Leonardo Sciascia: le forme e i modi dell’azione antimafia

Problema giusto, bersaglio sbagliato

di Rocco Sciarrone

dal numero di settembre 2015

Iniziamo in questa pagina un’indagine sugli interventi di noti intellettuali che hanno lasciato il segno e hanno suscitato grandi discussioni al momento dell’uscita e per ancora molto tempo. Si tratta di articoli molto citati e poco letti, di cui si è perso il contesto storico, culturale e politico che li ha prodotti, mentre hanno continuato a moltiplicarsi, incuranti di testo e contesto, le citazioni polemiche.

È il 10 gennaio del 1987 quando compare sul “Corriere della sera” il famoso articolo di Leonardo Sciascia I professionisti dell’antimafia. Il titolo è stato attribuito redazionalmente: in realtà, l’espressione non ricorre nel testo, ma è destinata ad avere grande successo e larga diffusione, citata spesso anche a sproposito, suscitando periodicamente discussioni infuocate. L’articolo ha una forma ibrida: inizia con due autocitazioni (tratte da Il giorno della civetta e da A ciascuno il suo), esibite – scrive l’autore – come credenziali per chi ha la memoria corta o è in malafede, e si sviluppa per tutta la parte centrale come una recensione al libro La mafia durante il fascismo di Christopher Duggan, la cui traduzione italiana era stata allora pubblicata dall’editore Rubbettino. La parte finale riconduce le riflessioni precedenti all’attualità, scatenando la polemica sui professionisti dell’antimafia.

Un’ampia schiera di commentatori vede in questo articolo una sorta di spartiacque tra lo Sciascia “scrittore civile” e “analista tagliante”, e il nuovo Sciascia autore di una “rozza teoria sui professionisti dell’antimafia” (così, ad esempio, Giampaolo Pansa, in “La Repubblica”, 15 gennaio 1987). In realtà, come a prevenire questa interpretazione, proprio all’inizio del pezzo lo scrittore siciliano rivendica la continuità del suo pensiero su questi temi e, al tempo stesso, ribadisce l’importanza di analizzare la mafia insieme all’antimafia, tenendo ben presente come l’una e l’altra sono rappresentate a livello pubblico, politico e istituzionale. Non a caso, richiamando l’introduzione al libro di Duggan scritta dallo storico Denis Mack Smith, Sciascia sottolinea che la novità e utilità di questo studio è da rintracciare nel fatto che l’autore è attento non tanto alla “mafia in sé” quanto a quel che “si pensava la mafia fosse e perché”. Questo è ritenuto, ieri come oggi, scrive lo scrittore, il “punto focale” della questione: ovviamente, per chi “sa vedere, meditare e preoccuparsi; per chi sa andare oltre le apparenze e non si lascia travolgere dalla retorica nazionale”. Secondo Sciascia, le vicende della mafia siciliana durante il fascismo e, soprattutto, l’azione repressiva condotta dal prefetto Mori rivelano che l’antimafia è stata allora utilizzata come “strumento di una fazione, internamente al fascismo, per il raggiungimento di un potere incontrastato e incontrastabile”, cosicché ogni forma di dissenso poteva essere etichettata come mafiosa. L’antimafia, dunque, come risorsa e strumento di potere, aspetto che può interessare non solo un regime autoritario, ma anche un sistema democratico. È proprio questo il pericolo che denuncia Sciascia con riferimento alla Sicilia e all’Italia di quegli anni. Com’è noto, cita due esempi che ritiene al riguardo significativi: il primo è il caso di un sindaco che, passando tutto il tempo in “esibizioni” antimafia, finirebbe per trascurare i problemi della città cha amministra, trovandosi comunque in una “botte di ferro” perché nessuno oserebbe criticarlo. Sciascia non fa il nome di questo sindaco, che però è chiaramente identificabile in Leoluca Orlando. Il secondo esempio fa invece esplicito riferimento a Paolo Borsellino, che qualche mese prima era stato nominato dal Consiglio superiore della magistratura Procuratore della repubblica a Marsala. In questa occasione, il Csm aveva ritenuto di assegnare il posto a Borsellino sulla base della sua competenza ed esperienza professionale, senza tenere conto del criterio di anzianità adottato usualmente per determinare gli incarichi direttivi.

Borsellino e Sciascia (1988)

Borsellino e Sciascia (1988)

L’intervento di Sciascia va compreso tenendo conto del contesto di quel periodo, uno dei momenti più cruciali del contrasto giudiziario alla mafia. Ricordiamo infatti che l’articolo è scritto mentre si sta celebrando il maxiprocesso di Palermo, sulla cui sentenza di primo grado lo scrittore darà poi un giudizio positivo (“Corriere della sera”, 27 dicembre 1987). Il pool antimafia che aveva istruito il processo era al centro di numerose polemiche e critiche, in particolare Falcone era avversato da più fronti a cominciare da settori della stessa magistratura. Al tempo stesso a Palermo si era sviluppato un vivace e agguerrito movimento antimafia, che aveva reagito con estrema durezza all’articolo di Sciascia, relegato ai “margini della società civile” ed equiparato a un “quaquaracquà”. Del resto, non era la prima volta che Sciascia interveniva su questioni relative alla mafia suscitando critiche e accese discussioni. Com’è noto, questo era accaduto anche con riferimento al terrorismo: basti ricordare la sua posizione contro la linea della fermezza nella vicenda del rapimento di Aldo Moro. La sua visione garantista e libertaria è peraltro ben testimoniata dall’esperienza parlamentare nelle fila del Partito radicale. Una linea di rigore critico molto evidente nei suoi interventi sui temi della giustizia e dell’azione della magistratura, che si era ulteriormente inasprita con la sciagurata vicenda giudiziaria che aveva coinvolto Enzo Tortora.

Nel caso dei professionisti dell’antimafia è fuor di dubbio che Sciascia, pur sollevando una questione meritevole di essere affrontata e discussa, andò fuori bersaglio prendendo ad esempio la carriera di un magistrato come Borsellino. Lo aveva già notato Umberto Santino, uno dei più attenti analisti dell’antimafia, secondo il quale Sciascia poneva problemi reali, ma la sua polemica “era sbagliata nel tono, nella scelta degli esempi e del tempo” (L’alleanza e il compromesso, Rubbettino, 1997). L’errore di Sciascia non fu solo quello di prendere di mira Borsellino, ma fu anche quello di criticare la decisione del Csm, che finalmente subordinava il criterio dell’anzianità a quello della competenza e dell’esperienza professionale. Bisogna ricordare che successivamente lo stesso Csm decise di privilegiare il criterio dell’anzianità quando si trovò a nominare il capo dell’Ufficio istruzione del Tribunale di Palermo, preferendo così Meli a Falcone. Non mancò chi imputò proprio all’articolo di Sciascia questo ritorno al passato, che come sappiamo decretò di fatto la fine del pool antimafia fino ad allora guidato da Antonino Caponnetto. Anche i critici più intransigenti riconoscono che comunque Sciascia aveva attirato l’attenzione su un problema importante, destinato a divenire ancora più rilevante nel corso degli anni. Una simile valutazione è attribuita allo stesso Falcone: “Sciascia aveva perfettamente ragione: non mi riferisco agli esempi che faceva in concreto, ma più in generale” (Francesco La Licata, Storia di Giovanni Falcone, Feltrinelli, 2002).

1396121817-ragusa-foto-festival-vince-simone-sapienzaLa polemica sui professionisti dell’antimafia è stata riportata in auge dalle cronache degli ultimi mesi: pensiamo alle diverse vicende che hanno messo in discussione un certo modo di fare antimafia, coinvolgendo figure di rilievo quali il vicepresidente di confindustria, il presidente della Camera di commercio di Palermo, il presidente della regione Sicilia, o ancora alle discussioni intorno al processo sulla cosiddetta trattativa o a quelle sul movimento politico fondato da Antonio Ingroia. Le forme e i modi dell’azione antimafia costituiscono dunque, ancora oggi, una posta in gioco cruciale sia sul versante istituzionale sia su quello politico e sociale. D’altronde, affrontare questi aspetti implica interrogarsi sulla natura della mafia e sulle sue trasformazioni, quindi individuare e tracciare i confini che la definiscono, tanto nell’immaginario collettivo quanto a livello politico e ­giudiziario.

Sciascia scrisse il suo articolo in un momento storico in cui era in fase di forte accelerazione il processo di costruzione sociale della mafia come male pubblico, che poi si è via via sviluppato attraverso diversi percorsi di “istituzionalizzazione”, non sempre e non tutti funzionali a rendere più efficace il contrasto del fenomeno. La visione della mafia come male pubblico, ovvero contrapposto al bene pubblico, è assai diversa da quella che la rappresenta come male assoluto. Le due visioni alimentano modelli differenti di antimafia: la prima richiede innanzitutto di comprendere i meccanismi generativi e riproduttivi della mafia, in modo da incepparli e disarticolarli con interventi mirati (che presuppongono scelte strategiche – di ordine politico, giudiziario, economico, ecc. – tra diversi corsi di azione), mentre la seconda veicola l’idea di una guerra tra il bene e il male, quindi chiama in causa soprattutto ragioni di ordine etico e morale. Quest’ultima visione, ben rappresentata dalla figura dell’eroe antimafia e da una concezione ecumenica della lotta al crimine organizzato, finisce paradossalmente per depoliticizzare la questione, mentre la prima ha necessariamente bisogno di essere dispiegata nella sfera politica, lasciando spazio alla discussione e al confronto critico. In questo caso la lotta alla mafia non può limitarsi soltanto a interventi di tipo repressivo, ma richiede anche un’azione politica di ampio respiro. Da questo punto di vista, il problema non è la “professionalizzazione”, ma la qualità dell’azione antimafia, i metodi da applicare e gli obiettivi da perseguire, come pure la sua emancipazione dal carattere emergenziale che da sempre la caratterizza. Non basta, ovviamente, essere contro la mafia. Il vero nodo, in questo come in altri campi, è come passare da un’affermazione di principio all’azione concreta. Sulla prima si può essere tutti d’accordo, ma sulla seconda non possono non sorgere differenze e divisioni. Non solo è ragionevole che accada, ma anche auspicabile. Rispetto alla mafia, o meglio all’antimafia, oggi più che mai.

rocco.sciarrone@unito.it

R Sciarrone insegna sociologia della criminalità organizzata all’Università di Torino