Musei e identità nella Berlino del XXI secolo

Chirurgia della memoria

di Stefano de Bosio

Camminar guardando, 40 – dal numero di gennaio 2017

La Berlino contemporanea mostra come poche altre città il ruolo centrale riconosciuto al museo come luogo della memoria storica e motore della costruzione identitaria, dei suoi valori e delle sue aspirazioni.
Negli anni novanta, la riunificazione tedesca ha significato per Berlino l’avvio di un radicale ripensamento della sua forma urbana, motivata dalla nuova funzione di capitale federale in seguito al collasso della Repubblica democratica tedesca. Compresa nel dopoguerra nell’area di Berlino Est, la Museumsinsel, l’Isola dei Musei, si è ritrovata nuovamente nel cuore della città unificata, nonché al centro delle politiche culturali berlinesi. Il restauro e la rifunzionalizzazione del Neues Museum (il Nuovo Museo, costruito a metà Ottocento e così denominato per distinguerlo dall’Altes Museum, eretto a poca distanza nel 1820-30 da Karl Friedrich Schinkel) è divenuto uno dei simboli dell’azione di rinnovamento dei musei berlinesi. Con un intervento conclusosi nel 2009, l’architetto inglese David Chipperfield ha saputo magistralmente cucire insieme le parti dell’edificio sopravvissute ai pesanti bombardamenti della seconda guerra mondiale, con i fori causati dai proiettili lasciati a vista nei muri, e i nuovi spazi destinati a esporre le raccolte preistoriche e, in particolare, egiziane, tra cui il celeberrimo busto policromo della regina Nefertiti.

Il rinnovamento del Neues Museum si inscrive entro un più ampio progetto riguardante nel suo insieme l’Isola dei Musei, dal 1999 iscritta nella lista dei siti Unesco. Già conclusi nel Bode Museum e nella Alte Nationalgalerie, i lavori attualmente interessano il Museo di Pergamo, sede dell’altare ellenistico proveniente dalla città anatolica. Un corridoio battezzato “passeggiata archeologica” avrà lo scopo di collegare i vari musei presenti sull’isola, in un percorso sotterraneo che intende dar corpo alla visione, certo non scevra da un certo facile sensazionalismo, di un “Louvre sulla Spree”.

BerlinoMa ad attirare anzitutto l’attenzione del visitatore odierno che giunge sull’Isola dei Musei è indubbiamente il cantiere mastodontico del futuro Humboldt Forum. Nel nome si legge l’omaggio ad Alexander e Wilhelm von Humboldt, figure eclettiche di esploratori, linguisti, storici e politici, figure di spicco della scena culturale tedesca del primo Ottocento. In costruzione dal 2013 e con completamento previsto nel 2019, l’Humboldt Forum è nei fatti una ricostruzione del palazzo reale degli Hohenzollern, dinastia a cui sono state legate le sorti della Prussia prima e della Germania poi. La circostanza non ha mancato e non manca di suscitare un acceso dibattito intorno all’opportunità di una simile costruzione, nonché sulla visione stessa che tale istituzione intende veicolare. Se da un lato la scelta di ricostruire il palazzo reale si pone in continuità con un’assai nutrita serie di ricostruzioni postbelliche ispirate al principio “com’era, dov’era” (tra le più evidenti, a Berlino, il castello di Charlottenburg), l’iniziativa mostra al contempo scopertamente le premesse politiche e ideologiche che la animano. La costruzione dell’Humboldt Forum ha infatti anzitutto comportato l’abbattimento del Palazzo della Repubblica, dal 1976 al 1989 sede del parlamento della Repubblica democratica tedesca. Il nuovo Forum, la cui costruzione è affidata all’architetto italiano Franco Stella, è destinato a ospitare le collezioni di arti extra-europee dei musei berlinesi, in particolare asiatica e africana, presentate con l’intento – viene affermato – di promuovere un dialogo interculturale. A riprova dell’importanza anche mediatica attribuita al progetto vi è la scelta di chiamarne alla direzione Niel McGregor, deus ex machina del rilancio del British Museum di Londra.  La scelta di destinare all’Isola dei Musei le collezioni africane e asiatiche è destinata peraltro a modificare il panorama delle istituzioni museali berlinesi. Tali raccolte, infatti, avevano fino a oggi rappresentato il nucleo del polo museale della zona di Dahlem, sobborgo residenziale di Berlino che con la divisione postbellica della città tra le forze alleate era stato investito di una nuova centralità. Ora i musei di Dahlem si trovano a dover ripensare la loro funzione, con altri nuclei delle loro collezioni, tra cui l’attuale Museo delle culture europee, destinati ad assumere un nuovo ruolo.

Se il futuro Humboldt Forum è (forzosamente) chiamato a interpretare l’aspirazione tedesca a presentarsi tra i protagonisti della scena culturale globale, è notizia dell’autunno 2016 l’assegnazione agli architetti svizzeri Herzog e de Meuron della realizzazione di un nuovo museo dell’arte del Novecento, in primis tedesca. L’edificio è destinato a sorgere al centro del Kulturforum, uno dei poli della Berlino contemporanea, sviluppatosi anch’esso negli anni cinquanta e sessanta del Novecento dalla necessità di dotare Berlino ovest di nuove istituzioni culturali. Di questa volontà sono eredità la straordinaria architettura dagli accenti espressionisti della Philarmonie, progettata dal tedesco Hans Scharoun, e le forme in puro Movimento Moderno della Neue Nationalgalerie di Mies van der Rohe, dal 2015 chiusa per lavori di adeguamento affidati anche in questo caso a Chipperfield.  Il progetto di un nuovo “museo del Novecento” volto a consentire l’esposizione di una più ampia parte delle collezioni moderne dei musei berlinesi nonché di significative recenti donazioni di privati, diventerà necessariamente uno dei luoghi della riflessione sul tema della memoria e dell’identità tedesca. Resta infatti tuttora presente la difficoltà a rapportarsi con la produzione figurativa promossa dal nazionalsocialismo, con gli anni trenta e quaranta del Novecento che rappresentano una sorta di rimosso nella storia artistica tedesca. “Gli anni neri: storia di una collezione, 1933-1945”, titolo della mostra tenutasi nell’inverno 2015 alla Hamburger Bahnhof, sempre a Berlino, ha provato a impostare su nuove basi alcune articolazioni di una narrazione storica più comprensiva, in cui figurazione di regime e “arte degenerata” sono presentate districandone i complessi portati etici e politici ma anche estetici e storici, esponendo per la prima volte diverse opere conservate nei depositi dei musei statali.

BerlinoNella primavera del 2015 un’altra mostra berlinese si è interrogata in modo cogente sul rapporto che nei musei esiste tra opere esposte e conservate nei depositi. La mostra al Bode Museum intitolata “Il museo scomparso” si concentrava sulla sorte tragica di un deposito sui generis, figlio della precarietà dei convulsi anni conclusivi della seconda guerra mondiale. Nel bunker in cemento armato sorto nel quartiere berlinese di Friedrichshain erano stati ricoverati oltre quattrocento dipinti e sculture col fine di sottrarli ai pericoli dei bombardamenti. Negli ultimi giorni di guerra del 1945, un incendio le cui cause restano ad oggi ignote decreta la scomparsa di opere di Botticelli, Caravaggio, Rubens e Zurbarán. Parimenti, degli oltre due milioni di oggetti sottratti alle collezioni berlinesi dalle truppe dell’Armata rossa, solo un milione e mezzo circa sono stati restituiti negli anni cinquanta e sessanta e proprio la mostra del 2015 ha ad esempio consentito di rinvenire nei depositi del museo Puškin di Mosca oltre cinquanta sculture ritenute perdute, tra cui un San Giovanni Battista bronzeo di Donatello. La mostra al Bode Museum rifletteva intorno al tema delle perdite da molteplici punti di vista, mostrando ad esempio i due unici frammenti combusti superstiti di una Pietà praghese del primo Quattrocento, mettendo a confronto la versione restaurata di un bassorilievo di Antonio Rossellino, frantumatosi a causa del calore nel rogo del bunker di Friedrichshain, con il calco in gesso che, secondo una pratica all’epoca consueta, era stato tratto dall’originale nel primo Novecento, spingendosi così a interrogarsi sulle pratiche del restauro integrativo e sul concetto di originale e copia. Alle pareti delle sale trovavano posto gigantografie delle fotografie inventariali delle opere andate perdute, collocate entro le cornici dorate originali, monito singolare al ricordo di opere troppo spesso scomparse anche dalla memoria degli studi a causa della loro distruzione. In questa mostra popolata di larve e di fantasmi a emergere con prepotenza erano non solo la natura fragile del corpo delle opere  ma anche le pratiche complesse di una chirurgia della memoria. Un tema, quest’ultimo, che a vari gradi può considerarsi distintivo della cultura tedesca contemporanea.

stefano.debosio@fu-berlin.de

S de Bosio insegna storia dell’arte moderna alla Freie Universität di Berlino