Pier Franco Brandimarte: un estratto da “L’Amalassunta”

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Pier Franco Brandimarte è il vincitore della XXVII edizione del Premio Italo Calvino

dal numero di giugno 2014

Ecco, lo vedo.

Pulisce il pennello alla pezza, soffia sul foglio, riavvita l’inchiostro di china. Fruga con le dita una scatola di legno, le boccette già aperte toccano tra loro, le etichette unte Winsor, Maimeri, l’olio di papavero, l’olio di noci, la trementina. Trova un mezzo toscano e lo serra in bocca. Scansa la sedia, si passa una mano sulla testa canuta e si mette in piedi a fatica col ciuffo a casaccio – lo stanno chiamando di sotto, sento una voce di donna. Arrivato alle scale rifà il nodo alla vestaglia di lana pesante, stringe il corrimano e scende – zoppica, la gamba destra sfiora il gradino. Sopra la scodella, il cucchiaio nella mano, guarda interdetto una parte del muro come a cercare il riflesso di un filo da pesca. La moglie lo tocca e lui si riscuote.

L’immagine svanisce, dalla strada entra un rumore di scavo che mi distrae. Il braccio meccanico cala sul punto che deve scassare e gli operai rifiniscono a colpi di pala; fortuna che l’inverno è mite e non si gela. Smetto di grattarmi la fronte e cambio posizione sulla sedia. È passato mezzogiorno e dagli altri piani vengono i rumori e le voci – risate, un nome, la pasta scipita, ante, raschi, sedie – scendono dall’alto attraverso le tubature e i muri li rimandano con un riverbero sinistro che ne amplifica la distanza. Certi suoni si ripetono, altri si aggiungono o variano nelle sfumature e da qui, a occhi chiusi e senza muovermi, potrei approssimare l’ora, la stagione dell’anno e se si tratta di un giorno festivo o feriale.

Sul mio tavolo ci sono dei libri aperti e spianati sulle foto di un uomo che è stato un pittore, ci sono fotocopie scarabocchiate e ho fatto uno schizzo di lui mentre mangiavo, l’ho fatto a matita sulla carta in cui era avvolto il panino e ora che tolgo le briciole per guardarlo non è granché.

Un giorno Germano mi ha chiesto com’è cominciata questa storia del pittore e non gli ho ancora risposto. Da quando sono tornato mi fa visita spesso, apre la porta a vetrina e dice Giulio Lorenzo pilota trappista, una frase stramba di quando giocavamo alla guerra, più di dieci anni prima. L’avevamo composta con due nomi e due parole prese dal dizionario secondo un criterio che non ricordo. Una sera gli è tornata alla bocca di colpo e quasi ci siamo commossi. Germano ha deciso di farne il mio nome e così da quella sera io sono Giulio Lorenzo pilota trappista, intrepido come a sedici anni tra i boschetti d’ulivo. Germano dovrebbe arrivare a momenti, qualche volta mi porta un articolo di giornale che ha ritagliato, lo poggia sul tavolo e mi dice leggilo dopo, poi ne parliamo. Germano è l’unico che non mi ha chiesto perché sono ritornato e a cui non ho dovuto mentire. Mi piace l’ombra violetta delle sue palpebre alte, sottile come la carta carbone. Tra poco mi racconterà del suo lavoro e gli dirò del pittore.

Gli dirò che è cominciata per caso.

(…)

La sera lo vedeva dalla sua camera, c’era la luce accesa nello studio e lei non poteva dormire, ma nonostante questo disse che il pittore le stava simpatico, la faceva ridere. Porcomondo, lui me facèa certe uscite in dialetto… E poi io je decìa de spegne la luce la notte, che sennò te vutto li quadri a lu focu, je decìa. Verso gli anni trenta era tornato al paese portando una moglie straniera, e con Gianna, una giovinetta allora, parlavano di cucina e si scambiavano favori. Il pittore si chiamava Licini, che detto da Gianna suonava Liscini. Di notte lo sentiva strillare sopra la terrazza e darsi a certi discorsi – che cavolo sò che facèa, parlava alla luna.

Antonio o Alfredo disse infatti che Amalassunta era il soggetto preferito dei suoi quadri, e non c’era dubbio che Amalassunta sarìa la luna. AntonioAlfredo si mise di spalle al belvedere e il vento gli batté la camicia come una vela. Stese un braccio per dirci che dovevamo immaginarci quegli alberi appena messi a dimora, e intorno uno svolazzo di fili di paglia perché lì si intrecciava la paglia per i cesti e i cappelli e le sedie, e gli scarti li buttavano di sotto e c’era paglia dappertutto.

(…)

“Se dovessero chiederle chi è Amalassunta, risponda pure, a mio nome, che ‘Amalassunta’ è la Luna nostra bella, garantita d’argento per l’eternità, personificata in poche parole, amica di ogni cuore un poco stanco.”

Così scrive Licini all’amico critico Giuseppe Marchiori. È il maggio del 1950: tra poco ci sarebbe stata l’inaugurazione della XXV Biennale di Venezia e il pubblico, per la prima volta, si sarebbe trovato di fronte l’Amalassunta in nove variazioni contrassegnate da numeri progressivi dall’1 al 9. A Marchiori ne è suggerita l’interpretazione perché possa rassicurare gli spettatori non abituati a un certo tipo di pittura che in Italia, malgrado una lunga storia alle spalle, era percepita ancora con sospetto e fastidio. Se qualcuno si fosse domandato che roba è questa? Marchiori avrebbe avuto la risposta pronta, da fornire, secondo le raccomandazioni dell’autore, senza ombra di dubbio e con l’accompagnamento di un sorriso. Testuali parole: “Risponda pure, a mio nome, senza ombra di dubbio, sorridendo.”

Mettiamo che il pubblico si fosse trattenuto davanti all’Amalassunta tanto da chiederne spiegazione a Marchiori lì presente e non avesse invece schivato del tutto la sala di Osvaldo o proseguito oltre dopo il primo sguardo: allora avrebbe pensato, in base alle delucidazioni del critico, alla luna distesa nel cielo sereno, ispiratrice di sogni appaganti per l’animo inquieto, rassicurante equanime lampada accesa nella notte del subappennino che brilla di luce discreta e raccoglie la voce di chi si confessa e le chiede chi sei, ma senza pena, senza pretesa, soltanto per gioco poetico in quanto chi si confessa è già colmo di pace e perciò la sua voce è leggera leggera. Cosicché il pubblico si sarebbe convinto, senza ombra di dubbio, che fosse questo l’incanto che spira dai quadri di Osvaldo Licini: la morbida essenza di un sognatore da chiaro di luna, di un gatto solingo che siede di sera al riparo del mondo.

Sul numero di settembre 2015 lo scrittore Paolo di Paolo ha recensito L’AmalassuntaL’autore semina le sue piccole verità emotive e, senza volerlo, fa scoprire qualcosa di sé. Antonio Tabucchi la definirebbe “un’autobiografia altrui”.

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