Bruno Trentin – Diari 1988-1994

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 L’utopia del quotidiano sulle bandiere rosse ammainate


recensione di Aldo Agosti

dal numero di Settembre 2017

Bruno Trentin
DIARI 1988-1994
a cura di Iginio Ariemma
pp. 510, € 22
Ediesse, Roma 2017

Bruno Trentin - Diari 1988-1994Le pagine del diario di Bruno Trentin pubblicate in questo volume sono un documento di enorme interesse. Lo sono prima di tutto da un punto di vista biografico: ci restituiscono la straordinaria statura intellettuale di un personaggio non ancora studiato a fondo, la varietà e la profondità dei suoi interessi culturali attraverso un panorama di letture a 360 gradi, che spaziano dalla storia alla filosofia, dall’economia all’antropologia, dalla letteratura di viaggi alla fantascienza. Illuminano la sua figura di intellettuale cosmopolita, a suo agio in ogni grande capitale, europea e non, capace di intessere fitti rapporti con i mondi più diversi. Ci permettono di cogliere, nella sua complessa formazione culturale, l’impronta della cultura giellista e azionista, ma anche, un po’ a sorpresa, tracce del personalismo comunitario francese e del cristianesimo sociale. Ma ci danno soprattutto la misura della sua umanità. Ci mostrano il suo carattere tormentato, in cui si intrecciano una depressione combattuta con una grande forza di volontà, e intensi slanci di gioia di vivere.
Apprendiamo dalla premessa di sua moglie Marcelle Padovani e dalla ricca prefazione di Iginio Ariemma che queste quasi 500 pagine rappresentano solo una parte di un diario ben più esteso, che Trentin tenne dal 1977 fino al 2006. Gli anni che coprono non coincidono soltanto con una successione di eventi che sconvolgono l’Italia e il mondo (la caduta del muro di Berlino, il disfacimento dei regimi socialisti, la fine del Pci, Tangentopoli, la guerra del Golfo, la caduta di Craxi, l’ascesa di Berlusconi): coincidono anche con il periodo in cui Trentin fu segretario generale della Cgil, e dunque raggiunse l’apice della carriera nel sindacato, che era l’organismo a cui aveva dedicato gran parte della sua vita precedente.

Una visione innovatrice del sindacato

Quando è nominato segretario, nel novembre del 1988, il compito che gli spetta non è certo facile. Occorre, annota nel diario il 21 agosto, “partire dalla piena coscienza che la ristrutturazione e la controffensiva del padronato italiano hanno completamente destabilizzato a partire dal 1975 il sistema di relazioni industriali e l’intera cultura rivendicativa del sindacato, cancellando nei fatti e frantumando nelle forme una serie di diritti di cittadinanza sociale sulla quale si era costruita in Italia tutta una fase della democrazia politica”. Critico severo della pratica di “una contrattazione senza obiettivi e senza regole, senza scala di valori, senza gerarchia di priorità, senza gradualità”, e di quello che chiama “il salarialismo subalterno”, Bruno Trentin ha la forza di proporre una visione innovatrice del sindacato, che è alla base di una vera autoriforma della Cgil. Basata sul fondamento di una patrimonio storico centenario di lotte “inclusive”, essa è imperniata sull’idea del “sindacato dei diritti”, che assegna una funzione di rilievo, senza peraltro sostituirla a quella contrattuale, alla difesa dei diritti sociali dei cittadini. Sarà un percorso difficile, guidato da un forte senso di responsabilità: così forte da indurlo a firmare nel luglio del 1992 l’accordo con il governo Amato sulla sospensione della scala mobile e l’imbrigliamento della contrattazione sindacale, e poi a dimettersi perché la scelta gli sembrava in contrasto con il mandato di cui era stato investito.

Se la Cgil dimostra nonostante tutto una forte capacità di rinnovamento, la situazione politica si presenta ben più drammatica. Già convinto che il “socialismo reale” non sia più riformabile, i fatti di piazza Tienanmen a Pechino il 4 giugno del 1989 inducono Trentin a una riflessione sofferta: “I vecchi assassini – scrive il 7 giugno 1989 – sono la terribile caricatura di idee, concezioni, costruzioni ideologiche e giustificazionismi che sono anch’esse nostre, figlie ambigue di una cultura del movimento operaio e democratico da almeno due secoli”. Ma reagisce con un certo fastidio agli eccessi di furia iconoclasta a cui si abbandona la sinistra, e in particolare il Pci: questo che a suo dire si avvia sulla strada di “un catch all party impazzito che cerca di salvare un patrimonio che va disperdendosi in mille rivoli, senza preoccuparsi veramente di trovare le ragioni attuali di un nuovo stare insieme”. Così dopo la Bolognina critica “tutta l’improvvisazione e la povertà culturale che hanno dettato i modi e i tempi della svolta” e si tiene sostanzialmente in disparte dal dibattito che nell’anno successivo “si trascina e si invelenisce sul destino del Pci”.

Nuovi scenari dopo la guerra fredda

La grave crisi internazionale sfociata nella guerra del Golfo gli fa capire come l’esaurirsi della guerra fredda abbia determinato quello che chiama, con le maiuscole, “il Grande vuoto nel Governo mondiale dei conflitti, facendo riemergere, questa volta in termini antagonistici, il rapporto Nord-Sud come il vero problema del mondo contemporaneo”. Proprio la debolezza dimostrata dall’Urss nell’occasione contribuisce ad accelerare la sua implosione e, con essa, la fine del comunismo quale lo si era conosciuto nel Novecento. Anche per un comunista da sempre critico e perfino eretico come lui si tratta di un trauma. Annota nel dicembre 1991: “Vedere ammainare la bandiera rossa nella torre del Cremlino è stato il simbolo straziante non della morte del comunismo reale ma della disgregazione, della negazione furibonda dei valori dell’altro, del bisogno di distruzione che sostituisce la capacità di progetto – di un’umanità che nei momenti di crisi si definisce per negazione”.
“Le rivoluzioni antitotalitarie, prima che democratiche, che si sono accavallate a partire dal 1989 – aveva scritto il 4 ottobre 1991 – hanno certamente portato al tracollo, nella coscienza di milioni di uomini, di una concezione della storia come inevitabile avvicinamento ad un modello conosciuto e predefinito di società” ma “ciò non impedisce certo né condanna a priori la ricerca o la riscoperta di modelli di società possibile, il diritto all’utopia (…). Non possiamo più sacrificare l’oggi al sole dell’avvenire. Ma possiamo oggi aprire degli squarci di luce; dimostrando qui e ora che è possibile, magari in un punto soltanto, trasformare l’esistente, e in questo mondo, la condizione della persona, la sua opportunità di autorealizzarsi”. È quella che chiama l’“utopia del quotidiano” e diventa il rovello che lo assilla nei due anni che seguono. Si comincia a leggere, sotto traccia, la trama della Città del lavoro, il libro che inizierà a scrivere nell’estate del 1994: ed è grazie a questo sforzo di ricerca che lentamente esce dall’abisso negativo in cui era sprofondato. Al centro vi è la contrapposizione dell’anima “libertaria e autogestionaria” del socialismo all’anima “statalistica”. E l’idea che la soluzione non sia la redistribuzione della proprietà e dei redditi e una “visione remunerativa, compensativa della fondamentale illibertà e dell’oppressione del rapporto di lavoro subalterno”, ma l’autorealizzazione della persona umana nel lavoro e “la compartecipazione progettuale nella formazione, nella ricerca, nella sperimentazione di nuove forme di organizzazione del lavoro”. Quanto sia attuale questa ricerca, è questione sulla quale si possono avere legittimamente pareri diversi. Più che dal socialismo “autogestionario”, che è rimasto sempre una chimera, è probabile che occorra ancora ripartire, per affrontare la traversata del deserto che sembra attenderci, dalla lezione della socialdemocrazia, che è stata capace, almeno per molti anni, attraverso la sua azione tenace ispirata al criterio della ridistribuzione del reddito, di allargare gli spazi di eguaglianza dei cittadini senza sacrificare quelli delle libertà.

Il diario, certo, ci restituisce per questi sette anni l’immagine di un Trentin molto pessimista e soprattutto – sul piano politico – solo. Si rimane colpiti dai giudizi spesso sferzanti nei confronti degli uomini politici italiani, e dal fatto che la durezza aumenta esponenzialmente verso molti compagni del sindacato e del partito a cui appartiene. Trentin sapeva certo, per esperienza, che la politica quotidiana non è fatta solo di miserie, intrallazzi e ambizioni personali, ma anche di impegno, sacrifici e convinzioni autenticamente sentite. Ma è come se si sentisse proiettato al di là di quell’orizzonte. Scritti a cavallo degli ultimi due decenni del Novecento, questi quaderni del diario danno l’impressione di collocarsi già oltre. Nulla lo dimostra meglio delle annotazioni stese il 5 febbraio 1994, quando descrive, in termini tanto attuali che si potrebbe non correggere una sola virgola, gli effetti della mondializzazione, con le conseguenze drammatiche che produce ma anche con le opportunità che apre o potrebbe aprire.
In questa straordinaria presbiopia del diario, che alterna sofferte e persino disperate pagine di cronaca politica dell’oggi con riflessioni lucidissime sulle prospettive future, sta il suo notevole fascino, con la sensazione che lascia di un’eredità intellettuale tutta da esplorare.

aldo.agosti@yahoo.it

A Agosti è professore emerito di storia contemporanea all’Università di Torino

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