SalTo30: Amitav Ghosh e il cambiamento climatico nell’epoca della grande cecità

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Il bisogno di storie consapevoli

di Leonardo Nolé

Amitav Ghosh - La grande cecitàIl 17 marzo del 1978 la città di Delhi viene colpita da un ciclone particolarmente violento, che distrugge la parte settentrionale della capitale indiana e causa almeno 30 morti e oltre 700 feriti. Molti abitanti sono colti alla sprovvista, impreparati di fronte alla furia dell’acqua e del vento, e soltanto alcuni riescono a trovare un riparo di fortuna. Tra loro c’è Amitav Ghosh, all’epoca studente universitario e giornalista part-time poco più che ventenne, che resta intimamente colpito da quest’esperienza di impotenza e devastazione. Curiosamente, però, nessuno dei successi letterari che lo rendono oggi uno dei maggiori scrittori indiani contemporanei, da Il cerchio della ragione alla trilogia della Ibis, passando per Il palazzo degli specchi e il Il paese delle maree, contiene riferimenti diretti a un episodio così importante. Ghosh ne parla soltanto nel suo ultimo saggio, La grande cecità. I cambiamenti climatici e l’impensabile (trad. dall’inglese di Anna Nadotti e Norman Gobetti, Neri Pozza, Vicenza 2017), presentato all’Università di Torino in occasione del Salone del Libro e discusso con Daniela Fargione, Roberto Beneduce e Carmen Concilio. Prendendo le mosse dalla sua esperienza personale, Ghosh denuncia uno dei grandi fallimenti della letteratura contemporanea, descritta come refrattaria al racconto del cambiamento climatico e complice di un’azione di sottovalutazione collettiva che alimenta l’epoca della “grande cecità”.

Educazione umanistica verso educazione ambientale

Secondo lo scrittore indiano, il fattore principale che impedisce alla letteratura “seria” di occuparsi delle tematiche ambientali, relegandole alla saggistica e alla narrativa fantascientifica, è soprattutto di tipo culturale. “Il termine ‘studi umanistici’”, ha notato Ghosh durante l’incontro torinese, “ci indica che al centro deve essere messo l’umano, che si definisce soprattutto in funzione della sua libertà dal mondo naturale”. Inevitabilmente, l’influenza di questa educazione umanistica si riflette anche sul racconto dei grandi eventi del nostro tempo, in cui il destino umano appare sempre più urgente di quello ambientale. Per esempio, “molte delle primavere arabe”, ha spiegato l’autore, “sono state causate anche da problematiche legate alla siccità, ma gli intellettuali si rifiutano di parlarne per non sminuire l’importanza del gesto umano”. Lo stesso vale per le migrazioni: come dimostrano gli accordi internazionali, oltre che il sentire dell’opinione pubblica, coloro che fuggono da guerre e oppressioni sembrano meritare più tutele dei profughi ambientali. “Alla base di tutto questo”, ha ribadito Ghosh, “c’è un problema di educazione e di immaginazione”. È così che la crisi climatica diventa anche una crisi culturale.

Amitav Ghosh

Foto Claudio Cravero

Distruzione di linguaggi e parole nuove

Nonostante l’impegno di un ristretto manipolo di autori e autrici, come Barbara Kingsolver, Cormac McCarthy, Doris Lessing e Ian McEwan, solo per restare nell’ambito anglo-americano, la maggior parte degli scrittori contemporanei ignora i fenomeni ambientali o, nel migliore dei casi, ne restituisce un’immagine distorta. La cosiddetta cli-fi (climate fiction), per esempio, si concentra sulla creazione di mondi distopici, devastati da disastri climatici che mettono a repentaglio la sopravvivenza della specie umana. “Queste scritture, accompagnate da una serie di produzioni cinematografiche affini, rientrano nella lunghissima tradizione dei racconti dell’apocalisse”, ha sottolineato Ghosh, “ma nel cambiamento climatico non c’è nulla di spettacolare”. Oltretutto, spostando la narrazione in un futuro più o meno prossimo, si dimentica che gli effetti del cambiamento climatico sono tristemente attuali. “Nel 2012”, ha ricordato l’autore, “l’uragano Sandy ha colpito la città di New York e lo stato del New Jersey, senza che nessuno lo raccontasse”. Al contrario, sostiene Amitav Ghosh, il panorama letterario attuale necessiterebbe di “scritture consapevoli”, interessate a inserire le problematiche ambientali all’interno del racconto condiviso. “Prima della fine degli anni Novanta non si poteva scrivere di cambiamento climatico”, ha sottolineato, “perché non lo si conosceva. Ma oggi un giovane scrittore che voglia parlare del suo tempo non può fingere di non sapere e deve creare una lingua letteraria per confrontarsi con un’epoca completamente diversa”. Non sono più sufficienti, per esempio, le tecniche adottate da alcuni autori del secolo scorso, che per parlare dell’ambiente usavano i “più naturali” dialetti, perché il racconto di fenomeni così complessi richiede inevitabilmente l’utilizzo di termini scientifici, scevri di qualunque poeticità. “Il cambiamento climatico distrugge la lingua così come distrugge il mondo”, ha detto Ghosh. Ecco perché abbiamo un disperato bisogno di parole nuove.

nole.leonardo@gmail.com

L Nolé è dottorando in Letterature comparate e Letterature anglo-americane all’Università di Torino

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