#LibriInTasca: Dario Cresto-Dina – Sei chiodi storti

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Una partita di tennis per sfidare Pinochet

consigliato da Fabio Soriente

#LibriInTasca è lo Speciale sul sito dell’Indice che accompagnerà la vostra estate. Sarà un compagno di viaggio loquace e mai banale, e si comporrà di tanti consigli di lettura suggeriti da voci diverse e penne più o meno note: libri pensati per viaggiatori in cerca di avventure e tomi poderosi per chi poltrisce sotto l’ombrellone. 

Dario Cresto-Dina
SEI CHIODI STORTI
pp. 156, € 17
66thand2nd, Roma 2016

Dario Cresto-Dina - Sei chiodi stortiUn’impresa dimenticata, quella raccontata da Dario Cresto-Dina nel suo Sei chiodi storti. Il 1976 non è un anno facile per l’Italia: la piaga del terrorismo neofascista dilaga, così come l’attività criminale delle Brigate Rosse; la VI legislatura ha visto in soli quattro anni il succedersi di ben sei governi e tre presidenti del Consiglio diversi. Il consenso della Democrazia Cristiana si è assottigliato sempre di più, mentre acquista vantaggio il Partito Comunista Italiano. È l’anno del «compromesso storico», risultato del dialogo tra Aldo Moro ed Enrico Berlinguer, con la formazione di un governo guidato da Giulio Andreotti e appoggiato dal PCI, una situazione tutt’altro che solida. Il quadro politico su cui Cresto-Dina dipinge la vicenda sportiva degli azzurri è dettagliato e mette il lettore di fronte a una questione molto attuale.
In situazioni di estrema tensione politica e sociale, lo sport potrebbe normalmente essere una valvola di sfogo, un campo neutro in cui rendere onore all’onestà e al fair play. Eppure la finale di tennis della coppa Davis, storica competizione internazionale di doppio, spacca il paese. A ospitare il match è Santiago, la capitale del Cile. E Il Cile, nel 1976, attraversa uno dei suoi periodi più bui. Sono gli anni della dittatura di Pinochet, a partire dal golpe del ’73: migliaia i desaparecidos, migliaia le vittime. Andare o no a Santiago, per gareggiare contro la nazionale cilena, è una scelta impossibile: da un lato accettare la sfida significherebbe legittimare il sangue versato da un dittatore che proprio negli stadi sportivi rinchiudeva i deportati politici; dall’altro, rifiutarla comporterebbe la vittoria a tavolino dei cileni, una vittoria che, invece di regalare sorrisi al popolo in ginocchio, diventerebbe strumento della propaganda di regime.

Cresto-Dina non dà una risposta alla delicata questione, si limita a riportare la decisione della nazionale italiana di partire per sconfiggere gli avversari e conquistare la Davis, all’ombra degli sguardi biechi dei politici. La squadra Panatta-Bertolucci, nella finale decisiva, sfiderà Pinochet indossando due magliette rosse, come la resistenza comunista, come il sangue del popolo cileno. Tornano a casa con la famosa «insalatiera d’argento», senza alcun giornalista ad accoglierli, Panatta, Bertolucci, Barazzutti e Zugarelli, capitanati da Pietrangeli e dal padre putativo Belardinelli: sono in tutto sei chiodi storti, come quelli che, per scaramanzia, portava in tasca Panatta.

fabio.soriente@aol.fr

F. Soriente è critico letterario

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