Eugenio Raspi – Inox

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Requiem per una fabbrica


recensione di Benedetta Centovalli

dal numero di Settembre 2017

Eugenio Raspi
INOX
pp. 250, € 16
Baldini&Castoldi, Milano 2017

Eugenio Raspi - InoxLa prima vita di Eugenio Raspi è stata la fabbrica, la Acciai Speciali di Terni (AST), dove per più di vent’anni ha lavorato come tecnico specializzato. La seconda comincia a 47 anni, dopo il suo licenziamento nel 2014, con la ricerca senza risultato di una nuova collocazione lavorativa. La terza è la decisione di scrivere dell’acciaieria nell’attesa di un lavoro facendo dello scrivere un nuovo lavoro. Quella passione per la scrittura rimasta per tanti anni ai margini della sua vita – sono parole dell’autore consegnate a una lettera pubblicata da Concita De Gregorio su “La Repubblica” – ha preso per necessità il sopravvento, ha dettato le nuove regole della sua terza esistenza. Come se per mantenere il proprio sguardo dentro la fabbrica, dentro il luogo che lo aveva espulso, non restasse che celebrarla con il racconto di chi la conosce da vicino.
Inox, finalista al Premio Calvino 2016, uscito nell’aprile di quest’anno per Baldini&Castoldi, è il romanzo di una cattedrale della siderurgia, l’Acciaieria di Terni, che da oltre un secolo trasforma cumuli di lamiere in rotoli di inossidabile, dalla pattumiera a una nuova vita in un ciclo continuo di trasformazione. Il romanzo racconta le vicende di una squadra, la C, addetta al Forno 3, sei persone che nel breve periodo che va da giugno a ottobre vivono il lento e inesorabile smantellamento della fabbrica che passa dalle mani tedesche (oggi la proprietà è ancora ThyssenKrupp) a quelle del nuovo acquirente russo (di fantasia dell’autore), in un destino incerto e sempre più condizionato dalle regole del profitto globalizzato.

Un noi-fabbrica

La novità di Inox è la voce narrante, un noi-fabbrica (“Per noi la timbratrice all’ingresso dell’Acciai Speciali è un’acquasantiera in cui intingiamo le mani uno alla volta”) che ci costringe a entrare dentro il cuore fuso e rovente delle giornate passate a caricare, fondere, mandare avanti, caricare, fondere, mandare avanti e a familiarizzare con termini poco comuni come carroponte, siviera, paiola, spillaggio o colate. La fabbrica e la squadra protagoniste della narrazione diventano sostanza e centro del racconto fino allo scioglimento finale, quando uno dei componenti del gruppo decide di accettare il licenziamento in cambio di una discreta somma di denaro (“Io sto per scegliere la diserzione perché il nostro esercito ha le polveri bagnate”). Il tradimento del narratore gli conferirà il diritto alla prima persona, la sua espulsione dall’azienda gli varrà la promozione a voce narrante. Chiuso il cerchio.

Sta tutto in questo “noi” – la fabbrica, gli operai, la Squadra C – il senso forte del romanzo di Eugenio Raspi, la possibilità offerta al lettore di condividere un’esperienza di lavoro “sporco” e pericoloso, un mondo chiuso e assorbente fatto di turni pesanti, di gesti precisi fuori dai quali il rischio di incidenti è un rischio mortale. Comincia proprio con l’incidente al Forno 3 la storia della Squadra C, caposquadra e carropontista chiamati a renderne conto alla dirigenza. Due pesi e due misure nel giudizio. L’inizio della fine di quel “noi”. L’acciaio inossidabile – si legge – è il risultato della lega di nichel e cromo, ma con una quantità doppia di cromo, cioè l’equilibrio della lega di acciaio si fonda sullo squilibrio tra i due componenti. Due pesi e due misure – appunto – come nei rapporti in fabbrica, tra azienda e dipendenti, tra colleghi o tra fratelli.
Inox mette in scena quasi una tragedia greca, il conflitto della fabbrica si riverbera sul rapporto tra i due fratelli Claudio e Sergio Asciutti, amministratore delegato il primo e caposquadra l’altro, poli opposti delle nuove dinamiche di azienda davanti alle quali il padre di entrambi, operaio in pensione picchiato dalla polizia durante una manifestazione di protesta in difesa del posto di lavoro, soccombe. Quelle della visita in ospedale e poi del suo funerale sono tra le pagine più alte del romanzo, pagine in cui il noi si ricompone per l’ultima volta davanti ad un’azienda oramai spersonalizzata e patrigna.

Passaggio di testimone

Scontato citare Volponi o Avallone o il potente racconto di Stefano Valenti, ma è al capolavoro di Ermanno Rea, La dismissione (2002), che occorre pensare, a quel grande romanzo che per primo ha raccontato in tutte le sue implicazioni la fine di una delle grandi industrie dell’acciaio nel nostro paese, l’Ilva di Bagnoli. Solo che lo scrittore Rea con un passato da giornalista d’inchiesta aveva dovuto ricorrere ai racconti di un operaio, Vincenzo Bonocore (ma il nome reale era un altro), perché gli offrisse la sua esperienza e la sua competenza dentro quel mondo fatto di colate continue e di bramme, di ciminiere, torri, capannoni e serbatoi d’acqua per costruire un romanzo dal fascino doloroso, unico nel suo genere. Oggi Raspi, tecnico specializzato, ripercorre la storia di una fabbrica, la sua, al tempo della crisi economica e in odore di dismissione, e con l’ausilio di una scrittura essenziale, denotativa, robusta, ferma nei suoi significati, riesce a farci toccare con mano l’estinguersi di una grande industria italiana complice la cattiva politica, il diritto al lavoro calpestato, la dignità assoluta di qualunque mestiere anche duro e ripetitivo ma fonte primaria di sussistenza, la mancata tutela del territorio, il ruolo incerto quando non dannoso dei sindacati.

Da Rea a Raspi è avvenuto un passaggio di testimone nella forma resuscitata del romanzo civile e di denuncia sociale: “Un romanzo è di necessità la storia di una perdita, la storia di qualcosa che prima c’era e poi non c’è più: una speranza, un sentimento, una donna, un mestiere, perfino una fabbrica. O addirittura un mondo, una civiltà, un costume, un’epoca. I romanzi sono inventari di cose perdute” così scrive Rea nelle ultime pagine del suo libro. Raspi sembra voler rilanciare quell’idea di sconfitta, recuperarla dalla discarica della storia e delle nostre piccole esistenze, con un gesto di orgoglio e di volontà, di coraggio, e rimetterla al centro del racconto come un salvagente guasto cui ridare nuova vita, “con la testa alta di chi non ha nulla da nascondere, in pace con se stessi”, in cerca di un futuro non ancora visibile all’orizzonte.

benedetta.centovalli@unimi.it

B Centovalli è editor, docente e critico letterario

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