Roberto Vecchioni – Il mercante di luce

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La luce perenne della poesia greca

recensione di Gian Franco Gianotti

dal numero di marzo 2015

Roberto Vecchioni
IL MERCANTE DI LUCE
pp. 124, € 15
Einaudi, Torino 2014

Risultati immagini per VECCHIONI IL MERCANTE DI LUCEPoliedrica figura di cantautore, di professore di lettere classiche e di scrittore, Roberto Vecchioni (classe 1943) nel suo recente esercizio di scrittura affronta il difficile compito di far collimare i tempi dell’esistenza, di solito troppo brevi, con la somma dei valori morali ed estetici che rendono la vita degna d’essere vissuta e permettono agli individui di realizzare compiutamente la propria umanità. Così enunciato, il programma del libro farebbe pensare a un trattato di filosofia morale, ma Vecchioni non ama la solitudine dei maîtres à penser e da sempre vuole comunicare i temi e i motivi che danno vita e vivacità al proprio repertorio culturale. La sua comunicazione può variare dalla canzone d’autore alla lezione di metrica classica, dalla lettura della poesia greca alla narrativa di nervatura simbolica, ma in ogni caso l’autore a nessuno cela quanto gli preme far giungere all’intelligenza e al cuore del pubblico. Questa volta la scelta cade sulla forma-romanzo, “un romanzo impetuoso e poetico sull’amore per i libri e per la vita”, come recita la quarta di copertina.

La vicenda coinvolge due protagonisti, un padre traboccante di cultura e un figlio dalla breve esistenza, portatore d’un morbo genetico assai raro, la progeria, che causa l’invecchiamento precoce senza alterare la mente, unico indice della vera età del paziente. La sindrome di Hutchinson-Gilford, inversa nel film The Curious Case of Benjamin Button (2008, da Francis Scott Fitzgerald, 1922), si è imposta all’attenzione internazionale col caso di Sam Berns (Providence, Rhode Island), scomparso un anno fa all’età di 17 anni con l’aspetto d’un ottantenne. Se mi si perdona il gioco di parole, era forse inevitabile che la patologia dei “nati vecchi” suscitasse l’interesse d’un autore “nato Vecchioni” che si coagula sulla fugacità del tempo e sulla brevità della vita: temi classici, qui sottoposti all’impietosa accelerazione del male senza scampo. Pur se immersi nella dimensione di una Milano astratta ma non irriconoscibile, grazie al Night Club Monster Hole di Viale Umbria che apre e chiude il romanzo in omaggio al criterio della composizione ad anello, i temi classici sono affrontati con gli strumenti della tradizione, a loro agio anche nel mondo moderno. Sono infatti temi che segnano a fondo la formazione e le conoscenze del padre, Stefano Quondam Valerio, professore di greco e latino, che nel nome esibisce radici nel passato (quondam = “una volta, un dì”) e nella professione sfiora l’autobiografia d’autore.

Ecco: il padre attinge al proprio ricco patrimonio d’antan, in gara col tempo che troppo in fretta tutto divora, per trasmettere al figlio il bello e il vero che assicurano a tutti, anche a chi invecchia ogni istante, ciò che resta inalterato come fondamento dell’umana esistenza e si fa possesso inalienabile anche di chi non ha futuro. Come il padre sa e sa bene l’autore, questi valori sono stati conquistati, una volta per sempre, dalla grande stagione della poesia greca, a far data dai poemi omerici fino agli epigrammi dell’Antologia Palatina attraverso le inesauste riscritture dei cantori lirici e dei poeti tragici negli spazi del simposio o della festa. Il cuore dell’uomo, ha scritto Archiloco (fr. 127 West), può fare i conti con la gioia e il dolore, senza eccessi, a patto di saper riconoscere il ritmo che regola le umane vicende. Il ritmo della vita e le sue molteplici variazioni, traguardo cognitivo del musico e del grecista, innervano l’intero repertorio del canto dei Greci da cui il padre scarica un’ampia antologia, per mettere al servizio del figlio una personale arte della n

on-sofferenza, una téchne alypías (avrebbero detto in Grecia) in grado di vincere l’angoscia del presente e la paura della fine imminente. Succede pertanto che sulla pagina si mescolino alla scrittura del narratore le diverse scritture della poesia antica, ora in traduzioni collaudate ora tradotte direttamente dell’autore. Così Antigone fa sentire la sua ribellione alle leggi ingiuste della città in nome di leggi iscritte da sempre nel cuore umano; il campo troiano illuminato nella notte iliadica del libro VIII, il notturno di Alcmane, la luna e le Pleiadi di Saffo, le stelle splendenti di Ibico allontanano il terrore delle tenebre d’ogni notte e di altre tenebre senza fine; la passione di Fedra o ancora il sottile eros di Saffo, fatto di palpiti, emozioni e nostalgia, svelano i volti dell’amore a chi non avrà tempo di provarne gli effetti. Piano piano la luce della poesia greca illumina una vita che si spegne, sostituisce all’essere effimero, sogno d’ombra pindarica, la certezza radiosa di quanto vince la fuga del tempo e permane oltre il singolo consegnandolo alla storia dell’umanità. Così, al crepuscolo d’una esistenza di breve durata ma piena di tutte le vite racchiuse nei versi dei poeti di Grecia, il padre sentirà il figlio mormorare: “Non ho più paura, papà”.

Ma non basta: intercalata al dialogo tra padre e figlio, intessuto di schegge lucenti dell’antica filosofia greca della vita, si dipana la storia del prof. Quondam che, in forza dei propri studi e dell’amore per i classici, giustamente aspira a una cattedra universitaria di letteratura greca, ma a cui viene anteposto uno studioso di minore vaglia, intrallazzatore e amico dei potenti. La vicenda non resta impigliata nella cronaca delle beghe accademiche, ma assume tratti esemplari, modellata com’è, tra analogie e differenze, su di un palinsesto greco che non è difficile riconoscere, non appena si badi ai nomi degli altri personaggi coinvolti. Chi lascia libera la cattedra è il migliore grecista del tempo dal nome parlante, Achille (De Dominici), “luminare mondiale” che cessa dal servizio non per una ferita al tallone ma per un attacco di follia esistenziale; l’eredità di Achille spetterebbe a Quondam per eccellenza di studi, ma viene invece assegnata all’astuto Ulisse (Ruiz): il verdetto è reso pub

blico da un estratto di verbale in prosa burocratica di Senato Accademico che tiene il posto del giudizio ingiusto emesso dagli Atridi nell’ultimo anno della guerra di Troia.

Insomma, il palinsesto è costituito dalla tragedia Aiace di Sofocle, centrata sulla follia e sulla morte del migliore degli Achei dopo Achille. Sconvolto dall’assegnazione a Ulisse delle armi del Pelide, Aiace esce di senno e mena strage di imbelli armenti credendo di vendicarsi di coloro che hanno negato il suo valore; tornato in sé, si toglie la vita, recuperando così la dignità e l’onore negati dall’iniquo giudizio delle armi e dalla momentanea follia. L’ombra di Aiace, personaggio caro a Vecchioni (come mostra una canzone del 1972 e come conferma l’autore stesso in una recente intervista televisiva), fa capolino anche nel dialogo tra padre e figlio, come impossibilità morale di adeguarsi alla meschinità del mondo ed esempio di coeren

za estrema a costo della vita; e i due interlocutori sono memori dell’epilogo foscoliano che al mare assegna il compito di porre rimedio all’ingiustizia e portare “alle prode retée l’armi d’Achille / sovra l’ossa d’Aiace”. Nella storia del padre, però, si può addirittura parlare di identificazione, almeno fino

al divergente finale, in cui gli ingredienti del teatro greco compaiono degradati a misura di non esaltante presente e indirizzati a nuova soluzione. Finale un po’ macchinoso, si potrebbe dire, per come la convenzione del deus ex machina trova ospitalità nello scenario milanese dei nostri giorni. Sulla scena tragica di solito la divinità, calata dall’alto, interveniva alla fine per risolvere un nodo drammatico altrimenti insolubile; invece, nell’Aiace la dea Atena compare, subito, nel prologo, come responsabile dell’allucinazione che ha indotto l’eroe a scagliarsi contro animali indifesi. Bene: il romanzo rimette le cose a posto, in chiusa di trama. Ma divinità e machina vengono separate: la dea diventa Athena (con puntigliosa grafia filologica), una squinzia terra terra che asseconda, col linguaggio minimalista dei giovani a bassa scolarizzazione, l’astratto furore del prof. Quondam per la morte del figlio e il mancato riconoscimento accademico; la machina è una macchina vera e propria, una Porsche potente, strumento di vendetta con cui si vogliono cancellare gli “anonimi parassiti cialtroni” che si radunano nella Discoteca di viale Umbria, periferia del mondo civile. L’irruzione a tutto gas avviene nel giorno di chiusura del locale, ne fa le spese l’arredamento, ma nessuno si fa male. Il prof. Quondam ha ancora il tempo di scambiare qualche battuta con Athena, modellata (manco a dirlo) sullo scambio Atena-Aiace del prologo sofocleo, prima di risvegliarsi dal sogno di vendetta, abbandonare l’emulazione tragica del modello e adattare a sé le parole del figlio: “Non ho più paura, adesso non ho più paura di vivere”.

In conclusione, un bel programma: vita e morte senza paure, grazie alla luce che la tradizione classica continua a erogare con generosità a quanti sanno intendere la voce del passato, sanno e fanno rivivere ciò che vince il tempo, ciò che è nato in terra di Grecia e costituisce la sostanza prima della nostra umanità. Eppure, dentro e fuori le discoteche, c’è sempre qualcuno che predica l’abolizione dello studio dei classici e vuole imporre il silenzio alle voci che si ostinano a chiarire il vero e il bello.

gianfranco.gianotti@unito.it

G F Gianotti ha insegnato filologia classica all’Università di Torino

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