Teorema dell’incompletezza

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di Valerio Callieri

vincitore ex aequo della XXVIII edizione del Premio Calvino

Il fantasma del padre (estratto)

Non so dove mi trovo esattamente mentre questo treno attraversa lo spazio. Sono qui ma non sono qui. Devo solo ascoltare, mio padre non vuole contropartite. Non è una questione di vendette e di eroi greci. Anche se Clelia potrebbe recitare benissimo la parte di Clitennestra.

Però non capisco perché tante cose del tuo passato le hai strozzate in gola. Ti osservo mentre tendi le corde in mezzo a questi macchinari, mentre fronteggiate gli impiegati durante i blocchi ai cancelli con il fuoco della notte ancora acceso…

È stata Clelia a ucciderti? E perché con noi non hai mai parlato di politica? Vorrei chiederti tante cose…

Tutti giorni vado in acciaieria. Un giorno succede: Alberto sta in platea e controlla le lance a ossigeno. Siamo tutti in cabina, perché è più silenzioso. Durante la fusione, il rumore in platea è assordante. Gli elettrodi si alzano, la volta si apre con una rotazione, la gru carica l’ultima cesta di rottame. La volta si richiude. Il bagno è pronto per l’affinazione, si dà ossigeno, la temperatura del bagno si alza, la scoria ribolle. Ronzio continuo, il forno digerisce. E all’improvviso come una bomba: il pannello di raffreddamento del forno esplode e investe Alberto giù in platea…

La vedi questa enorme assemblea? Tantissimi operai. E i gruppi: Lotta Continua, Potere Operaio, Movimento Studentesco. Vengono anche da Milano, da Trento, dalla Toscana. Dopo la morte di Alberto sembra che possono stare tutti nella stessa stanza…

Tengo stretta tra le mani la foto di Gigi Meroni e la prima pagina con la vittoria del Torino nel derby, le ho ripiegate nel borsello di pelle e le tocco. Fatico a credere alla sua morte. E fatico anche a galleggiare in mezzo al fiume di parole dell’assemblea. Qui scelgo. In questa assemblea senza sindacati, in questa assemblea in cui non c’è un relatore che parla per due ore scandito da applausi e cenni d’assenso. Ci sono operai che si accavallano e parlano a turno. Studenti che ascoltano e rielaborano. L’intervento che mi è piaciuto di più lo ha fatto un operaio della Falck di Milano: compagni, non mi sento più solo, è la prima volta che parlo di fronte a tante persone, scusate se balbetto. Oggi dopo la morte del compagno Alberto, dopo i licenziamenti, dopo il tentativo di golpe dei fascisti, dopo il golpe dei colonnelli in Grecia, dopo Piazza Fontana, oggi dopo tutto questo, non abbiamo più niente da difendere. Dobbiamo attaccare e riprenderci tutto quello che ci hanno tolto. Loro non ce lo daranno mai, dobbiamo farlo noi… aspettate questo me lo sono scritto… “finché la violenza dello stato si chiamerà giustizia, la giustizia del proletariato si chiamerà violenza”.

Clelia viene verso di me e mi presenta Patrizio: un compagno toscano di Potere Operaio. Alto, moro, riccetto e con gli occhiali da intellettuale di movimento. Parla pulito come Clelia. È gentile e affabile. Si vede che vengono dalla stessa classe sociale. E si vede anche che sono stati insieme. La sala trema per le urla e i pugni in aria.

Questi pugni alzati sembrano tanti fili d’erba mossi dal vento, fili che bloccheranno l’ingranaggio del capitale. Anche se qualcuno verrà reciso, dice Patrizio.

Come no, dico e poi mi giro verso l’operaio che sta parlando al microfono in mezzo alle urla. Lo vedi lo sguardo di rimprovero di Clelia? Ma io non vado d’accordo con chi dice queste cazzate in questi momenti.

Stiamo alzando il livello del conflitto. Anzi è la violenza padronale e assassina che lo fa. Noi reagiamo, dice Clelia.

Si ma non basta il momento economico-rivendicativo, bisogna immaginare una strategia sul terreno del potere. Ottenere vantaggi su orario e salario, non è più rivoluzionario. Adesso la storia ci chiede di più. La lotta in fabbrica non scava più la fossa al padrone. Dobbiamo imporre un salto. Le avanguardie politiche devono imporlo, dice Patrizio.

Mi sono sempre piaciuti i discorsi dei borghesi con la lacrimuccia, dico e li lascio soli.

Mi tuffo nelle urla che piano piano diventano la canzone composta da un compagno dopo gli scontri di corso Traiano: “signor padrone questa volta per te è andata proprio male siamo stanchi di aspettare che tu ci faccia ammazzare…Vedi il crumiro che se la squaglia, senti il silenzio nelle officine, forse domani solo il rumore della mitraglia tu sentirai… Ne abbiamo visti davvero tanti di manganelli e scudi romani, però s’è visto anche tante mani che al sampietrino cominciano a andar. Tutta Torino proletaria alla violenza della questura risponde ora, senza paura: la lotta dura bisogna far!”, e la sala si gonfia. Di paura e di vendetta. Io canto e urlo fino alle lacrime.

Qui scelgo. Oppure si spezza qualcosa dentro. Non riesco più a partecipare al tumulto.

Penso a Alberto che non è solo “un proletario morto negli ingranaggi del capitalismo”. Ma è Alberto che amava la “farfalla granata” Gigi Meroni e i suoi dribbling che bruciavano l’avversario. Alberto che dopo la vittoria sulla Germania in semifinale ai mondiali di pochi mesi prima, era venuto in reparto ubriaco. Alberto il geloso e le sue passeggiate con la moglie per via Roma. Alberto il figlio del Pci di Barriera di Milano. Alberto che amava Battisti e i Beatles. Alberto che aveva sempre la forza di parlare anche durante i turni più duri e che riusciva a canticchiare “chi non lavora non fa l’amore” che aveva appena vinto a San Remo.

Qui scelgo. Non voglio essere come Alberto.

Non voglio dare l’esempio e spiegare che i comunisti devono sempre dare l’esempio. Che devono lavorare di più e mostrare che sono la parte migliore della società. Non voglio aspettare di morire in questa parte d’inferno. Qui scelgo. In mezzo a questo fiume di parole. Voglio vendetta per Alberto.

Voglio riprendermi tutto. Ma senza i compagni di reparto, senza Clelia e i gruppetti, senza Ettore e la sua attesa dei tempi maturi, e senza Dante e il mito del grande partito clandestino.

Non voglio vedere nessuno. Clelia mi lascia. Anzi si prende un periodo per capire.

Ma io non sento niente.

E lascio la Fiat: voglio iniziare a diventare inferno, io.

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