Philip Roth, Obituary

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L’impronta poderosa di un grande scrittore americano

di Andrea Carosso

dal numero di giugno 2018

“Noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c’è altro mezzo per essere qui. Nulla a che fare con la disobbedienza. Nulla a che fare con la grazia o la salvezza o la redenzione. È in ognuno di noi. Insita. Inerente. Qualificante. La macchia che esiste prima del suo segno”. Così scriveva in La macchia umana Philip Roth, uno dei grandi del Novecento, scomparso in un ospedale di Manhattan lo scorso 22 maggio. Lui che dal 2012 aveva definitivamente chiuso con la letteratura, ma che aveva ampiamente approfittato del mezzo secolo precedente per lasciare quella “macchia” che gli è valsa premi letterari a iosa e ogni onorificenza immaginabile in America. Nel 2005 era diventato il terzo scrittore vivente (dopo Bellow e Eudora Welty) a vedere celebrata la sua opera nelle prestigiose edizioni della Library of America. E pur avendo sempre solo sfiorato il Nobel, aveva vinto due National Book Awards, due National Book Critics Circle Awards, tre PEN/Faulkner Awards, un Pulitzer e un Man Booker International Prize – in riconoscimento di una produzione monumentale, un corpus letterario più ampio, in termini di romanzi pubblicati, di Hawthorne, Melville, Twain, Fitzgerald e Hemingway messi insieme.

Americano, ebreo, scrittore, uomo

La scalata all’Olimpo della letteratura americana avvenne per Roth a sessant’anni suonati, età nella quale molti scrittori imboccano la parabola discendente della loro carriera e che invece per lui hanno significato il periodo di più vitale produttività. Tra il 1995 e il 2004 ha inanellato una serie prodigiosa di grandi opere, che gli sono valse la gran parte dei riconoscimenti della sua carriera: da Il teatro di Sabbath (1995), alla sua “Trilogia americana” composta da Pastorale americana (1997), Ho sposato un comunista (1998) e La macchia umana (2000) – forse la sua opera decisiva – sino all’ultimo grande capolavoro, Il complotto contro l’America (2004). Romanzi con cui sublima l’arte non solo del fotografare l’animo umano ma, più ampiamente, di tracciare un grande affresco del secolo americano ormai al tramonto.

Everyman, l’opera immediatamente successiva (2006), scritta alla non più verde età di 73 anni, apriva l’ultima fase della sua carriera, un periodo segnato da opere probabilmente non di rilievo maggiore, ma non meno importanti per profondità di osservazione. Tutte opere che Roth produsse con passo frenetico e senza precedenti nella sua produzione: un libro all’anno, quasi a scacciare in avanti l’ossessione per la vecchiaia, il decadere del corpo e la mortalità, su cui i romanzi di questa ultima fase erano incentrati.
L’intera carriera letteraria di Roth si riassume nel suo tentativo di esplorare che cosa significhi essere americano, ebreo, scrittore e uomo. La sua americanità era certamente il punto di partenza di tutta la sua opera, che sin dagli esordi, a fine anni cinquanta del Novecento, volle cercare una nuova voce per la letteratura americana, in esplicita rotta di collisione con il canone allora egemone, quello dei Melville, degli Henry James, dei T. S. Eliot. Roth era alla ricerca di una strada espressiva alternativa che gli consentisse sì di entrare nella compagnia “abbagliante” di quei grandi maestri della tradizione – tutti, come aveva osservato il suo indiscusso maestro Saul Bellow, “appartenenti alla Maggioranza Protestante, alcuni di loro esplicitamente antisemiti” – ma al contempo di raccontare non il loro mondo, bensì il proprio: la piccola borghesia dell’immigrazione ebraica ai margini della grande metropoli, lontano mille miglia da quello dei cosiddetti “visi pallidi” del New England ottocentesco e della Manhattan novecentesca celebrati dell’accademia.

Pastorale americana e Lamento di Portnoy

Roth fu tra i primi a raccontare un’America non cristiana, non anglosassone e non borghese, senza scivolare nella marginalità della letteratura etnica o di maniera: “l’epiteto di scrittore ebreo-americano per me è senza senso”, diceva. “Se non sono americano, non sono nulla.” Ma quell’americanità decise di cercarla proprio nel mondo a lui ben noto, della diaspora ebrea nel nuovo mondo, di cui ben conosceva limiti e contraddizioni. In Pastorale americana scrisse della Newark della sua infanzia, l’enclave ai margini della grande metropoli e centro di gravità del suo intero universo personale e letterario: “Sbaglio se penso che eravamo felici di abitare là? Non esistono illusioni più comuni di quelle ispirate agli anziani dalla nostalgia, ma sono davvero in errore se penso che vivere da bimbi di nobili natali nella Firenze del Rinascimento fosse assai peggio che crescere nell’aromatico raggio dei barili di cetrioli in salamoia di Tabachnik”? Newark, il centro dell’immigrazione ebraica, diventava insomma il centro dell’America, di quella nuova America che tanto gli premeva raccontare. Scrivendo di suo padre in I fatti. Autobiografia di un romanziere commentava: “il (suo) repertorio non è mai stato vasto: famiglia, famiglia, famiglia, Newark, Newark, Newark, ebrei, ebrei, ebrei. Un po’ come il mio”: essere ebreo ed essere americano erano per lui praticamente la stessa cosa.

Di questo mondo Roth scriveva nel freschissimo esordio Goodbye, Columbus (1959), in cui il piccolo mondo della diaspora si sovrapponeva a nuove ansie di assimilazione nella nascente società del consumo di massa e a cui ritornerà dieci anni dopo nel Lamento di Portnoy (1979), in una tensione costante tra mondo familiare e desiderio di emancipazione. Spudorato, amaro, brutalmente umoristico, Portnoy segnò una rivoluzione letteraria perché inventava un nuovo modo di raccontare i segreti di una coscienza alla ricerca di un senso e in lotta con se stessa, dando sfogo – in aperta sfida ai maestri – all’oralità di una voce che, “impudicamente e insieme con profondo senso di vergogna, urla i suoi problemi”, sino al grido liberatorio finale, quell’“Aaaaaaahhhh ….!!!” che marca fisicamente la pagina stampata per varie righe consecutive.
La cifra narrativa centrale di tutta l’opera di Roth va ricercata nella variegata galleria di autori-narratori, costantemente versati all’autodiagnosi e sempre in conflitto tra di loro, intorno ai quali si gioca il suo flusso di coscienza narrativo: Nathan Zuckerman, ovviamente, che irrompe sulla sua scena nel 1979 (Lo scrittore fantasma) per poi finire per invecchiare insieme al suo autore, ma anche Peter Tarnopol, David Kepesh, Alexander Portnoy. Attraverso questi personaggi alter-ego, Roth ha intessuto complesse trame nelle quali il confine tra autobiografia e invenzione si è sempre rivelato labile e ovviamente permeabile. Nove dei romanzi di Roth sono narrati da Nathan Zuckerman, scrittore la cui carriera ha molti punti in comune con quella di Roth. Altri tre li racconta David Kepesh, un accademico-scrittore che con Roth condivide alcuni interessi cruciali, primo fra tutti quello per le donne. Altre volte Roth fa addirittura a meno (o sembra volerlo fare) di un alter-ego. In Operazione Shylock (1993), il protagonista è un personaggio di nome Philip Roth che viene impersonato da un altro personaggio che si è impadronito dell’identità di Roth. E al centro di Il complotto contro l’America – romanzo fantapolitico in cui Charles Lindbergh vince la decisiva elezione del 1940 e, in forza delle sue simpatie per il fascismo, si oppone all’intervento degli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale, avvia un pogrom contro gli ebrei – Roth colloca una famiglia del New Jersey che di cognome fa Roth e che assomiglia in ogni dettaglio a quella dell’autore.

“Scavo una fossa e punto una torcia lì in fondo”

Il terzo – e non in ordine di importanza – tema centrale dell’opera di Philip Roth è il sesso – o meglio il desiderio erotico maschile, che nei suoi libri rappresenta tanto una forza vitale quanto un principio distruttivo. Sono le incontrollabili pulsioni sessuali che controllano il giovane Portnoy – il più noto dei personaggi di Roth – che vuole “essere cattivo – e al contempo divertirsi”, così come Mickey Shabbath, protagonista de Il teatro di Shabbath (1993), che per molti versi rappresenta un Portnoy cresciuto e ciononostante ancora prigioniero delle proprie pulsioni erotiche, ma come anche Coleman Silk, protagonista di La macchia umana, accademico reietto ormai settantenne che allontana la propria mortalità in un affaire di pura passione erotica con una donna di 40 anni più giovane di lui.

Roth è l’ultimo a lasciarci del triumvirato dei grandi della letteratura americana bianca del Novecento – gli altri furono Saul Bellow e John Updike – che hanno dominato la scena della seconda metà del secolo. Ma mentre Bellow e Updike “guardano il mondo con una torcia e lo rivelano così com’è, ora” – diceva Roth – “io scavo una fossa e punto la mia torcia lì in fondo”. Gli è mancato il Nobel, sempre desiderato, mai raggiunto, ma probabilmente fallito nella consapevolezza che quel massimo suggello è un premio essenzialmente (geo)politico, contro le cui esigenze di political correctness la sua arte si era venuta a trovare in rotta di aperta collisione: troppo bianca, troppo assertiva, troppo fissata su una sessualità monodirezionale.
Philip Roth è un classico del Novecento. In Italia la sua opera è edita da Einaudi, mentre Mondadori ha in corso la pubblicazione dei Meridiani a lui dedicati, a cura di Elèna Mortara, del cui primo volume, uscito nell’autunno 2017, abbiamo dato conto su queste pagine nei mesi scorsi.

andrea.carosso@unito.it

A Carosso insegna letteratura nord-americana all’Università di Torino

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