Davide Manico – La saggezza dei meno due

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La storia che la vita è fatta di salite e discese si fonda su due pregiudizi: il primo è che in alto si stia meglio che in basso; il secondo è che chi sale sia migliore o più determinato di chi scende. Qualcosa non mi torna. 

Vivo in uno di quei monolocali dallo stile minimal, un po’ anonimo ma tutto sommato facile da pulire.

Vivo nello stesso spazio in cui lavoro, con tutto quello che comporta vivere e lavorare nello stesso luogo.

Vivo nello stesso spazio in cui lavorano altri otto. Questo, alle volte, è impegnativo. Non è solo una questione di areazione o di andare d’accordo o meno con i colleghi. È impegnativo perché qualunque sia il peso da affrontare, ce ne prendiamo carico sempre insieme. Per questo penso che, nonostante i nostri nove differenti obiettivi, questo gruppo sia un esempio di eccellenza politica.

Mi chiamo Meno Due e sono un tasto cromato collegato ai sensori di un ascensore. Se mi tocchi, io ti porto al secondo piano interrato, ai box. Pur essendo un indicazione e non un giudizio di merito, quel segno meno prima del numero due, mi ha sempre condizionato. Provate a mettere il segno meno davanti al vostro nome: meno Anna, meno Aldo, meno Tizio, meno Caio. Sentite come suona? È come un invito ad essere meno di quello che si è, una richiesta di riduzione, un appello alla diminuzione dell’essere. Il mio nome evoca una temperatura rigida, un conto alla rovescia interrotto, un debito mai saldato. Ed io non mi sento così. Non sono un numero negativo. Sono un tipo sensibile, touch dicono gli esperti, se mi sfiori mi illumino d’azzurro. So bene dove voglio arrivare e soprattutto so quando è il momento di fermarmi. Nel condominio dove lavoro, funziono più o meno come un taxi. Quando mi spengo vuol dire che il mio cliente è arrivato a destinazione e che tutto è andato secondo i piani. 

Seppure la mia destinazione non sia esattamente un rooftop di Manhattan, non banalizzerei l’importanza dei box auto. Per chi ama lo stile industriale è un vero paradiso; un sofisticato set cinematografico con tanto di infiltrazioni e macchie di salmastro sui muri. I direttori della fotografia venerano i box al meno due: frotte di neon che sfarfallano; un campionario di scarpe che riproducono fedelmente i passi di qualcuno che sopraggiunge, solitamente un malintenzionato; lo stridere di pneumatici sul pavimento, quanto lavoro c’è dietro quelle pernacchie? E poi, chi non ha mai sognato di farsi inseguire in un parcheggio sotterraneo? Chi non ha mai desiderato di riconsegnare una valigetta piena di soldi in un parcheggio sotterraneo? A chi non piacerebbe disinnescare una carica esplosiva tra i pilastri di un parcheggio sotterraneo? 

Non porto solo giù i condomini, io porto alle auto. 

Mi sento complice della loro fuga. Condivido il loro desiderio di andare via, l’elettricità che è tutta nell’attesa di un viaggio più grande, ancora da compiere o di un inizio giornata. La prima tratta di in una giornata è fondamentale. Ho una grande responsabilità. Eppure provo spesso un senso di impotenza davanti a certi inizi. Dal giorno della mia installazione, centinaia di dita mi hanno toccato ed io, da quel contatto, ho imparato a capire se per loro si prospetta una giornata facile oppure no. 

C’è Sara del terzo piano, ad esempio, che ha le mani piccole e calde. Quasi ogni mattina è in ritardo. È una bella ragazza ma da quando è diventata mamma non si guarda più allo specchio. Più è in ritardo e più Enea, il suo marmocchio di tre anni dai capelli rossi, si fissa con la storia dello schiaccio io. Schiaccio io è un orribile gioco che si sono inventate le mamme per responsabilizzare, distrarre e zittire i loro bambini. Schiaccio io! fa Enea quando entra in ascensore. Il problema è che non sa ancora distinguere i numeri e ci mette mezz’ora a capire chi di noi nove tasti deve toccare. Ma non ci vuole un genio a capirlo, sono il numero più in basso, l’unico alla sua portata. Ogni volta che accade, vedo Sara turbata da un sentimento contrastante. Forse da una parte, l’ansia di fare tardi all’asilo e di conseguenza a lavoro e dall’altra il senso di colpa di non aver permesso a suo figlio di pigiarmi e sentirsi anche lui utile all’evoluzione della sua specie. La vedo, mentre si morde le labbra, sul punto di perdere il controllo. È lì che trattiene la voglia di afferrare il figlio per i capelli e martellargli la fronte contro il tasto fino a fargli rimanere il segno -2. Chissà cosa glielo impedisce! Forse il giudizio delle maestre dell’asilo? O le conferenze domestiche sul senso di colpa tenute da sua madre? O i tutorial della sua compagna, quelli su come gestire le emozioni quando hai messo su una famiglia arcobaleno? La compagna di Sara non mi è mai piaciuta. Si fa chiamare mamma da Enea, ma il lavoro sporco per nove mesi lo ha fatto fare a Sara. Bello essere madri con la vagina degli altri. Almeno non farti la dritta! penso. Stai zitta piuttosto, dimostrale un briciolo di gratitudine per non aver dovuto spingere dal tuo di buco quel macrocefalo rosso. Poi è la classica salutista, non ha mai preso l’ascensore. Le mattine in cui escono insieme, Sara non fa in tempo a chiudere la porta di casa che lei è già sul ballatoio del secondo piano che grida ci vediamo di sotto! Io non mi fido di quelli che dicono ci vediamo di sotto. In quei giorni, guardando gli occhi di Sara, penso a quanto sarebbe bello accompagnarla oltre il meno due. Trivellare le fondamenta del palazzo, andare sempre più giù e, oltrepassando il centro del pianeta, sbucare con lei in Australia, nella grande barriera corallina. Questo farei, se solo potessi. 

Di solito la sera è tutta un’altra storia, sono i miei colleghi a ricollocare gli inquilini. Io mi limito ad accompagnare ai box i viveur e le loro nuvole di profumo. 

Ieri però, al meno due, è entrato Alessio, il tipo dell’ultimo piano. Potevano essere le nove, aveva una faccia spenta e gli occhi bassi sui sacchetti della spesa. Da uno di questi spuntava un lungo ciuffo di cavolo nero. Ad un tratto, ha allentato il nodo della cravatta e si è messo a tirar su col naso. Sarà mica allergico al cavolo? Invece no, ha iniziato a piangere, a singhiozzi. E pensare che c’è gente che spende un intero stipendio dall’analista quando invece basta un ascensore a far crollare ogni inibizione. Un ascensorosofo di cui non ricordo il nome disse che noi siamo un sistema meccanico basato sulla verità. C’è da dire, infatti, che qui rutti, lacrime e puzzette sono all’ordine del giorno. 

Quando le porte si sono aperte sul suo piano, Alessio non si è mosso. È rimasto a testa bassa e ha trattenuto il respiro.

“È morto!” ha fatto Zero con una delle sue solite sparate terra terra. Stavo per dire la mia quando un manata mi è arrivata dritta in faccia. Con il palmo di Alessio premuto contro di me sono diventato azzurro mentre, tra i mei colleghi, si levava un coro di incredulità: 

“Meno due?!”

“Avrà dimenticato qualcosa in auto!” 

“Le chiavi!”

“Il cellulare!”

“Quanto scommettete?” 

Alessio ha una mano bianchissima su cui è sfuggita qualche linea di biro blu, le dita sono lunghe e su ogni polpastrello tondo ci starebbe un bacio. A vederlo sembra il classico ragazzo al quale, ad un certo punto della vita, qualcuno ha ordinato di indossare una giacca e pettinare i capelli. Lui lo avrà fatto senza brontolare. L’effetto però è lo stesso di un orso di pezza le cui parti sono attaccate con lo scotch, sta insieme per grazia di dio. Mi chiedo come abbia fatto a non piangere fino ad ora. Bravo Alessio, butta fuori! Siamo scesi fino ai box. Le lacrime cadevano giù pesanti sulle foglie di cavolo. Cavolo, ho pensato, sta proprio male. 

Ora vi confido un segreto: quando qualcuno inizia a piangere in ascensore a noi tasti viene inspiegabilmente da ridere. Vai a capire che transistor ci parte! Ieri però, vista l’eccezionalità del caso, ci siamo trattenuti. Arrivati al meno due pensavamo uscisse dalla cabina, invece no. Alessio è rimasto immobile e, ancora una volta, le porte si sono richiuse. Ha schiacciato il sei e siamo ripartiti. Stai serio, stai serio, mi ripetevo.

“Sento odore di corna,” ha fatto Due con la stessa sensibilità di un montacarichi. 

Certo non si può escludere ma, in questi casi, noi tasti cosa possiamo fare se non ironizzare? Non possiamo mica attivare il sistema antincendio e fargli una doccia gelata. O bloccare la cabina nel mezzanino e, dolcemente, farlo addormentare cullato dalla voce dall’operatore dell’s.o.s.. La storia si è ripetuta per altre quattro volte, su e giù, tanto che sul cavolo sembrava essere scesa una pioggia salata e i mie colleghi continuavano a fare battute del tipo “se continua così, su quel cavolo basta un filo d’olio ed è pronto!” oppure “benvenuti a Gardaland!” oppure “sta cercando un piano B?” 

Durante l’ultima salita però, Alessio ha fatto un bel respiro, si è asciugato le guance con il polsino della giacca e, quando le porte si sono aperte, è uscito. Una volta che le porte si sono richiuse, tutti e nove abbiamo teso l’orecchio per capire se Alessio stesse piangendo ancora, se avesse usato le sue chiavi per entrare o se gli avesse aperto qualcuno. 

Questo è quello che facciamo noi tasti quando siamo tutti spenti e le cabine sostano sui pianerottoli. Ipotesi. Così non ci siamo accorti che Alessio, uscendo dall’ascensore, ha dimenticato il sacchetto con il cavolo. Lo abbiamo capito circa dieci minuti dopo quando al piano terra sono saliti i gemelli del quarto piano, due spilungoni ciondolanti, cavallo alle ginocchia e scemi uguali.

“Bella bro, questo si fuma!” ha fatto uno dei due indicando il cavolo. L’altro gemello ha risposto con un sorriso catatonico, una specie di ghigno asimmetrico e vago, a metà strada tra l’espressione di chi ha appena evitato un meteorite e chi ha bloccato uno starnuto sul nascere. Del resto chissà quale forma di vita popola il loro cranio rasato con ai lati il logo della Nike. 

Quando l’ascensore è partito, i gemelli hanno fatto quello che fanno tutte le volte. Hanno allungato il braccio verso l’alto, sollevato il plafond della cabina e lì hanno nascosto le loro provviste di erba e cartine. Sono usciti e il cavolo è rimasto dov’era.

È rimasto dov’era quando è salita Lavinia che, messa giù da gara, si è fatta un selfie ma non si è accorta che in un angolo della foto spuntava un ciuffo di cavolo. È rimasto lì anche quando è salito il rider delle pizze, quando la signora Iolanda è scesa col cane imprecando per la puzza di cipolle, quando è rincasata Ada, alle tre del mattino, dopo il turno in ospedale. È rimasto lì e nessuno lo ha toccato. Come se tutti fossero d’accordo. Allora ho pensato che forse Alessio lo ha lasciato di proposito, che lo abbia comprato per noi, per rendere più ospitale il nostro ufficio.

Certi giorni penso a come sarebbe stata la mia vita se fossi nato in un ascensore panoramico. A quest’ora sarei a bordo della Freedom Tower di New York o in salita verso le nuvole sulla Tour Eiffel. E sebbene l’idea di salire sull’K2 degli ascensori sia per noi tasti una prospettiva eccitante penso anche che in uno di quei posti, alla vista di un cavolo sospetto, sarebbe scattato un protocollo di sicurezza antiterrorismo. Squadre in tenuta antisommossa, teste di cuoio, corpi speciali e dagli elicotteri una voce al megafono: “NON TOCCATE QUEL CAVOLO! RIPETO, GIÙ LE MANI DA QUEL CAVOLO!” Con tutta probabilità saremmo rimasti ore e ore sospesi nel vuoto e per giunta in compagnia di turisti in pantaloncini color caki. 

Mi dico che no, che va bene così. Del mio essere Meno Due salvo tutto: ogni discesa, ogni dito, ogni esitazione. 

La vita è contatto; alcune volte più simile a un urto, a uno schianto, altre volte a un tocco così delicato da non essere riconosciuto. Non tutti hanno sensori per leggere la lievità. In ogni caso, senza contatto non si sale e non si scende.

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