idee di ordine e di disciplina furono trasmesse non solo in modo esplicito attraverso i libri di testo, i sussidi didattici e altri dispositivi di formazione culturale, ma anche in modo implicito da quegli arredi che, imponendo una particolare postura ai corpi e organizzando lo spazio scolastico attraverso la loro disposizione in aula, risultarono funzionali all’ideologia borghese di normalizzazione e regolamentazione della vita sociale. Un’esigenza, quella del disciplinamento degli spazi, impostasi con urgenza nel momento in cui si cominciò a registrare un aumento costante del numero degli scolari seguito alle norme sull’obbligo. La soluzione più immediata per mantenere l’ordine in classe fu rinvenuta nella limitazione della mobilità degli scolari e nella rigida organizzazione degli spazi attraverso la diffusione di precisi modelli di banchi scolastici.

Nel corso degli ultimi due decenni del XIX secolo a queste funzioni se ne aggiunsero altre, ispirate a criteri più squisitamente pedagogici e igienici, facendone un oggetto di studio da parte di esperti, di attenzione da parte del ministero e – quel che qui importa – di interesse da parte dei primi stabilimenti industriali, che ne intuirono le enormi potenzialità economiche in un mercato in forte e costante espansione.

I processi economici avviati dalla scolarizzazione di massa

Uno sviluppo per molti versi analogo coinvolse anche altri mezzi di educazione di massa, a iniziare dai quaderni e dai diari scolastici, fonti primarie ancora poco utilizzate in ambito storiografico e qui invece valorizzate e analizzate dall’autore. Anche in questo caso, l’intenso processo di scolarizzazione della società si accompagnò al progresso tecnologico dell’industria cartaria e alla conseguente produzione in serie di più moderni e funzionali – rispetto a quelli che Meda definisce “proto-quaderni” – supporti alla scrittura, condizione fondamentale per il consumo di massa. L’evoluzione di questo processo portò nei primi due decenni del Novecento alla sostituzione di imprese artigianali locali con ditte a carattere industriale, attirate dalle prospettive di ingenti guadagni. Secondo quel legame a doppio filo già richiamato, per finalizzare il definitivo passaggio dei quaderni nella categoria dei “mezzi di educazione di massa” era però necessario un ultimo step: la loro codificazione, realizzata in quello stesso torno di tempo attraverso la razionalizzazione dei formati, la tipizzazione delle rigature e la definizione delle diverse tipologie. A fare da cornice, lo scontro tra il regime fascista (e i vari enti fondati per regolamentare le forniture scolastiche) e le associazioni di categoria dei cartolai, altri soggetti coinvolti in questa storia del mercato scolastico: a loro fu imposto un contributo fiscale indiretto sul commercio dei quaderni, i famosi bolli che vediamo impressi in vari documenti dell’epoca.

Per concludere, questi scarni cenni sono sufficienti a confermare l’assunto di Juri Meda che ha ispirato la stesura dei saggi raccolti in questo volume: i quaderni, i diari e altro materiale di cancelleria, gli arredi, i sussidi didattici, i libri di testo, ecc. rappresentano altrettante fonti imprescindibili per una storia dei processi economici legati allo sviluppo della scolarizzazione di massa. Un approccio alla storia della cultura materiale della scuola che trova in queste pagine nuove e preziose prospettive euristiche con le quali gli studiosi di storia dell’educazione sono necessariamente chiamati a confrontarsi nei prossimi anni.

fabio.targhetta@unipd.it

F Targhetta insegna storia della pedagogia all’Università di Padova

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