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Clima e capitalismo

Di Elizabeth Kolbert

Ogni autunno, un’équipe internazionale di scienziati annuncia quanto diossido di carbonio l’umanità ha scaricato nell’atmosfera l’anno precedente. Quest’autunno, le notizie non erano buone. Non lo sono quasi mai. L’unica volta in cui il gruppo ha comunicato un calo delle emissioni fu nel 2009, quando l’economia globale sembrava sull’orlo del collasso. L’anno seguente ci fu di nuovo un’impennata, di quasi il sei per cento. Secondo l’ultimo rapporto, nel 2013 le emissioni globali sono aumentate del 2,3 per cento. A contribuire all’incremento sono stati paesi come gli Stati Uniti, che hanno alcune delle emissioni pro capite più alte del mondo, e anche paesi come l’India, con alcune tra le più basse. “Non c’è più tempo”, ha detto al “New York Times” uno degli scienziati che hanno elaborato l’analisi, Glen P. Peters, del Centro per la ricerca internazionale sul clima e l’ambiente di Oslo.

Come si spiega il nostro fallimento collettivo sul cambiamento climatico? Perché, invece di far fronte al problema, sembriamo non fare altro che aggravarlo? Queste domande sono al centro della nuova ambiziosa polemica di Naomi Klein in This Changes Everything: Capitalism vs. the Climate (Una rivoluzione ci salverà. Perché il capitalismo non è sostenibile, trad. dall’inglese di Monica Bottini, Daniele Didero, Natalia Stabilini, Leonardo Taiuti, pp. 756, € 22, Rizzoli, Milano 2015). “Dove è che stiamo sbagliando?”, si chiede quasi all’inizio del libro. La sua risposta è un completo rovesciamento della narrazione che hanno continuato a raccontare i maggiori gruppi ambientalisti del paese. Secondo questi gruppi, il cambiamento climatico è un problema che può essere affrontato senza grandi sconvolgimenti dello status quo. Ciò che serve sono semplicemente alcuni cambiamenti intelligenti nelle politiche. Che creeranno nuove opportunità di lavoro; l’economia continuerà a crescere; e gli americani, sia ecologicamente sia finanziariamente, staranno meglio. A ostacolare la via del progresso, così continua questo racconto, è una minoranza chiassosa di negatori del cambiamento climatico sostenuta dal Tea Party e finanziata dai Koch Brothers. Ha riassunto di recente questa linea di pensiero l’ex presidente Jimmy Carter parlando a un pubblico dell’Aspen: “Direi che l’ostacolo più grosso che abbiamo attualmente sono alcuni squinternati del nostro paese che non credono al riscaldamento globale”.

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L’esorcista incontra Chesterton

Franco Pezzini

Robert Hugh Benson, Gli stregoni, ed. orig. 1909, trad. dall’inglese di Roberta Ricca, pp. 333 più tre non numm., € 24, Lindau, collana: L’aquila e la colomba, Torino 2012

Una notevole riscoperta, questo bel romanzo tardogotico, a partire dalla qualità narrativa: Benson, presbitero della Chiesa anglicana poi convertitosi al cattolicesimo e divenuto sacerdote a Roma nel 1904 al termine di un sofferto cammino spirituale, fu autore prolifico ed eclettico, e la sua prosa brilla per eleganza e ironia fino a evocare quella di Chesterton.

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Trittico di infelicità

Di Gabriele Di Fronzo

Domenico StarnoneLacci, pp. 138, €17,50, Einaudi, Torino 2014

Il matrimonio è un luogo tranquillo, finché sventuratamente finisce di esserlo. Ora, data l’unione in un’età consona e profetizzando un decesso non così prematuro di uno dei due, lo si attraversa, amore e fedeltà del coniuge permettendo, da un capo all’altro in una cinquantina d’anni. E avanza ancora il tempo per prendere casa e dare alla luce un paio di bambini. Si può fare, quindi: e se hai capito come vanno le cose, hai cessato da un pezzo di confidare nella buona sorte e hai messo su un certo fatalismo.

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L’Eros dimenticato dell’ora di lezione

Simona De Simone per Lib(e)ro transito

Massimo Recalcati, L’ora di lezione, pp. 162 , €14, Einaudi, Torino 2014

Che cos’è un maestro?

Se lo chiedeva più di quarant’anni fa Pier Paolo Pasolini, ripensando alla figura di Roberto Longhi, il maestro a cui doveva la sua “fulgurazione artistica”, e se lo chiede oggi Massimo Recalcati, psicanalista di fama internazionale, nel suo ultimo saggio “L’ora di lezione” edito da Einaudi. Diverso, ovviamente, l’orizzonte, identica l’urgenza: Pasolini, “oppresso” eumiliato” da una Scuola-Edipo fondata sull’auctoritas della tradizione, inclinata all’uniformità identitaria, tesa a sorvegliare e punire le viti storte ed il pensiero critico, rivendicava un maestro che non fosse un “alienato” o un modesto “travet” organico al sistema, ma un uomo in cui la cultura si fosse come “incarnata”. Recalcati, invece, segnato dalla Scuola-Edipo ma consapevole dei mali prodotti dall’attuale Scuola-Narciso, rivendica con forza un maestro, che rifiuti di improvvisarsi amico, padre o psicologo e torni a riappropriarsi del suo ruolo.

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La banlieue come volontà e come rappresentazione

Il fallimento palese delle politiche di civilizzazione urbana

di Girolamo De Michele

“Quanto lontano è quell’anno del bicentenario della rivoluzione francese in cui François Mitterand poteva presentare la politica in favore delle famigerate banlieues come un’opera di ‘civilizzazione urbana’, il cui scopo finale era ‘far sì che non ci siano più città povere e città ricche’”. Comincia con questa disincantata constatazione la presentazione di Thomas Kirszbaum al volume di saggi nel quale, con un taglio pluridisciplinare, storici, sociologi, urbanisti e geografi fanno il punto sul sostanziale fallimento della politique de la ville in Francia: “una politica a lungo saturata di discorsi che, nell’ebrezza dei ‘piani Marshall’ e di altre ‘nuove ambizioni per le città’, lasciavano intendere che il ‘male delle banlieues’ poteva essere definitivamente guarito a condizione di mettervi volontà politica e mezzi finanziari”. Un volume che si rivela prezioso, all’indomani delle stragi di Parigi, per una comprensione di quella banlieue che sembra essere assurta quasi a pietra filosofale ermeneutica nei discorsi di senso comune sulla relazione fra realtà urbana ed estremismo jihadista. Discorsi nei quali alberga spesso una rappresentazione della banlieue standardizzata, che non sembra scalfita dalla constatazione che i tre terroristi di Parigi non erano banlieusard, mentre lo erano (della “famigerata” Seine-Saint-Denis) il poliziotto musulmano e l’impiegato sans papier dell’ipermarket kosher che ha salvato molti dei clienti: pur casuale, questa distribuzione degli attori lascia sospettare che le cose siano parecchio complicate.

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