#LibriInTasca: Christopher Isherwood – Il signor Norris se ne va

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Un buffo avventuriero antidoto all’assurdo orgoglio di “essere biondi”

consigliato da Giacomo Pontremoli

#LibriInTasca è lo Speciale che accompagnerà la vostra estate sul sito dell’Indice. Sarà un compagno di viaggio loquace e mai banale, e si comporrà di tanti consigli di lettura suggeriti da voci diverse e penne più o meno note: libri pensati per viaggiatori in cerca di avventure e tomi poderosi per chi poltrisce sotto l’ombrellone. 

Christopher Isherwood
IL SIGNOR NORRIS SE NE VA
traduzione di Pietro Leoni
248, 18 €
Adelphi, Milano 2016

IsherwoodDiscepolo di Forster e amico di Auden, fraterno coetaneo ed opposto complementare, l’inglese Christopher Isherwood (1904-1986) è divenuto nel corso del tempo un trasparente classico novecentesco, e uno dei più preziosi testimoni (involontari) della Germania pre-hitleriana in cui sono ambientati i suoi romanzi maggiori. Più del celebre e bellissimo Addio a Berlino, il suo capolavoro è Il signor Norris se ne va (stupendo titolo tipicamente isherwoodiano), scritto a trentun anni nel 1935. A far da contraltare all’ilare malinconia del narratore William, ribelle alla sua classe e alla sua famiglia e capace di restituire con il riflesso della sua passività cortese l’ambiguo fragore caotico della Repubblica di Weimar, è il buffo avventuriero Norris, che attrae il giovane straniero nella festosa notte tedesca dov’è coinvolto in sinistre operazioni destinate a sopraffarlo. L’occhio freddo, immobile e scrupoloso di William non può che restituirlo con costernazione: Norris è disastroso, rumoroso, goffo; i suoi vizi sono comici e scomposti; e le sue disonestà sono così clamorose, puerili, scoperte e fallimentari, da determinare nel narratore l’altalenarsi tra lo spaesamento, la condanna e la risata affettuosa, secondo una dinamica spossante di balia-e-furfante dove le età sono pedagogicamente invertite. Ma ad impedire la rottura è proprio l’inettitudine di Norris, in cui William coglie un segno di incompatibilità con l’abietta efficienza, il conformismo mortale e l’immane violenza che si stanno prospettando in Europa (fulminati da Isherwood nella formula incantevole e straziante, perfetta chiave del suo stile, sul pervasivo assurdo orgoglio di “essere biondi”).

Alieno da ogni retorica, mite antidoto all’ideologia del genio o del vate, sotto la prosa semplice e calibrata di Isherwood c’è un segreto complesso di inferiorità verso la convenzione degli artisti dell’epoca, con i loro lampi e scarti inauditi. Il risultato puntuale è una scrittura che aderisce alla realtà degli umani e dei contesti con un effetto di vividezza e di onestà tra i più veri del secolo, e che in Italia avrà un erede nello stile doloroso di Piergiorgio Bellocchio (non a caso autore di un mimetico saggio su di lui). Autoironicamente biografico nei suoi protagonisti, la sua idiosincrasia per l’imprevedibilità, felice cemento delle vere avventure, fonda il carattere dissenziente e logico del suo sorridente aplomb giudizioso e scettico. E la sua virtù dell’attenzione è quella tanto acuta quanto consapevolmente circoscritta a ciò che è immediato, concreto e apparente. Ma è l’autoconsapevolezza la principale ricchezza di Isherwood. La sua fiera libertà di giovane adulto lontano da casa non lo illude; e la scena più bella de Il signor Norris se ne va è quella in cui William, ascoltando con ammirazione esaltata e invidiosa solitudine un comizio comunista contro Hitler, si sente “un vile rinnegato” della sua classe, ingiustamente oscillante e separato mentre la Storia degrada all’orrore e al male.

G Pontremoli è critico letterario

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