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Resistenze e terrorismi

Bandiere, stelle e volanti rosse: un po’ di chiarezza tra doppiezze e padrini improbabili

di Bruno Bongiovanni

La Resistenza armata antifascista ebbe differenze notevolissime al suo interno anche, e forse soprattutto, per quel che riguarda il contrasto tra le sinistre aderenti al Cnl, in primis il Pci, e quelle radicali. L’obiettivo di queste ultime, non sempre unitario, era la trasformazione della guerra di liberazione in scontro di classe. Va allora subito ricordato, con i suoi sette-ottocento combattenti, il movimento prevalentemente torinese e piemontese Stella rossa, alcuni militanti del quale (in genere quelli che non avevano aderito alla sinistra comunista del PcdI negli anni venti e in quelli successivi) mantennero la tessera del Pci nella speranza di tenere i rapporti con quanti, nel partito, si muovevano a loro volta, credendo sinceramente che questa fosse la prospettiva del gruppo dirigente, nella direzione di una sintesi tra battaglia antifascista e guerra di classe anticapitalistica. Si arrivò poi, da parte di Stella rossa, al rifiuto delle direttive dell’Urss e venne fondato un piccolo, ma non piccolissimo, Partito comunista integrale, ostile al “centrismo democratico” e al Cln.

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L'illustratore del mese: Massimo Caccia

Le immagini di questo numero sono di Massimo Caccia che ringraziamo per la gentile concessione.

Massimo Caccia è nato a Desio (Mi) nel 1970. Ha frequentato l’Accademia di belle arti di Brera, diplomandosi in pittura. Impegnato principalmente in ambito pittorico, espone in varie mostre collettive e personali. Oltre a dipingere, crea titoli di testa per alcuni cortometraggi, disegna scenografie e  ostruisce marionette. Nel 2001 realizza un’animazione per la campagna natalizia di Tele+, poi si riposa fino al 2007 quando pubblica la graphic novel Deep Sleep (Grrrzetic Editrice). Ha pubblicato tre libri con la casa editrice Topipittori: Ninna nanna per una pecorella con Eleonora Bellini nel 2010; C’è posto per tutti nel 2011 e La più buona colazione del mondo con Giovanna Zoboli nel 2013. Attualmente collabora con il “Corriere della Sera” realizzando illustrazioni per il supplemento “laLettura”. Nei tempi morti prende oggetti comuni e li trasforma in animali. Vive e lavora a Vigevano (Pv).

www.massimocaccia.it

Quel fascino nato dall’industria

Di Anna Detheridge

The Glamour of Italian Fashion since 1945, a cura di Sonnet Stanfill, V&A Publishing, London 2014

Se Milano è diventata per tutto il mondo la capitale della moda made in Italy, il merito è da attribuire a una serie di eventi e di felici coincidenze che hanno valorizzato in un determinato momento (gli anni sessanta e settanta soprattutto) non solo una cultura diffusa, ma anche molti talenti che in quel momento si sono misurati con una produzione non più puramente artigianale, ma ormai industriale. Accanto alla storia dei grandi nomi delle maisons di moda ce n’è poi un’altra che è sicuramente meno gettonata, ma che spiega meglio i motivi e l’entità del successo mondiale della moda italiana.

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Formati da graduate schools e poi all’opera nel mondo

Ritardi e anomalie del dottorato di ricerca in Italia

di Elio Giamello

30 anni di dottorato di ricerca. L’ora del 2+3 è il titolo di un libro documentato e stimolante che Nicola Vittorio e Giampaolo Cerri hanno recentemente pubblicato (pp. 320, € 15, Exorma, Roma 2014) con lo scopo dichiarato di fare il punto sul momento più importante dell’alta formazione universitaria a trent’anni dalla sua istituzione. Il libro riassume un percorso complesso, compiuto nel più classico stile nazionale tra intuizioni e ritardi, tra buoni spunti e palesi contraddizioni, e fornisce un gran numero di dati e di utilissimi riferimenti. L’intenzione dichiarata degli autori è, tuttavia, quella di rilevare l’importanza di uno strumento formativo essenziale per perseguire gli obbiettivi di quella “società della conoscenza” indicata da più parti come l’unica alternativa praticabile al declino per società complesse come la nostra, e di cui istruzione, ricerca e capacità di innovazione sono i pilastri essenziali. L’Italia, terra delle più antiche università del mondo, è arrivata solo nel corso degli anni ottanta del secolo scorso all’istituzione del dottorato di ricerca. Questa risale invece agli anni tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento in molti paesi del mondo più sviluppato sull’esempio di quanto realizzato dall’intuizione e dalla capacità politica di Wilhelm von Humboldt a Berlino. Questo paradosso, figlio di una certa eccentricità del sistema universitario nazionale rispetto ai più comuni modelli europei e di una complessiva inadeguatezza della classe dirigente degli ultimi sessant’anni sui temi della formazione, non ha peraltro portato alla creazione di un sistema moderno, efficiente e capace di far tesoro delle esperienze altrui.

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Le due Inghilterre

Manfredi Di Nardo per Lib(e)ro transito

L’assegnazione del Bottari Lattes Grinzane 2014 ha riproposto un romanzo di Martin Amis, London Fields , che, come prevede la sezione La Quercia del premio, ha conservato il suo appeal intatto negli anni. Pubblicato a Londra nel 1989, fu tradotto già nel ’91 per Mondadori con un titolo di sapore autarchico, Territori londinesi ,per essere ripreso da Einaudi nel 2009 con l’intraducibile intitolazione originale. Gian Arturo Ferrari, nel formulare la motivazione del premio, vede giustamente in questo libro la “spietata e definitiva conclusione“d’ un processo impegnato “a disgregare, decostruire e frantumare l’impianto tradizionale e per così dire classico della narrazione“, e colloca così lo scrittore al posto che gli compete nel quadro della letteratura postmoderna anglosassone. Il critico non manca peraltro di individuare in lui un retaggio della tradizione nella “fortissima unità stilistica e tonale, una voce rauca e inconfondibile, un’asprezza senza compromessi, mai raddolcita. Che, secondo Amis, è il solo onesto modo in cui si può esprimere oggi la ricerca della verità”.

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La storia di un successo, fuori dalla bottega del barbiere

Di Miriam Vignando

Jersey Boys di Clint Eastwood con John Lloyd Young, Erich Bergen, Michael Lomenda, Vicent Piazza, Cristopher Walken, Stati Uniti 2014

Basato sull’omonimo musical di Broadway in scena nel 2006, Jersey Boys racconta il successo di un quartetto musicale, i Four Seasons, che si forma nel dopoguerra (1951) e la cui parabola ascendente prosegue fino agli anni settanta. Clint Eastwood, spesso impegnato a portare sullo schermo personaggi tormentati o marginali, se non la morte come vera protagonista, sceglie di raccontare la storia di un successo. Una storia la cui punteggiatura è costituita da canzoni in falsetto, coreografie per nulla virili (a differenza dei personaggi interpretati da giovane dallo stesso Eastwood), completi sgargianti, brillantina, sorrisi candidi e ammiccanti. All’apparenza patinata e luccicante come le giacche dei Four Seasons, questa storia cela, sotto il livello narrativo principale, sia un impianto cinematografico estremamente solido, in virtù del quale alcuni personaggi funzionano alla perfezione (come quello del boss interpretato da Christopher Walken), sia una stratificazione di contenuti assolutamente non banali.

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