La Russia e le rivoluzioni del 1917

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Il centenario indesiderato


di Maria Ferretti

dal numero di Novembre 2017

Alle prese col centenario della rivoluzione, la Russia non sa che pesci prendere. Celebrata in pompa magna ai tempi dell’Unione sovietica, la rivoluzione d’Ottobre, atto fondatore del regime, era denominata “grande” per non esser da meno della consorella francese del 1789, che aveva aperto un’epoca nuova nella storia della civiltà, ed era anzi considerata ancora più grande, perché, intrisa di speranze messianiche: aveva promesso di creare il paradiso in terra – il socialismo – e liberare l’umanità intera dall’oppressione non solo politica, ma anche socio-economica. Col naufragio dell’Urss, la rivoluzione è stata invece condannata senza appello perché considerata l’origine di tutte le tragedie vissute dal paese nel XX secolo, come se vi fosse un nesso lineare, causale e necessario, fra la cesura del 1917 e la guerra civile, prima, e lo stalinismo poi. La maledizione scagliata sull’Ottobre ha finito per trascinar con sé anche la rivoluzione di Febbraio, con le sue aspirazioni di pace, giustizia e libertà. Il risultato è stato un’idealizzazione nostalgica del passato prerivoluzionario, sfociata, con Putin, in un’esaltazione della grandeur della Russia nei secoli e dell’autocrazia, con i suoi valori di autorità, ordine e disciplina, lettura assunta dai nuovi ideologi del Cremlino per forgiare l’identità nazionale e per legittimare la svolta autoritaria degli ultimi anni: il centenario cade quindi proprio nel momento sbagliato.

Un atteggiamento critico nei confronti della rivoluzione, imbalsamata fino ad allora nelle icone eroiche dipinte dalla storia ufficiale, ha potuto emergere soltanto con Gorbačëv, quando il risveglio della memoria dello stalinismo, condannata all’oblio dopo la fine del disgelo, ha avviato un processo più generale di revisione del passato, che appariva tanto più urgente quanto più profonda era la crisi in cui sprofondava il paese. Il dibattito sul passato, e segnatamente l’interpretazione del 1917, è stato l’humus di cui si è nutrita la cultura politica in formazione, che ha visto il ricostituirsi alla luce del sole delle due correnti tradizionali del pensiero russo, occidentalisti e slavofili, matrici del liberalismo e del nazionalismo. Per i liberali, che sono stati gli ideologi dell’opposizione radicale a Gorbačëv raccolta attorno a El’cin, lo stalinismo era l’esito, scontato e necessario, della rivoluzione d’Ottobre, che, presentata ora come un volgare colpo di mano attuato da un gruppuscolo di fanatici assetati di potere, senza radicamento sociale nel paese, aveva distolto la Russia dal cammino universale della storia umana già imboccato dall’Occidente. Questa condanna dell’Ottobre non era però accompagnata da una rivalutazione della rivoluzione di Febbraio, che il pensiero liberale tradizionale considerava invece “borghese”, e quindi positiva.

L’idea di tornare a Febbraio e invocare una nuova Costituente ha avuto infatti vita brevissima dopo la caduta del muro di Berlino e le rivoluzioni di velluto in Europa orientale, che hanno avuto in Urss l’effetto, con un complicato gioco di specchi, di accelerare la radicalizzazione dell’opposizione liberale a Gorbačëv. E non è certo un caso che il richiamo alla Costituente sia stato lasciato cadere così in fretta. Perché, se è vero che i bolscevichi l’avevano sciolta perché non avevano ottenuto la maggioranza, è altrettanto vero che questa era andata ai socialisti-rivoluzionari, portavoce delle aspirazioni radicali dei contadini, mentre liberali e menscevichi avevano avuto una manciata di voti: se la Russia avesse potuto scegliere il suo destino, quindi, non avrebbe certo scelto la via del capitalismo liberale. Febbraio e la Costituente sono stati dunque subito abbandonati, per lasciare il posto a una rappresentazione idilliaca della Russia prerivoluzionaria, trionfalmente incamminata sulla via delle magnifiche sorti e progressive del capitalismo: un paese ricco e laborioso, in pieno sviluppo, dove regnava l’armonia sociale, con imprenditori generosi, mecenati e retti uomini di stato che guidavano il paese verso la prosperità. L’eroe dei liberali fin de siècle è Stolypin, il premier zarista inviso ai loro antenati per la violenza con cui aveva represso le campagne dopo la rivoluzione del 1905 (l’impiccatore, lo chiamavano), artefice, oltre che di un colpo di stato bianco che insegnò alla Russia lo scarso valore dello stato di diritto e delle elezioni, di una riforma agraria dagli esiti assai discussi, volta a creare un ceto di piccoli contadini proprietari “sani e forti” su cui potesse poggiare la traballante autocrazia. Per i liberali el’ciniani, impegnati dopo il crollo dell’Urss a traghettare la Russia verso le mirabilia del capitalismo con una riforma economica dai costi sociali elevatissimi, il mito di Stolypin è ben più utile delle fantasie libertarie di Febbraio, perché legittima la via autoritaria alle riforme in barba alle promesse di democrazia, via che si giustifica con l’idea che la popolazione, chiamata a pagare i costi dell’esperimento, non è “matura” per poter accettare col dovuto entusiasmo la politica governativa. La democrazia verrà poi, dopo, una volta instaurato il mercato.

Questa lettura del passato si afferma con grande facilità nella società per due ragioni. Perché permette di superare il senso di colpa per i crimini staliniani, la cui denuncia aveva mandato in frantumi l’immagine positiva di sé che avevano i sovietici, incrinandone l’identità. Spostare l’attenzione sulla rivoluzione consente infatti di rimuovere lo stalinismo e liquidare la questione della colpa collettiva. Se i colpevoli di tutte le tragedie sono i bolscevichi, una sparuta minoranza, la Russia non deve rispondere di alcun crimine: è innocente. Non solo. È la prima vittima del loro scellerato esperimento (perché il marxismo non è una scienza? Perché sennò lo avrebbero sperimentato sui topi!, si raccontava a Mosca). Al tempo stesso, l’immagine oleografica della Russia zarista permette di sostituire gli orrori del passato vero con un passato desiderato, che sarebbe stato possibile senza quel disgraziato accidente dell’Ottobre. Passato desiderato e consolatorio, capace di lenire le ferite del passato vero, il mito della Russia prerivoluzionaria è anche una promessa per il futuro: basta voltar pagina chiudendo l’esperienza sovietica e rimettere indietro le lancette della storia per riprendere il cammino dove era stato interrotto e atterrare nella cuccagna dell’occidente.

L’affermarsi dell’interpretazione nazionalista della rivoluzione

Col disincanto provocato dalla macelleria sociale che accompagna il “salto” nel mercato e la disillusione nei confronti dell’Occidente, rivelatosi attento più al portafoglio che ai valori di libertà e democrazia proclamati con tanto ardore, verso la metà degli anni novanta l’immagine agiografica del passato prerivoluzionario perde interesse agli occhi della popolazione impoverita. Ed è allora che comincia a prender piede l’interpretazione nazionalista della rivoluzione, marginale durante la perestrojka. Per i nazionalisti, che riprendono la lettura dei monarchici e dell’ala più reazionaria della destra, la rivoluzione è il risultato di un complotto ordito dal perfido Occidente, se non direttamente degli ebrei, per distruggere la santa Russia, depositaria della vera spiritualità cristiana ereditata da Bisanzio e gelosamente custodita mentre l’Europa si corrompeva col materialismo, cedendo al fascino discreto dell’individualismo e della ricchezza. Simbolo della purezza del cristianesimo, difeso con strenuo coraggio nel corso dei secoli da orde di nemici provenienti da oriente e occidente (dai mongoli ai nazisti, passando per i cavalieri teutonici e gli infidi polacchi), la grande Russia ha quindi un suo cammino particolare nella storia, che non ha niente a che vedere con il preteso universalismo dell’Occidente: proprio per via della sua spiritualità, il popolo russo, paziente e dotato di un forte spirito di sacrificio, trova la sua espressione politica ideale nell’autocrazia, nello zar batjuška, il piccolo padre che lo guida con amore e severità, come un figlio in perenne stato di minorità. La rivoluzione non può quindi nascere da tensioni sociali e politiche, la cui esistenza è negata a priori, ma può essere soltanto opera di “agenti” prezzolati al servizio dell’Occidente bramoso di metter le mani sulla ricchezza delle terre russe, trasformandole in colonia, o degli ebrei, che, come vuole la leggenda tuttora assai diffusa dei Protocolli dei saggi di Sion (fabbricata dall’estrema destra russa col benevolo sostegno della corte zarista alla vigilia della rivoluzione del 1905), per portare a termine la distruzione del mondo dei gentili avviata con la rivoluzione francese e le altre diavolerie libertarie della modernità. Gli stessi agenti attaccheranno ora il più solido bastione della cristianità e della tradizione monarchica, la santa Russia. Quel che accadde appunto con la rivoluzione.

Con l’avvento di Putin al potere, questa interpretazione del passato, che è a sua volta consolatoria, perché “spiega” sia le umiliazioni subite dopo il collasso dell’Urss per mano di un Occidente ormai padrone assoluto del pianeta, sia l’amara delusione nei confronti dell’Occidente da cui ci si aspettava un aiuto miracolistico per uscire dalla crisi, è stata messa alla base della costruzione dell’identità nazionale. In questo contesto, la memoria della rivoluzione del 1917 può essere soltanto memoria di una catastrofe, intesa nella migliore delle ipotesi in termini quasi religiosi, come sorta di “prova” o castigo divino imposto alla Russia per i suoi peccati, primo fra tutti quello di essersi lasciata ammaliare dall’Occidente per poi rivoltarsi contro l’autocrazia, dando ascolto al canto delle sirene dell’intelligencija liberale, prima, e dei rivoluzionari poi. E, se per il Cremlino che incensa l’autocrazia la memoria del 1917 è una memoria impossibile, quel che è più triste è che, comunisti a parte, non c’è nessuno, in quel che resta dell’opposizione democratico-liberale, che sia oggi capace di riprendere il testimone di quella rivoluzione che, indipendentemente da come sia andata a finire, rappresenta il momento in cui la Russia si è levata in nome della libertà, della giustizia e della dignità dell’uomo.

mariaferretti@libero.it

M Ferretti insegna storia russa all’Università di Viterbo

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