La formazione dei nostri insegnanti non è secondaria a nessuno

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Scuole di specializzazione, tirocini formativi, tutor, abilitazioni per aspiranti professori

Intervista a Silvia Kanizsa di Vincenzo Viola

dal numero di novembre 2015

Silvia Kanizsa è stata per tre anni e fino al primo ottobre 2015 direttore del dipartimento di scienze umane per la formazione Riccardo Massa dell’Università di Milano Bicocca.

Negli ultimi quindici anni l’università ha assunto un ruolo importante nella formazione dei neo-docenti, si pensi all’istituzione del dipartimento che lei presiede. Può dare una valutazione di queste e­sperienza?

Dal 1998, vale a dire da diciassette anni, l’università si è trovata a gestire la prima formazione dei maestri della scuola dell’infanzia e primaria e quella degli insegnanti delle scuole superiori. Per i primi è stato previsto un corso di laurea quadriennale e per i secondi un corso di specializzazione postuniversitario di due anni. In tutte e due i casi si è trattato di un’assoluta novità perché fino ad allora i maestri erano preparati con quattro o tre anni di scuola secondaria superiore, mentre per i secondi non era previsto nessun corso specifico dopo la laurea. In effetti tutti entravano di ruolo nella scuola avendo superato un concorso che era però basato principalmente sulla conoscenza delle discipline. Trovo che l’esperienza sia stata positiva perché sia a livello della formazione dei maestri che a livello di quella degli insegnanti c’è stato un incontro tra scuola e università che nelle situazioni in cui ha funzionato ha fornito stimoli sia agli uni che agli altri e ha permesso ai docenti universitari di curvare il proprio lavoro in modo da favorire l’inserimento lavorativo e in primo luogo nel tirocinio dei corsisti; nello stesso tempo ha innescato processi di ricerca-azione che hanno visto lavorare fianco a fianco docenti universitari e insegnanti delle scuole, oltre al fatto che l’esperienza del tirocinio è servita a tutti: ai docenti delle scuole come stimolo e riflessione sulla propria esperienza professionale e ai docenti universitari come stimolo alla ricerca.

Qual è il suo giudizio sulla modalità adottata per la formazione insegnanti nelle Ssis (scuole di specializzazione all’insegnamento secondario) e poi col Tfa (tirocinio formativo attivo)?

Normalmente si tende ad omologare l’esperienza delle Ssis e quella dei Tfa ritenendo questi ultimi semplicemente una riduzione da due a un anno delle Ssis stesse. In realtà le Ssis erano di due anni perché costituivano un percorso completo sia della parte di didattica delle discipline sia della parte più strettamente pedagogico/didattica mentre il Tfa è di un anno perché avrebbe dovuto essere il completamento di un percorso magistrale di due anni più uno di tirocinio in situazione. Nei fatti la legge non è stata applicata, e nemmeno completata visto che le tabelle per le varie lauree magistrali per le secondarie superiori non sono mai state varate, per cui chi ha gestito il Tfa si è trovato a dover fare i conti con la necessità di compenetrare praticamente tre anni in uno. Un aspetto molto importante di questa formazione è lo stretto rapporto con le scuole che si attua attraverso l’esperienza del tirocinio. Da questo punto di vista i tutor, insegnanti distaccati a tempo parziale per seguire i tirocinanti sono un elemento essenziale di raccordo. Altro aspetto importante è l’urgenza che gli universitari adeguino le loro competenze alle necessità della preparazione professionale dei nuovi insegnanti. Credo che non sia facile prevedere formule molto diverse per la prima formazione degli insegnanti e trovo che in queste formule vi siano elementi di grande novità e interesse.

L’immagine ricorrente tra i docenti formati nei Tfa è quella di un’università distante dal mondo della scuola, un’istituzione che “parla di scuola senza averne mai varcato la soglia”. Qual è il suo parere?

A volte i docenti universitari sono divenuti tali senza passare dall’esperienza dell’insegnamento nelle scuole, ma ritengo che questo non costituisca un problema nel momento in cui il docente si accosta in modo interessato e partecipe all’esperienza dei tirocinanti. Ancora una volta, nelle situazioni migliori, docenti disciplinari, docenti di scienze dell’educazione e tutor costituiscono un insieme che lavora in sinergia per cui anche chi non ha esperienza diretta è in grado di dare indicazioni preziose ai corsisti, oltre al fatto che questo lavoro aiuta a sviluppare le ricerche nel campo delle didattiche disciplinari.

Ritiene che le recenti iniziative del governo sulla scuola (la cosiddetta buona scuola) vadano nella direzione corretta per quanto concerne la formazione e la selezione dei docenti?

La L. 13 luglio 2015, n. 107 contiene alcune proposte che mi sembrano preziose. Bisognerà vedere poi come verranno messe in pratica e in particolare quali saranno i risultati dei tavoli tecnici incaricati di stendere i decreti attuativi. La cosa importante è che viene indicato un percorso formativo che parte dall’entrata nella scuola come apprendisti di coloro che hanno passato il concorso e arriva alla formazione in servizio permanente obbligatoria di tutti gli insegnanti. Quindi si mantiene il principio che per insegnare è necessario possedere oltre alle conoscenze disciplinari quelle pedagogiche e tutto questo va innestato su una pratica didattica “assistita” dalla scuola. Un altro aspetto che mi sembra importante è che non verranno più preparati dei docenti che andranno a ingrossare le file del precariato, ma che coloro che saranno formati inizieranno subito a lavorare (e si scontreranno con problemi che verranno poi analizzati in sede di riflessione sul tirocinio e in sede del lavoro universitario). Alla fine del triennio verrà data l’abilitazione in modo meditato e dopo un’attenta osservazione delle abilità professionali dei candidati.

Vi sono in altri paesi modalità di formazione degli insegnanti che vedrebbe volentieri attuate anche in Italia?

L’attuale modalità della prima formazione degli insegnanti mi sembra al passo con quella di paesi in cui questa è praticata da anni ed è stata ed è oggetto di studi anche molto approfonditi. Certo forse in Italia si punta più a un modello di tipo francese con alcuni aggiustamenti. Devo dire che penso che la nostra formazione non sia seconda a nessuna, ma che certamente essendo ancora agli inizi non vede ancora sviluppati sufficienti studi e di conseguenza proposte che possano renderla unitaria in tutto il paese.

Quali sono e quali dovrebbero essere le principali differenze nella formazione degli insegnanti della scuola primaria e in quella della secondaria? Oppure non dovrebbero essercene?

Per poter essere efficace, la formazione iniziale degli insegnanti sia per la scuola dell’infanzia e primaria, sia per la scuola superiore deve contenere elementi disciplinari e elementi pedagogici e prevedere un tirocinio guidato. Ovviamente la formazione deve essere calibrata sull’età degli studenti e sul livello di scuola, e questa è la vera e unica differenza. Proprio per la differenza di età degli studenti e quindi delle differenti necessità e del differente grado di approfondimento delle conoscenze disciplinari è ovvio che nelle scuole superiori, e nella preparazione degli insegnanti, si insisterà sulle discipline e sulla didattica delle stesse viste nella loro peculiarità, mentre per la scuola dell’infanzia e primaria sarà necessario insistere su un complesso di discipline lette in modo più unitario. Tutti gli insegnanti hanno bisogno di avere delle basi comuni sulle modalità di relazione con gli studenti e sulle modalità di programmazione e valutazione. Anche in questo caso su una base comune dovranno innestarsi le differenze tipiche dell’età degli studenti.

In quali aspetti ritiene i nuovi docenti più preparati e in quali aspetti li ritiene invece meno preparati rispetto alla maggioranza degli insegnanti attualmente in servizio?

I docenti attualmente in servizio provengono da esperienze molto diverse fra loro, per cui ritengo molto difficile rispondere a una domanda di questo genere. Senz’altro i nuovi docenti sono più preparati dal punto di vista educativo (per quanto riguarda infanzia e primaria lo sono anche dal punto di vista disciplinare, non fosse altro perché il loro percorso è stato più lungo e di livello più alto) e fin dall’entrata nella scuola sono attivi e dovrebbero aver sviluppato capacità professionali che permettono loro di inserirsi senza problemi e senza sensi di inferiorità nei confronti di coloro che li hanno preceduti.

Cosa pensa della proposta di inserire nella formazione di tutti i docenti temi di etica pubblica e di etica professionale?

Penso che la proposta sia buona. Del resto ultimamente si insiste molto sui temi della cittadinanza e della cittadinanza attiva. Ancora una volta il problema è che questi temi non devono costituire materia a sé stante, ma vanno inseriti all’interno di tutta la programmazione didattica.

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