I rapporti tra partiti e masse: idee a confronto

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Interventi di Aldo Tortorella, Anna Tonelli e Franco Ottaviano

Nell’ambito del primo piano dedicato alla Scuola delle Frattocchie (l’Istituto di studi comunisti del Pci, in attività dal 1944 al 1993) del numero di maggio 2018, abbiamo sottoposto la stessa domanda sulla trasformazione dei partiti nella politica italiana degli ultimi decenni ad Aldo Tortorella, partigiano e deputato del Pci per sei legislature (è stato anche presidente del Pci prima della trasformazione del partito in PDS), Anna Tonelli, autrice del libro A scuola di politica (cfr. “L’Indice” 2018. n.5) , Franco Ottaviano, ultimo direttore della Scuola delle Frattocchie.

Tra i partiti della Costituente e della prima repubblica esisteva un’idea, condivisa trasversalmente, che le masse dovessero essere guidate, e il Pci era il partito in cui la vocazione pedagogica era più forte e strutturata. Oggi sembra che solo seguendo i liberi istinti delle masse o calvalcandoli si crei consenso e si creino i partiti stessi. Riesce a identificare i momenti decisivi di questo ribaltamento totale di prospettiva?

Aldo Tortorella: Questa domanda implica una nozione che a me pare imprecisa di quella che viene definita “vocazione pedagogica” rispetto ai “liberi istinti delle masse”. Fu il “libero istinto delle masse” – assecondato dai bolscevichi – alla pace, alla terra, al potere dei consigli dei soldati e degli operai contro le élite aristocratiche e borghesi, a rendere possibile la rivoluzione d’ottobre. E Lenin capì, come disse, che ci si poteva giovare di quella che chiamò la “distrazione” delle grandi potenze e il bisogno dei tedeschi di chiudere il fronte russo. Qui da noi, nel secondo dopoguerra, la Dc interpretò il bisogno di tranquillità e di ordinato sviluppo dei ceti medi e di una vasta opinione cattolica, oltre che la paura di un comunismo sovietico ricolmo di tragedie. Il Pci interpretò, a sua volta, il bisogno di giustizia sociale che si diffondeva prepotentemente insieme allo sviluppo capitalistico.

Oggi, a portare in alto quelli che vengono chiamati i “populismi” sono le conseguenze pesanti per le classi lavoratrici di una mondializzazione diretta dal capitale finanziario che ha arricchito i pochi e impoverito moltissimi nei paesi avanzati. E, in Italia, pesa la rivolta morale contro un malcostume politico endemico e irrisolto. Erano sentimenti che toccava alla sinistra capire, assecondare e dirigere. Al contrario la maggioranza della sinistra moderata ha disprezzato la questione morale e ha abbracciato il neoliberismo, mentre la sinistra alternativa viveva più di nostalgia che di nuove proposte capaci di interpretare i sentimenti di massa. È la sinistra che ha abbandonato il suo stesso popolo piuttosto che il contrario. La “vocazione pedagogica” non nega ma interpreta bisogni e sentimenti diffusi. Altrimenti non crea egemonia ma cerca di affermare un dominio. E quando la sinistra si dimostra incapace di capire, interpretare e orientare bisogni e sentimenti popolari la destra se ne impadronirà ai suoi fini, sfruttando i giacimenti ancestrali pronti a riemergere come quello della paura per i diversi.


Anna Tonelli: Il momento di cesura può essere rintracciato nel tramonto, e spesso nell’abiura delle culture politiche. Quando viene sbandierato come conquista il dissolvimento della destra e della sinistra e consegnate solo alle ingiallite pagine dei libri di storia esperienze politiche che hanno costruito i pilastri della democrazia, vuol dire che non si riconosce alla politica la vocazione a esprimere pensieri, ideali, linguaggi, chiavi di codificazione della realtà. Sembra un’era preistorica quella rappresentata dal progetto costituzionale che ha visto i partiti mettersi al servizio della democrazia, al di sopra degli interessi particolari e della naturale dialettica fra maggioranza e opposizione.

Ora già la parola partiti evoca per alcuni e anche per una parte dell’opinione pubblica un’accezione negativa, quasi dispregiativa. È un processo che in Italia è iniziato nei primi anni novanta, in seguito agli scandali di Tangentopoli con la conseguente delegittimazione dei partiti tradizionali, ma che poi ha avviato ulteriori accelerazioni e modificazioni con l’avvento dei partiti personali che hanno creato i consensi attorno ai leader e non alla comunità di riferimento. A questo si aggiunge la specificità della società mediatica e della rete dove spesso il diritto di partecipazione viene travisato in nome di una presenza che consente ogni tipo di esternazione, politica e non, sulla quale i movimenti costruiscono e misurano affezione e consenso. Non sono più i partiti a produrre cultura, senso critico, civismo, riconoscimento attorno a valori fondanti, ma le pulsioni della quotidianità ad accreditare movimenti e partiti. E anche a convogliare voti.


Franco Ottaviano: Parto da una considerazione generale: oggi nessuna delle formazioni politiche si nomina “partito”. Unica eccezione il Partito democratico che, nonostante la “rottamazione”, mantiene un esile legame con la sua tradizione. Le parole contano. In questa assenza è già scritto il declino e fine della forma partito che ha caratterizzato il secondo dopoguerra italiano. Il discorso si può estendere ad altre realtà europee. Non si tratta solo della cattiva reputazione dei partiti che dagli anni ottanta arriva alla stagione di Tangentopoli, ma della crisi profonda del modello di partito novecentesco con il bagaglio teorico organizzativo che lo sosteneva, si è trattato di un lungo processo. Uno spartiacque decisivo è l’avvento del maggioritario, anche se i segni premonitori sono molto più lontani. Nei primi anni della Repubblica i partiti sono stati soggetti di formazione: alle loro spalle le culture politiche dell’antifascismo. Il confronto era non solo per il governo del paese ma confronto fra culture, visioni della società, valori. I grandi partiti di massa formavano i loro militanti, i loro “quadri”, alla legittima competizione fra maggioranze e opposizione, e nello stesso tempo educavano il loro popolo alla “democrazia”.

Il Pci è stato senza dubbio il partito che più di ogni altro si è caratterizzato con una articolata strategia pedagogica, come ricostruisce il libro di Anna Tonelli. Un progetto che non riguarda solo Frattocchie e il sistema delle scuole di partito ma va visto nella sua totalità: “Rinascita”, gli Editori Riuniti, l’Istituto Gramsci. Anche se in modo molto diverso anche la Dc, aveva una casa editrice, e numerose riviste di corrente : “Nuove cronache”, “La Discussione”, “La Base”. Partiti educatori in un paese che rinasceva e dopo il ventennio fascista scopriva la democrazia e il pluralismo politico: la lotta politica significava ricostruire economicamente e moralmente il paese e contestualmente formare “cittadini” . Le forme plurime della pedagogia politica erano interne a questa sfida. La prima cesura avviene con la scolarizzazione di massa. Un mutamento di portata eccezionale di cui vorrei limitarmi a sottolineare un dato: tempi sociali e tempi politici entrano in collisione. È la preistoria del Sessantotto: i grandi partiti di massa non assumono il portato di fondo, politico, sociale e di costume di quel sommovimento. Iniziano i germi di un “radicalismo” di massa che scava nell’ opinione pubblica diffusa.

Dopo il Sessantotto la formazione politica non appartiene più solo al sistema politico perché altri attori entrano in gioco: si afferma la “società dello spettacolo”. Bisognerebbe rileggere gli articoli del tempo di Luigi Longo, allora segretario del Pci, e le riflessioni di Aldo Moro sui giovani. Il rinnovamento in quegli anni c’è stato, ma era largamente insufficiente: occorreva, allora, una più forte discontinuità. Con la fine del compromesso storico inizia il declino della prima repubblica. Prima ancora del singolo partito è l’intero sistema politico a entrare in crisi, due logoramenti che si intrecciano. Sul piano del modello di partito il craxismo trasforma il Psi degli anni Ottanta in un partito del leader, un esempio che, nonostante le critiche avanzate, agisce sull’intero sistema. Un ruolo decisivo giocano i mezzi di comunicazione di massa, la funzione che assolve il mezzo televisivo nella costruzione di “personaggi”. Tutta la storia dei partiti è fatta di leader ma da allora quello che prevale è il rapporto diretto con gli iscritti, un rapporto che ne muta la geografia interna: non contano più i comitati centrali o le direzioni. Con Craxi è l’elezione diretta del segretario, nel maggioritario saranno le primarie, la stessa figura dell’iscritto declina. È noto che esiste uno stretto rapporto fra sistema elettorale, forma dei partiti, caratteristiche della loro vita interna e del loro rapporto con l’elettorato.

Nel corso degli anni ottanta si consuma la crisi del proporzionale, il colpo mortale verrà con Tangentopoli. La quasi totalità dei partiti si autodistrugge coinvolto nella questione morale. I partiti diventano comprimari rispetto alle coalizioni che a loro volta trovano la loro possibile compattezza nel leader: il personaggio comanda sull’appartenenza. In Italia a questi dati strutturali si accompagna l’inedito rappresentato da Forza Italia: un movimento con un padre padrone detentore di un potente sistema televisivo e una fitta rete di strutture imprenditoriali. Il discrimine dell’antifascismo scompare. Per conquistare il governo si sdogana il Movimento sociale e la Lega movimento localistico dal forte populismo antimmigrazione. Tutta la prospettiva subisce un mutamento: Pci-Pds-Ds e Pd e forse ancora non è finita; nascono aggregati politici attorno a leader e poi spariscono (Di Pietro, Dini e altri); altri si scindono all’infinito. In realtà il punto più complesso riguarda la sostanziale debolezza, anzi l’inesistenza, di un pensiero politico. In qualche caso se ne possono trovare tracce ma non una visione di futuro, o chiavi di lettura per interpretare la realtà. Impossibile in questo contesto una reale pedagogia, si può parlare al massimo di formazione specialistica, tematica perché tutto è troppo contingente.

Il web comanda, ma un importante strumento di accesso plurale non trova ancora la forma di un’autentica agorà pubblica, solo un confuso affastellarsi di “comunicazioni”. Il personaggio ha la meglio sul pensiero elaborato, i partiti non hanno la forza del progetto, l’elettoralismo vince sull’argomentare. Nessuna pedagogia politica può esistere senza una visione del mondo, della realtà, di una prospettiva. Confesso che oggi vedo più futuro nella pluralità del mondo associativo, del volontariato, dei molti senza voce, uomini e donne che si battono per inventare una nuova “democrazia” , che nelle attuali formazioni politiche, simulacri di partiti. Vista la mia antica esperienza di direttore dell’Istituto Palmiro Togliatti è una confessione molto amara.

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