Helena Janeczek – La ragazza con la Leica

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La biografia della gioia di vivere


recensione di Beatrice Manetti

dal numero di gennaio 2018

Helena Janeczek
LA RAGAZZA CON LA LEICA
pp. 330, € 18
Guanda, Milano 2017

Helena Janeczek - La ragazza con la LeicaLa “ragazza con la Leica” che dà il titolo al nuovo romanzo di Helena Janeczek è Gerda Taro, nata Gerta Pohorylle: una jeune fille intelligente e spregiudicata della borghesia ebraica di Stoccarda, cospiratrice antinazista a Lipsia e a Berlino per amore di un uomo e della libertà, grande fotografa a Parigi per merito e a fianco di un profugo ungherese che deve alla sua immaginazione l’invenzione del nome d’arte col quale è universalmente conosciuto – Robert Capa –, morta a Brunete sotto un carro armato alla fine di luglio del 1937, ad appena ventisette anni, mentre documentava la caduta della Spagna repubblicana. Il suo volto sfrontato e malizioso, il suo talento felino per la vita, la sua civetteria, la sua tenacia e il suo coerente trasformismo riempiono ogni pagina del libro, ma arrivati alla fine si può dire di lei solo una cosa: Gerda Taro non esiste. È paradossale che un romanzo biografico, frutto di una lunga e minuziosa documentazione testimoniata dai ringraziamenti in calce, trasformi in un fantasma inafferrabile proprio la sua protagonista. Eppure la sua autrice ha scelto consapevolmente di raccontarla così. Come un motore invisibile, un catalizzatore di destini altrui, una raffica di vento improvvisa, vivificante, fugace e imprendibile: “Era la gioia di vivere. Qualcosa che esisteva, si rinnovava, accadeva ovunque, prima a Lipsia e poi a Berlino: nella Pension non lontana dal suo studentato, nella camera affittata dietro l’Alexanderplatz presso la vedova di guerra Hedwig Fischer e, infine, sulla branda di Max e Pauline, detta Pauli, in pieno Wedding”.

Tre protagonisti

Come si scrive la biografia della gioia di vivere? Non con un ritratto a tutto tondo, neppure con un’elegia generazionale, meno che mai con un affresco storico. Helena Janeczek lo ha fatto con un po’ di tutto questo, intrecciato però alla memoria privata dei tre veri protagonisti del romanzo. Tre testimoni parziali, coinvolti, inattendibili, di una vita che ha incrociato le loro, sfuggendo di mano anche a loro: il primo è il dottor Willy Chardack, ebreo tedesco come Gerda e come Gerda rifugiato a Parigi dopo la salita al potere di Hitler, che una domenica mattina del 1960, mentre passeggia nei tranquilli sobborghi di Buffalo, New York, è assalito dall’apparizione di una giovane donna in “calze di pizzo e scarpe di una gradazione poco più scura, l’abito colore avorio (…) i capelli castani (…), una distesa di epidermide appena ambrata”, che si specchia nella vetrina di un negozio di Stoccarda e che sotto i suoi occhi adoranti e sbigottiti diventa in pochi anni un soldato temerario armato soltanto della propria macchina fotografica; la seconda è l’exmodella Ruth Cerf, alla quale il ricordo di Gerda fa visita una plumbea mattina parigina del 1938, alla vigilia della sua partenza per la Svizzera con il marito; il terzo chiamato a “deporre” è Georg Kuritzkes, che nella stessa domenica di Willy Chardack, ma dall’altra parte dell’oceano, vagabonda a bordo di una Vespa alla periferia di Roma in cerca di un amico fotografo e di un passato liquidato dalla storia.

Di Gerda Taro, i due uomini sono stati amanti più o meno passeggeri; ora hanno un filo di pancia, occhiali da vista, uno una moglie l’altro nessuno, entrambi un lavoro prestigioso, utopie fallite, ricordi indisciplinati, il mite disincanto degli apolidi. La donna è l’amica del liceo che con Gerda ha condiviso l’adolescenza e i primi amori, una stanza d’albergo e un aborto, e che nel 1938, nell’atelier Robert Capa, sviluppa negativi, cataloga “le immagini di quella guerra perduta” e sorveglia la carriera in ascesa e il lutto declinante del titolare. Nell’andirivieni delle loro memorie, scandite dalla cronologia interiore del rimpianto o del risentimento, da reticenze e da cortocircuiti imprevedibili, Gerda Taro diventa, più che un personaggio dai contorni definiti, l’oggetto di una nostalgia lunga vent’anni, il rimosso e il precipitato collettivo di una generazione la cui giovinezza è divampata e è andata in cenere negli anni delle dittature europee, della bohème parigina, nell’effimera euforia della vittoria del Fronte popolare e della repubblica spagnola, nel genocidio degli ebrei e nella diaspora degli scampati alla persecuzione.

Affresco corale e ricordo privato

Helena Janeczek lavora da sempre nell’editoria ma scrive un libro ogni sei anni, indifferente alle leggi del mercato editoriale, fedele solo alla necessità di ciò di cui racconta. E nei libri che scrive sa come intrecciare memoria privata e storia collettiva. In Lezioni di tenebra (1997) e nelle Rondini di Montecassino (2010) il trauma di sua madre sopravvissuta ad Auschwitz, le peripezie di suo padre scampato fortunosamente alla Shoah, la sua stessa paradossale genealogia di ebrea nata a Monaco da due ebrei polacchi naturalizzati tedeschi e diventata italiana nella vita e nella scrittura, erano il sasso gettato nello stagno del medio Novecento, i cui cerchi concentrici si allargavano fino ad abbracciare la lunga durata e le contaminazioni globali di un secolo che non ha ancora finito di far pesare la propria eredità.

Nella Ragazza con la Leica quel miracoloso equilibrio tra affresco corale e nodi familiari, tra epica e memoir, che era appannaggio esclusivo della voce dell’autrice, è conquistato solo a tratti, più spesso che altrove nel capitolo dedicato a Ruth Cerf, forse perché l’amicizia tra due donne è più sfaccettata e controversa dell’amore tra un uomo e una donna. Nei due pannelli laterali del romanzo, in cui a parlare e a ricordare sono rispettivamente Willy Chardack e Georg Kuritzkes, la scelta di cedere la parola ai testimoni rimane sempre una strategia ingegnosa ma si rivela anche un azzardo, perché la devozione postuma fa velo alla memoria del primo, “il Bassotto” sedotto e abbandonato nel giro di pochi mesi, che rischia di fare del ritratto di Gerda un santino dell’anticonformismo; e la tentazione didascalica si insinua nei ricordi del secondo, mettendogli in bocca un compendio di storia europea del Novecento, dall’incendio del Reichstag alla crisi del Congo, con lo stridore dei romanzi storici troppo scopertamente programmatici.

Ma nel capitolo finale, che riprende nell’impianto quello d’apertura e che vale da solo tutto il libro, la voce è proprio quella, inconfondibile, di Helena Janeczek: intima, potente, avventurosa, capace di partire da un dettaglio – due fotografie di Gerda Taro e Robert Capa seduti a un tavolo del Café du Dôme – per scandagliare le pieghe di una relazione troncata troppo presto per essere davvero decifrabile, di seguire una valigia di fotografie da un capo all’altro del mondo insieme alle vite di chi le ha scattate e di chi le ha salvate, e infine di concedersi la prima persona, risalendo di colpo dalle storie degli altri alla propria storia, con un piccolo coup de théâtre che sigilla il romanzo con l’autobiografia, nella convinzione “che per ritrovare qualsiasi cosa bisogna attingere alla memoria, che è una forma d’immaginazione”.

beatrice.manetti@unito.it

B Manetti insegna letteratura italiana contemporanea all’Università di Torino

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