Elizabeth Kolbert – La sesta estinzione

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Quante specie perdiamo all’anno? 

recensione di Telmo Pievani

Elizabeth Kolbert
LA SESTA ESTINZIONE
Una storia innaturale
ed. orig. 2014, trad dall’inglese di Cristiano Peddi, pp. 377, € 20
Neri Pozza, Vicenza 2014

Grandi evoluzionisti ed esperti di biodiversità come Edward O. Wilson e Niles Eldredge lo avevano scritto vent’anni fa: considerando i ritmi vertiginosi di scomparsa delle specie indotti dalle attività umane negli ultimi secoli, la biosfera sta attraversando un’“estinzione di massa”, cioè una catastrofe su scala globale. Per la precisione la sesta estinzione di massa, dato che nel lontano passato geologico se ne sono registrate almeno cinque, le cosiddette Big Five, grandi ecatombi causate da super-eruzioni vulcaniche, da oscillazioni climatiche e cambiamenti nella composizione dell’atmosfera, da impatti di asteroidi sulla terra, o da un intreccio di questi fattori. L’ultima è quella che 65 milioni di anni fa spazzò via buona parte dei dinosauri (tranne uno sparuto drappello che si è poi evoluto negli uccelli) e quasi due terzi di tutti gli altri esseri viventi. Per velocità di impatto e mortalità (sostennero Wilson e colleghi) l’estinzione prodotta dall’uomo oggi non ha nulla da invidiare alle precedenti.

La tesi era fondata su statistiche imprecise e molti l’accolsero come una provocazione esagerata, un cedimento al catastrofismo. Nel 2011 accade però che un team internazionale di Berkeley, guidato da Anthony D. Barnosky, verifica le stime di estinzione, integra dati paleontologici e attuali, considera tutte le cautele del caso e giunge a una conclusione, pubblicata su “Nature”, alquanto preoccupante: la sesta estinzione di massa non è ancora in corso, ma ci manca poco e stiamo facendo di tutto per arrivarci.

Da allora le rilevazioni non hanno fatto altro che confermare questo trend negativo. Secondo i più raffinati calcoli del gruppo di Rodolfo Dirzo, del dipartimento di biologia di Stanford, gli impatti umani sulla biodiversità animale sono diventati oggi una forma di cambiamento ambientale globale che ben presto avrà ripercussioni sulla nostra salute. L’analisi (pubblicata su “Science” nell’estate scorsa) questa volta non riguarda solo la scomparsa di intere specie, ma anche gli andamenti locali delle popolazioni negli ultimi decenni. Più di trecento specie di vertebrati terrestri si sono estinte dal 1500 a oggi, altre centinaia sono in via di estinzione (circa un terzo del totale) e per tutte, mediamente, si assiste a un calo del 28 per cento nelle popolazioni. Va ancora peggio per gli invertebrati, due terzi dei quali hanno subito un declino del 45 per cento nella loro abbondanza negli ultimi quarant’anni. Gli insetti, per noi icona di diversità e di resistenza, si associano al crollo: un terzo sono in calo; farfalle e falene sono diminuite del 35 per cento; per api e coleotteri va anche peggio.

Elizabeth Kolbert - La sesta estinzione - PANDAPerdiamo complessivamente ogni anno dalle 11.000 alle 58.000 specie, concentrate soprattutto nelle regioni tropicali. Estinguiamo specie che nemmeno abbiamo fatto in tempo a classificare. Il raggelante termine tecnico coniato per questo fenomeno è “de-faunazione dell’Antropocene”: stiamo “de-faunando” il pianeta. Entra così nel gergo scientifico ufficiale il nome finora informale di Antropocene, dato all’epoca “geologica” attuale in cui una specie sola, Homo sapiens, è riuscita in una manciata di secoli ad alterare la composizione gassosa dell’atmosfera e a trasformare la superficie del pianeta. Questa storia di scienza, e di previsioni pessimistiche troppo a lungo ignorate o rimosse, è adesso raccontata in modo appassionante e documentato dalla giornalista del “New Yorker” Elizabeth Kolbert, in La sesta estinzione. Una storia innaturale. In tredici capitoli ben scritti, ciascuno dedicato a una specie estinta o a rischio di estinzione (l’ultimo è dedicato a Homo sapiens e alle sue speranze), l’estinzione dell’Antropocene prende corpo come un modello realistico. Le cause della sesta estinzione di massa sono molteplici e le conosciamo bene (non abbiamo alibi). Interagiscono fra loro i seguenti fattori: la deforestazione e la frammentazione degli habitat (quasi tutti i grandi mammiferi hanno perso mediamente la metà del loro spazio geografico naturale); la diffusione di specie invasive tramite viaggi e trasporti; la crescita della popolazione umana; l’inquinamento da attività agricole e industriali; lo sfruttamento intensivo attraverso la caccia e la pesca. Un cocktail micidiale per le faune e per le piante. A queste cinque attività antropiche bisogna ora aggiungere gli effetti pervasivi del riscaldamento climatico, che cominciano a farsi sentire in particolare sugli uccelli migratori. I fattori poi si moltiplicheranno a vicenda, perché un pianeta con meno biodiversità, dominato da poche specie opportuniste e infestanti che hanno perso i loro predatori, è a sua volta più vulnerabile.

Ma perché dovremmo impegnarci nella conservazione di un insetto, di un verme nematode o del plancton? Il dibattito è aperto da anni. Molti scienziati pensano che la biodiversità abbia un valore in sé: estetico, emotivo, etico. È la nostra casa, è un bene comune da difendere e non ha prezzo. Alla domanda “che fare?” altri rispondono invece che quelli ambientali sono interventi costosi e in tempi di crisi è irrealistico pensare di intervenire per salvare ogni creatura in pericolo e ripopolare foreste e savane. Non a caso i temi ambientali da qualche anno sono finiti nell’ultima pagina dei giornali. Il calcolo economico andrebbe però rivisto, poiché dalla biodiversità dipende la salute degli ecosistemi, e dagli ecosistemi derivano beni e servizi che sono essenziali per la nostra sopravvivenza e gratuiti (dispersione dei semi, cicli dei nutrienti, fertilità dei suoli, decomposizione, qualità dell’acqua e dell’aria).

Elizabeth Kolbert - La sesta estinzione - FARFALLEUn esempio fra tanti: il 75 per cento delle colture alimentari del mondo dipende da insetti impollinatori. In quanto mammiferi di grossa taglia, ci commuoviamo giustamente dinanzi all’estinzione di tigri, rinoceronti e panda, ma è la silenziosa moria degli invertebrati e delle microfaune invisibili a occhio nudo a doverci preoccupare ancor di più. Dai più carismatici come leoni ed elefanti (il cui tracollo procede a velocità drammatica) a una minuscola ranocchia (gli anfibi sono i più sensibili, con il 41 per cento di specie minacciate), la perdita complessiva di animali altera la struttura e le funzioni degli ecosistemi dai quali dipende il nostro benessere. Intervenire dopo sarà molto più dispendioso, anche secondo i parametri dell’economia miope e predatoria che oggi predomina a livello internazionale.

Le estinzioni di per sé non sono necessariamente un male. Anzi, sui tempi lunghi, liberano spazio ecologico per altri. Il tempo profondo insegna che l’estinzione di massa dei dinosauri fu una straordinaria occasione per i mammiferi, che ereditarono il pianeta e si diversificarono in nuove forme, compresi i primati e fra loro Homo sapiens. Siamo i figli della fine del mondo degli altri. Ora rischiamo di creare le stesse condizioni critiche di allora e in questo modo di mettere a repentaglio la nostra stessa sopravvivenza. Le estinzioni di massa si portano via deboli e forti in egual misura. L’impegno ecologico non è soltanto quello di “salvare la natura”, ma di decidere se vogliamo che la natura continui a essere ospitale per noi e per le generazioni future.

È un paradosso la cui soluzione è resa ardua da due ostacoli, uno politico e uno psicologico: la difficoltà di coordinamento e l’incapacità di lungimiranza. Una singola nazione può fare poco, se quelle attorno non collaborano. Le dinamiche ecologiche non rispettano i tempi stretti delle campagne elettorali e del consenso, ma potrebbero poi presentare il conto senza preavviso. Se non vogliamo lasciare il pianeta più povero di come lo abbiamo trovato, una buona pratica di salvaguardia messa in opera oggi darà i suoi frutti fra un paio di generazioni. Certo, non è facile investire denaro e prendere un impegno etico a favore di qualcuno che ancora non esiste, ma bisognerà armarsi di immaginazione e provarci. Tutto sommato potrebbe essere un modo intelligente per differenziarci, 65 milioni di anni dopo, dai dinosauri.

telmo.pievani@unipd.it

T Pievani insegna filosofia della biologia all’Università di Padova

Perdita irreversibile di un patrimonio genetico: anche Paolo Gabrielli ha commentato La sesta estinzione sul numero di marzo 2015.

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