Michail Gorbacëv – Ogni cosa a suo tempo

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Come un re Lear della steppa

recensione di Roberto Valle

MICHAIL GORBACËV
OGNI COSA A SUO TEMPO
Storia della mia vita
ed. orig. 2013, trad. dal russo di Nadia Cicognini e Francesca Gori, pp. 493, € 20
Marsilio, Venezia 2013

gorbacevIl 19 settembre 1978 la stazione di Mineral’nye Vody è stato il luogo dello storico incontro dei quattro leader sovietici (Brezˇnev, Cernenko, Andropov e Gorbacëv) che hanno segnato il destino terminale dell’Urss, dal periodo di stagnazione alla perestrojka, e con i quali si è conclusa quell’“epopea dei segretari generali” iniziata il 3 aprile 1917 con l’arrivo di Lenin alla stazione Finlandia di Pietrogrado. Mentre gli altri tre segretari generali sono morti tra il 1982 e il 1985, Gorbacëv è rimasto solo con se stesso, come un re Lear della steppa, a ripercorre la storia della sua vita.

Pur contenendo elementi memorialistici, questa storia non ha un struttura rigida, è una sorta di stream of consciousness diacronico che intreccia ricordi e riflessioni, che ripropongono la Weltanschauung storica e politica della perestrojka. Da lì emergono, anzitutto, frammenti di vita privata, con la moglie Raisa: compagna ideale per affrontare la “lotta per l’affermazione sociale” fino agli anni settanta; First Lady della perestrojka negli anni ottanta, icona di un nuovo stile di vita e di governo. Alla fine degli anni novanta Gorbacëv è stato accanto alla moglie, morta il 20 settembre 1999, nella “lotta per la vita” e, raccontando la sua vicenda, continua un colloquio ininterrotto con lei, sia per preservare una corrispondenza d’amorosi sensi sorta negli anni della giovinezza, sia per riportare in vita l’immagine di una donna colta, elegante, piena di fascino, che aveva un “modo di fare aristocratico innato” e che conquistava l’interlocutore per la sua “conversazione interessante e seria”.

Gorbacëv decostruisce la storia della sua vita pubblica attraverso un cammino à rebours, evocando gli spettri dell’Urss, a partire dal suo romanzo di formazione nel distretto di Stavropol’, nel Caucaso del Nord. Una formazione avvenuta nell’era Chruscëv caratterizzata, secondo Gorbacëv, dalla “lotta contro lo stalinismo” e da un politica di pace. Chruscëv, artefice di una sorta di prologo della perestrojka, ha compiuto il primo tentativo di “smantellamento del regime totalitario” naufragato sia per l’incapacità di comprendere le cause del totalitarismo e di superare i dogmi ideologici considerati “simboli di fede”, sia per l’affermazione della dittatura impersonale della nomenklatura, quel sistema autoritario-burocratico pervasivo che ha condotto l’Urss nel pantano dello stagnante socialismo reale. Brezˇnev è stato l’“icona del potere”, che ha preservato ai vertici un’oligarchia di vegliardi, rappresentazione plastica del rigor mortis del regime, ferale e statica come la mummia di Lenin. L’ascesa politica di Gorbacëv è stata favorita da Jurij Andropov, successore di Brezˇnev, ma solo dopo la nomina di Gorbacëv a segretario generale l’11 marzo 1985 è comparso sulla scena politica sovietica l’autentico Antistalin. La radicalità della perestrojka, quale riforma riformata e sempre riformante, è stata garantita, secondo Gorbacëv, dal “grande successo” della glasnost’, della libertà di espressione. Nel rivendicare il retaggio democratico della glasnost’, Gorbacëv ha sostenuto che la perestrojka è stata la terza epoca più significativa dell’esperimento sovietico, dopo la rivoluzione d’Ottobre e la guerra patriottica. Perestrojka e glasnost’ avrebbero dovuto garantire un’evoluzione socialista e democratica del sistema e preservare l’Urss come federazione decentrata. Sebbene sia stata definita katastrojka, perestrojka e glasnost’, secondo Gorbacëv, hanno vinto, perché hanno imposto il processo di democratizzazione e di smantellamento del sistema sovietico.

Collocata in una prospettiva metapolitica, invece, la perestrojka si è caratterizzata come un processo restauratore: Gorbacëv è rimasto fedele alla visione buchariniana del comunismo democratico dal volto umano. Egli ha restaurato lo spirito del riformismo e la perestrojka ha seguito un indirizzo neo-kantiano, formalizzando il linguaggio dei diritti umani e dei principi universali. Nel periodo della sua insorgenza (1988-1991), il movimento democratico ha sfidato il vecchio regime in nome dei valori dell’umanesimo europeo, ma si è rivelato inadeguato e amorfo nel provvedere di solide basi sia la democratizacija, sia il sistema politico che avrebbe dovuto sostituire quello sovietico. Il clima di improvvisazione nel quale è stata introdotta ha fatto emergere l’insanabile contraddizione della rivoluzione dall’alto: da una parte Gorbacëv ha sostenuto l’idea dell’“autogoverno socialista del popolo”; d’altro canto, però, la XIX Conferenza pansovietica del Pcus del giugno-luglio 1988 ha reso più stretto il legame tra il partito e lo stato.

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Nelle sue memorie, Sacharov stigmatizza come pericolosa la concentrazione di un potere “assolutamente smisurato” nella persona di Gorbacëv, che ha giocato alla democrazia impedendo la nascita di un sistema bipartitico. Lapopolarità di El’cin, per Sacharov, è stata speculare alla antipopolarità di Gorbacëv. Il movimento democratico ha, in seguito, puntato su El’cin come leader risoluto, come “testa d’ariete” che si è alleato con i nazionalisti separatisti per colpire il Pcus, il suo segretario generale e la perestrojka. El’cin, per Gorbacëv, è stato un usurpatore che si è arbitrariamente impossessato sia della Russia, sia del movimento democratico, trasformandolo in un manipolo di lacchè al servizio della “nuova nomenklatura oligarchica al potere”. A causa del tradimento del Comitato per lo stato di emergenza autore del fallito colpo di stato del 19 agosto 1991 e dell’usurpazione di El’cin, la perestrojka non ha potuto realizzare compiutamente il rinnovamento epocale dell’Urss. L’autentico rex destruens dell’Urss è stato El’cin che, sostenuto dall’Occidente, ha trasformato la perestrojka in una “strategia di distruzione” e ha favorito la svolta radical-liberale della Russia.

Sul piano economico, la trasformazione della filosofia della perestrojka in politica reale è apparsa come la continuazione caotica della stagnazione con altri mezzi. Sul piano politico e culturale, per Gorbacëv, la perestrojka è stata un “tempo prodigioso”: la terza ondata delle rivoluzioni democratiche dell’Europa orientale. Aleksandr Jakovlev, l’architetto della glasnost’, nelle sue memorie ha invece sostenuto che Gorbacëv ha mostrato di essere sprovvisto di un sano radicalismo, non ha saputo dominare la propria inerzia e non è riuscito a liberarsi del fardello del passato, così non è stato un riformatore audace, perché, incline all’evoluzionismo e al vaniloquio ideologico, ha impresso un carattere eclettico e inconcludente al suo programma di riforme. Dal canto suo, invece, Gorbacëv considera la perestrojka una politica di trans-strutturazione messianica di portata universale che, con in suoi successi “irreversibili”, è sempre orientata verso il medesimo obiettivo: “più democrazia, più socialismo”. In tal senso, la perestrojka può continuare a essere una scommessa per il futuro. Una “spinta propulsiva” capace di frenare il precipitare nell’abisso della crisi economica globale, riproponendo il modello di una “effettiva cooperazione” ai fini della regolamentazione dei problemi più complessi del pianeta ancora alla ricerca di un “nuovo ordine mondiale” che, dopo un ventennio, appare ancora come un’opera aperta.

robvalle@tiscali.it

R. Valle insegna storia dell’Europa orientale all’Università “La Sapienza” di Roma

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