Simone Giorgi – L’ultima famiglia felice

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Il rumore del presente

recensione di Tommaso Pincio

Dal numero di marzo 2016

Simone Giorgi
L’ULTIMA FAMIGLIA FELICE 
pp 252, € 18
Einaudi, Torino 2016

6720960_1265975A prenderlo dal versante letterario, il titolo del romanzo d’esordio di Simone Giorgi sembra suggerire che le famiglie di un certo tipo — quelle felici ovviamente — hanno smesso di somigliarsi. Il “sembra” è d’obbligo. Rispetto ai tempi ormai andati di Anna Karenina, è difatti la famiglia in assoluto, felice o infelice che sia, a non somigliare più a se stessa o meglio alla nozione di famiglia monogamica che per molti secoli è stata un tutt’uno, almeno nel mondo cristiano, con l’idea di famiglia naturale. In fin dei conti la somiglianza delle famiglie felici derivava proprio dal fatto che vi era un solo modello accettabile. Gli altri, anche se diffusi più di quanto si volesse ammettere, erano visti come prodotti di sventure o degenerazioni.

La famiglia descritta da Giorgi non rientra in quest’ultima casistica. Non è disfunzionale né ha conosciuto il trauma del divorzio. È un quadrato perfetto. Padre, madre e due figli; una femmina e un maschio. La femmina è più grande di qualche anno; una fortuna in più, perché è risaputo che le femmine maturano prima dei maschi. Quella di Giorgi è inoltre una famiglia benestante. Non ricca, ma comunque aliena da problemi economici. Vive a Roma, capitale non priva di problemi ma che resta pur sempre una città dove la vita pare scorrere in un’eterna e molle primavera, vedi la mite giornata di dicembre nella quale la famiglia di questo romanzo rischia di smarrire la propria felicità. Tutto si consuma nell’arco di questa giornata. Dall’alba al calare della notte seguiamo il disperdersi per la città dei quattro personaggi. Li vediamo uscire al mattino, i genitori vanno al lavoro, i figli a scuola. Osserviamo i loro spostamenti, cosa diventa e cosa fa ognuno di loro una volta fuori del cerchio protetto del focolare domestico. Il tutto grazie a un narratore onnisciente che si sposta come il lungo piano sequenza di una macchina da presa capace di entrare anche nell’animo delle persone, di inquadrarne i sentimenti e uscirne usandoli come cunicoli spazio-temporali, alla maniera cioè di quegli ipotetici varchi dimensionali che gli astrofisici chiamano wormhole.

Sarà un caso ma gli astri tornano con una certa frequenza e in varie forme nella storia di questa famiglia il cui nome — altra coincidenza interessante — è Stella. Il sistema fluido di vasi comunicanti col quale il narratore onnisciente fa confluire più momenti e più luoghi in una sola giornata conferisce al romanzo una qualità filmica. Letto da questo versante il titolo del romanzo, L’ultima famiglia felice, evoca riferimenti più prossimi. Vengono in mente L’ultimo bacio e Notte prima degli esami, opere con le quali il romanzo di Giorgi sembra imparentato non tanto per la natura delle storie trattate, che sono diverse, quanto per il modo in cui vengono esposte: quello di osservarle da una prospettiva terminale, con uno sguardo non teso all’attimo fuggente ma ai tanti che sono già fuggiti. Giorgi è molto sapiente nel disseminare indizi dal forte valore simbolico — a cominciare dal giorno scelto per il racconto, un giorno di dicembre, dunque uno degli ultimi dell’anno — così com’è abile nel fotografare le dinamiche che mettono a repentaglio la felicità domestica. Ad aprire una crepa nella famiglia Stella è proprio il suo maggiore collante, il padre. Matteo Stella è un gigante buono, un uomo alto quasi due metri che evita traumi e frizioni con quieta ostinazione. È mansueto, sempre comprensivo, non si impone mai con la forza. Se il capoufficio si aggira nei paraggi, Matteo avverte l’impulso di incurvarsi perché gli sembra sconveniente ergersi al di sopra del suo superiore. Se la moglie parte per ragioni di lavoro, lui non si lamenta, si prende cura della casa. Ovunque si presenti un angolo, lui è lì pronto a smussarlo. In famiglia, il suo mantra è “noi”. Non parla mai al singolare. Ogni suo discorso è sempre al plurale, volto a comprendere, a condividere, nella convinzione che i problemi si superano insieme. Questa sua retorica del noi non sempre sortisce gli effetti sperati. Matteo semina mansuetudine, ma finisce spesso per raccogliere astio; in particolare da Stefano, il figlio tredicenne, che nella notte del 12 dicembre 2003 dichiara guerra al padre, sbattendo per ore una pallina da tennis contro la parete che separa la sua stanza da quella genitori. Nel Vangelo di Matteo è scritto: “Nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio”. In casa Stella la reciproca intesa si è spezzata. Padre e figlio non si riconoscono più. Matteo ama Stefano, come è naturale che sia e non si capacita che Stefano lo odi. Quanto a Stefano, è ovviamente alla ricerca di un padre diverso. Vuole un padre autoritario al quale ribellarsi, mentre la mitezza di Matteo è per lui un muro sul quale la pallina della rabbia rimbalza senza soluzione di continuità. Troppo facile concludere che Stefano rimpianga i padri di altri tempi, perché anche in altri tempi i figli odiavano i padri.

La qualità maggiore di Simone Giorgi è infatti quella messa in risalto dalla menzione speciale che il premio Calvino gli ha assegnato nel 2014: la sua capacità di restituire il “rumore del presente” e in questo pulviscolo di suoni rientra indubbiamente anche la trasformazione del padre in una seconda madre. Ma il pulviscolo non è che una contingenza, un nuovo arrangiamento di un motivo antichissimo. Alla resa dei conti, ogni tempo ha il suo rumore e ogni famiglia felice è sempre l’ultima.

info@tommasopincio.com

T. Pincio è scrittore

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