Yasmin Incretolli – Mescolo tutto

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Sacre parole di sangue

recensione di Filippo Polenchi

dal numero di settembre 2016

Yasmin Incretolli
MESCOLO TUTTO
pp. 128, € 9.90
Tunué, Latina 2016

Yasmin Incretolli - Mescolo tuttoQuando la ferita si apre il buio riceve illuminazione. Dall’opacità del derma alla rivelazione. È un’operazione mistica, da liturgia del sangue e della visione. «Ho bisogno di vomitare, d’uccidermi solo un po’: imbrogliare la morte. (…) Bramo il ribollio d’un acceso colore sulla carne». Sono queste le parole di Maria, diciannove anni e voce narrante di Mescolo tutto, menzione speciale alla XXVIII edizione del Premio Calvino con il titolo originario di Ultrantropo(rno)morfismo. Sono questi i chicchi di rosario di una periferia romana brutalizzata da filtri oltraggiosamente scuri, grevi, saturi. Maria vive con la madre redneck e promiscua, è molestata da quasi tutti i rappresentanti maschili, ma soprattutto è afflitta da «sindrome da autolesionismo ripetuto». Il suo corpo è attraversato da tagli, cicatrici, ferite cauterizzate come graffi per una semiologia del dolore. Maria è la mappa vivente di una geografia dello strazio, dell’autopunizione, anche se – come ci tiene a precisare lei stessa – «l’atto in sé d’autodanneggiarmi non si collega a mere indagini licenziose». Se l’abbrivio sessuale è tenuto alla larga dalle lacerazioni della protagonista certo non lo è dalla funambolica disinvoltura nell’immergersi in avventure da «mucchio selvaggio». È paradossalmente da questa indifferenziazione che Chus, il ripetente sudamericano e teppista appena trasferitosi in classe di Maria, sembra promettere una fuga. Naturalmente le cose non andranno secondo i piani e Maria dovrà mettersi in cammino, fra gang(bang) di viziatelli dionisiaci, ebbrezze orgiastiche e dolorose prese di coscienza. Non ci si lasci ingannare da questa apparente struttura di road book di formazione: il nuovo romanzo dell’interessante collana di narrativa di Tunué (collana diretta dallo scrittore Vanni Santoni: suo l’imprinting di ricerca linguistica e stilistica nelle opere finora pubblicate, sua la volontà di rendere questa collana, più che la costola di una casa editrice giovane, una factory), questo Mescolo tutto, è anzitutto una partita con la rappresentazione del sacro.

Una mistica linea d’ombra

Io mescolo tutto si chiamava la performance di Gina Pane del 1976, citata anche in epigrafe. Fotogrammi di autodanneggiamento a mezzo di lametta. Il corpo dell’artista offerto al rigor mortis della lastra fotografica. Come in quell’action painting della ferita anche nella storia di Maria (Maddalena?) c’è la recrudescenza di una sacralità. «L’autolesionismo: unico fedele salvavita cui aggrapparsi quando vengo colta da sensazione d’asfissia. Il dolore fisico non si limita ad anestetizzare l’interiore, ricama patina membranosa, impercettibile area priva di accesso a terzi: il proprio regno, la propria sinagoga».

Mescolo tutto

In questa crosta di sangue rappreso, nella mostruosità della pelle di serpente in flagrante mutazione (anche nel precedente titolo della casa-madre di Latina, Dalle rovine di Luciano Funetta, si addestravano serpenti) santa Caterina da Siena incontra William Burroughs. Ma sei gradi, e non di meno, separano Incretolli dal padre spirituale (nel senso di spirits, alcolici) della beat generation. Troppo bebop il primo, dalla sintassi slogata, troppo politico per essere accostato a Yasmin Incretolli, la quale semmai adopera moduli da primitivismo culturale, come se soltanto nell’immaginario sacro e violento dei mistici potesse trovare il linguaggio più adatto per raccontare la propria «linea d’ombra». Infatti, cos’è il sangue che stilla dalle sue effrazioni epidermiche se non un inchiostro speciale, la deflagrazione di uno stile personalissimo?

Ed è proprio in questo circuito fra antropologia e letteratura che la narrativa di Tunué sembra allestire il proprio programma editoriale. Da Lo scuru (di Orazio Labbate, 2014) fino a A pietre rovesciate (di Mauro Tetti, 2016) questi romanzi sembrano imboccare una strada magica e lunare. Altro che il bebop politico di Burroughs e tutti i beat; qui incantesimi e sortilegi che potrebbero benissimo provenire dai cataloghi di Ernesto De Martino trovano una lingua perfetta nell’ossessiva percussione elettrica dell’hiphop, preghiera pagana da bassifondi. «Procurando lesioni al corpo, recito preghiere mnemoniche a scopo d’anamnesi fondamentale della sopravvivenza terrena. Mi guarisco, mi disintossico da me stessa». Mescolo tutto è l’ultimo reperto di un lavoro che titolo dopo titolo sembra imboccare questa strada di esorcisti e storia. Dietro una comunissima vicenda di formazione e amore giovanile c’è l’esplorazione speleologica – di fatto le ferite sono spelonche claustrofobiche nelle quali avventurarsi – di una parola perduta nel passato, come se per raccontare l’oscura febbre della giovinezza, vibrante a 130 battiti-per-minuto, l’unico modo fosse recuperando stilemi e pose di passata provenienza, siano essi provenienti dalla body-art di Gina Pane o da qualche oscura giaculatoria. Così ogni taglio – solo a questo somiglia il cut-up di Burroughs – è una parola donata agli altri, una sacra parola di sangue.

filippo.polenchi@gmail.com

F. Polenchi è redattore editoriale

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