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Non rottamiamo Holden

Una nuova traduzione di un archetipo di romanzo

di Matteo Colombo

Perché ritradurre un libro? In generale, ritengo che le traduzioni siano né più né meno che opinioni formulate su un testo, e in quanto tali sempre legittime. Opinioni che devono essere il più possibile fondate, argomentate e giustificabili in ogni dettaglio, ma pur sempre opinioni. Nel caso specifico di The Catcher in the Rye, la domanda è stata ponderata in modo approfondito, innanzitutto su richiesta degli eredi Salinger. Fra i tanti sbarramenti che hanno separato l’idea iniziale di ritradurre dall’effettiva pubblicazione, il primo è stato proprio quello di giustificare l’esigenza di una nuova traduzione a chi del libro detiene i diritti, esercitando un controllo molto rigoroso. Nasce così un documento collettivo, elaborato internamente alla casa editrice, dal titolo Perché ritradurre The Catcher in the Rye? Ecco, in estrema sintesi, alcune considerazioni in risposta.

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Un eroe del nostro tempo

Di Stefano Jossa

Daniele Giglioli, Critica della vittima. Un esperimento con l’etica, pp. 130, € 12, Nottetempo, Roma 2014

È comodo essere vittime: è sempre colpa degli altri. Se perdi un concorso, è perché i commissari sono corrotti e i vincitori raccomandati; se perdi le elezioni, è perché il tuo programma è troppo avanzato e gli elettori non l’hanno capito; se sei parte di una minoranza, basta rivendicarlo e tutto ti è dovuto. “La vittima è l’eroe del nostro tempo” scrive Daniele Giglioli in apertura del suo libro, citando Lermontov e Monicelli insieme: cortocircuito paradossale, che trasforma il perdente in vincente grazie al potere del ricatto, psicologico e sociale, che deriva dalla sua posizione. Le radici dell’“ideologia vittimaria” oggi in voga non sono neppure troppo lontane, perché possono essere fatte risalire a una data precisa: il 26 giugno 1967, giorno in cui Elie Wiesel, sopravvissuto all’Olocausto e autore di La notte, in un discorso tenuto a New York trasformava la Shoah da fonte di vergogna a motivo di orgoglio; se l’oppressore è l’artefice del male, l’oppresso sarà il testimone del bene. A monte ci sono addirittura Rousseau e l’antieroe romantico, che ambivano al riscatto dell’escluso, dell’emarginato e dello sconfitto, ma è nel secondo Novecento che la macchina mitologica della vittima acquista un nuovo potere contrattuale: nel secondo Novecento “la vittima genera leadership”, al punto che molti potenti si atteggiano a tale, con autorevoli esempi nella recente politica italiana.

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Il migliore dei mondi possibili

Di Carla Ammannati

Le meraviglie di Alice Rohrwacher

con Maria Alexandra Lungu, Sam Louwyck, Alba Rohrwacher, Monica Bellucci, Italia 2014

Il film Le meraviglie di Alice Rohrwacher mostra un mondo in cui il male (la ragione dei più forti, il feticcio del denaro, la gerarchia dei ruoli: in una parola, la disuguaglianza) sembra essere stato espulso, dunque il migliore dei mondi possibili, dove tutto è bene. In realtà il male si manifesta solo in una veste altra, assume la forma ordinaria dell’autoritarismo maschile. Il bene e il male sono ontologicamente intrecciati. Il caos è davvero insondabile.

Il film mette in scena una famiglia composta da una madre italiana (Angelica, Alba Rohrwacher), un padre tedesco (Wolfgang, Sam Louwyck) e quattro figlie tra i dodici e i quattro anni, che vive in un vecchio casale nella campagna al confine tra Toscana e Umbria, non lontano dal lago di Bolsena, dell’attività collettiva dell’apicoltura e dei prodotti della terra. Siamo in estate ed è ospite del gruppo familiare una ragazza tedesca, tale Cocò (Sabine Timoteo), evidente reduce di una comune, precedente esperienza libertaria. Necessario è sottolineare che il mondo della competizione, del successo, della forma effimera, del desiderio mimetico appare tenuto fuori. Alla domanda “chi è il capo famiglia?” il padre è sollecito nel rispondere “tutti quanti”. Philìa è la parola chiave per definire le relazioni emotive all’interno del gruppo: nell’accezione di amicizia, di amore materno, di legame tra il padre e la madre. Invece, scopre subito lo spettatore, l’idillio nasconde il dolore, il disagio. La realtà nella quale si muovono i personaggi, infatti, è un hortus conclusus che ingabbia, soffoca. Il padre nella prima inquadratura è visto dall’alto (al mattino, al momento del risveglio), seminudo, disteso in un divano coperto di stracci colorati: animale in fondo alla tana, creatura che evoca un’allarmante deriva personale più che una scelta di resistenza al conformismo. Per di più, vicino a lui vediamo un televisore rimasto acceso: totem che nemmeno l’anarchico Wolfgang è riuscito ad abbattere. L’invasività del mezzo televisivo era, del resto, tema centrale anche nel precedente, bel film di Rohrwacher, Corpo celeste.

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Un'altra storia

Giorgio Biferali per Lib(e)ro transito

Tommaso Landolfi, Racconto d’autunno, pp. 133, € 12, Adelphi, Milano 2013

Per usare un’espressione del Perec di Un uomo che dorme, Landolfi è sempre stato uno scrittore con una certa “tendenza all’inabissamento”. Ostile al cosiddetto manicheismo, all’engagement, alla serietà richiesta e dovuta in alcuni periodi storici, in Racconto d’autunno è riuscito a rendere la resistenza nient’altro che una mera cornice, proprio come fu per la peste nel Decameron. Scritto nel 1947, due anni dopo Uomini e no e coetaneo al Sentiero calviniano, Racconto d’autunno fugge volutamente dalle questioni di guerra, tenendole in sospeso come fossero un rumore di fondo. E questo è chiaro al lettore fin dall’inizio; Landolfi lo avverte: “Coloro che ne avevano la possibilità o se ne sentirono il genio, si organizzarono per una resistenza armata o addirittura per l’offesa, altri resisterono almeno passivamente alle imposizioni degli invasori, altri infine badarono soltanto a togliersi dal fondo della mischia”.

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L’io mitomane

Di Gabriella Bosco

Marguerite Duras, La ragazza del cinema, ed. orig. 1977, trad. dal francese di Angelo Molica Franco, pp. 118, € 13, Del Vecchio, Roma 2014

Sandra Petrignani, Marguerite, pp. 212, € 16, Neri Pozza, Vicenza 2014

Per chi non ama Duras sarà un duro scoglio, ma il consiglio è di leggerlo comunque. Inedito per l’Italia, Il camion, che Del Vecchio pubblica insieme ad Agatha con un titolo allusivo, La ragazza del cinema, è un testo per certi versi ostico (com’è difficile che Duras non sia) ma per altri sorprendente, tale da poter convincere persino un irriducibile.

Sceneggiatura cinematografica molto sui generis, presenta una coppia di interpreti, ma sarebbe più adeguato chiamarli lettori, Marguerite Duras stessa e Gérard Depardieu, seduti a un tavolo in una camera con vista su un paesaggio di periferia. Oltre la finestra passa un camion, ed è dei due personaggi dentro a quel camion che loro, Duras e Depardieu, leggono la storia. Siamo più precisi: Duras la legge, ha in mano i fogli su cui l’ha scritta, Depardieu l’ascolta, ponendo domande quando ciò che sente non gli basta. Ma anche le domande di Depardieu stanno scritte su alcuni fogli, che lui legge.

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Miti, dribbling e metafore

Di Darwin Pastorin

Il mondiale di calcio è anche un esercizio di scrittura. In campo ci sono i dribbling funambolici, i tunnel irresistibili e le parate istintive su calcio di rigore, le punizioni superbe e gli assist impeccabili. Fuori dal campo, le tastiere vibrano tra memorie, corsi e ricorsi storici, aggettivi e superlativi, metafore e sillogismi, ricerca del passato e narrazione del presente. Il pallone, soprattutto prima, dopo e durante la coppa del mondo, figuriamoci poi se disputata in Brasile, diventa palestra per romanzi, saggi e rime sparse. L’editoria esplode in quei giorni furibondi di attese e speranze, di gioie e malinconie, di gol e autogol, di trionfi e cadute: le vetrine delle librerie divampano di sfere di cuoio, di calciatori famosi o perduti, dei colori della nazionale ospitante. L’occasione è troppo propizia: per ritrovarla bisogna attendere altri quattro anni. Con nuovi ricordi e nuovi miti.

Tra le tante proposte, ecco i volumi sulle storie dei mondiali. Storie rivisitate da vari punti di vista: la forma personale, la precisione scientifica, le proprie vicende giornalistiche. Stefano Marelli in Pezzi da 90. Storie mondiali, (pp. 176, € 12, Rubbettino, Soveria Mannelli 2014) ci dà, dopo il giustamente elogiato Altre stelle uruguayane, un nuovo saggio del suo stile. Le vicende delle varie coppe vengono rilette attraverso testimoni autentici, surreali, probabili, certi, assurdi. Ecco Luisito Monti e Diego Armando Maradona (il mio personalissimo Borges del football), ma anche il soldato di Chiasso Alessandro Frigerio che distribuisce caffè nella tribuna stampa del mondiale del 1954 in Svizzera o chi giura di aver giocato in Messico con Ernesto Guevara. Marelli si impossessa dei mondiali, li fa suoi, li arricchisce di umanità, di luce, di passione, riempie i campi di voci, di vicende particolari, il tutto con una penna personalissima, un modo di raccontare che procede con un ritmo incalzante, coinvolgente, avvolgente. Ecco: il pallone, in questo caso, diventa letteratura alta. La lezione di Osvaldo Soriano è servita, eccome. Il grande argentino, un arpiniano bracconiere di tipi e personaggi, trasformò il football in epica, in saga, in una strepitosa finzione letteraria come nel racconto Il figlio di Butch Cassidy, dove viene addirittura messo in scena un mondiale in Patagonia nel 1942, ovviamente mai disputato. Storia diventata anche un ottimo film: Il Mundial dimenticato (2011), per la regia di Lorenzo Garzella e Filippo Macelloni, con la partecipazione, tra gli altri, di Roberto Baggio, Gary Lineker e Jorge Valdano.

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