#LibriInTasca: Ta-Nehisi Coates – Tra me e il mondo

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Proteggere il corpo

consigliato da Giuseppe Imbrogno

#LibriInTasca è lo Speciale sul sito dell’Indice che accompagnerà la vostra estate.
Sarà un compagno di viaggio loquace e mai banale, e si comporrà di tanti consigli di lettura suggeriti da voci diverse e penne più o meno note: libri pensati per viaggiatori in cerca di avventure e tomi poderosi per chi poltrisce sotto l’ombrellone. 

Ta-Nehisi Coates
TRA ME E IL MONDO
trad. di Chiara Stangalino
pp. 207, € 16
Codice, Torino 2016

coatesTa-Nehisi Coates è uno scrittore, giornalista, intellettuale quarantenne afroamericano e arrabbiato. Ta-Nehisi Coates è arrabbiato perché rifiuta ogni facile consolazione, ogni narrazione fintamente pacificatoria, ogni ideologia o religione che non facciano i conti con la realtà, col mondo, con la materialità delle vite, la fisicità dei corpi.
Nella sua lunga lettera al figlio quindicenne (ispirata da The fire next time di James Baldwin), una delle prime cose a colpire è appunto l’assenza di qualsiasi tono elegiaco, riferimento metafisico, consolazione religiosa. Coates è un nero ateo e qui siamo lontani anni luce dal gospel. Piuttosto si è vicini all’hip-hop dei Dre, dei Mobb Deep, degli N.W.A., non in termini di stile, ma di poetica: le parole sono armi di decostruzione di massa, strumenti per svelare gli inganni di coloro che hanno bisogno di sentirsi bianchi e, per questo, la scrittura può essere un formidabile mezzo di comprensione.

Diverse sono le vittime di quest’opera di decostruzione: la Religione, il Ghetto (la ritualità della violenza mostrata e agita non sono che sintomi di una costante paura, che non è qualcosa di astratto, ma di estremamente preciso, la paura di poter essere, letteralmente, fermati, prelevati, picchiati, annullati in qualsiasi momento), la Scuola. Devi essere due volte più bravo, dicono generazioni di genitori afroamericani ai figli, ma questo non serve a salvarti. Prince Jones, un compagno di college dell’autore, ha creduto a questa menzogna e questo gli è stato fatale. E così altri come lui: Eric Garner, Renisha McBride, John Crawford, Tamir Rice e ancora Marlene Pinnock e ancora Michael Brown e ancora Trayvon Martin. Nomi e nomi di afroamericani (il libro, giustamente, trabocca di nomi di afroamericani: vittime sì, ma anche scrittori, storici, scienziati, intellettuali), tutti colpevoli per non essere stati in grado di proteggere i loro corpi.

Perché questa, in sostanza, è la sola lezione che Coates vuole trasmettere al figlio: proteggersi, essere responsabili del proprio corpo. Immaginare una lezione diversa vorrebbe dire cadere nella stessa illusione e nello stesso errore di chi deve e vuole sentirsi bianco, credere nel Sogno, ovvero il popolo americano − quello stesso a cui si rivolge Lincoln nel suo discorso di Gettysburg − che è nato e si interpreta come tale proprio sulla scorta del diritto divino a poter disporre dei corpi dei neri: perquisirli, detenerli, pestarli, ucciderli, infine annientarli.
E dei corpi dei nativi americani prima di loro. E dei corpi degli animali. E dell’intero pianeta Terra. Per questi uomini che hanno bisogno di sentirsi bianchi (superiori, puri, separati dal mondo e dalle vite che lo abitano) non c’è salvezza, dice Coates, a meno che essi non decidano, da soli, di cercarla.
Ma non sono solo gli americani a farsi accecare dal Sogno…

G Imbrogno è scrittore

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