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La frontiera porosa tra invenzione e realtà

Intervista a Emmanuel Carrère di Vincenzo Latronico

Nel Regno, a un certo punto lei parla della proposta di Calipso: la ninfa offre a Ulisse una vita eterna da passare in spiaggia a scopare. Ulisse rifiuta perché l’immortalità non esiste e sceglie qualcosa di vero e imperfetto anziché qualcosa di splendido che non è di questo mondo. Si potrebbe avere la sensazione che stesse parlando della sua scelta, a partire da L’avversario, di abbandonare il romanzo per scrivere solo della realtà.

Non ci avevo pensato! Però in effetti sì, solo con L’avversario ho avuto la sensazione di trovare la mia voce. Fra i libri che ho scritto prima ce ne sono in cui mi trovo bene, La settimana bianca e Ibaffi sono dei bei romanzi brevi, mi piacciono. Però ho la sensazione che fosse una specie di adolescenza di scrittore. La maturità per me è venuta con l’uso della prima persona.

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L'illustratore del mese: Francesco Poroli

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Le illustrazioni di questo numero sono di Francesco Poroli che ringraziamo per la gentile concessione.

Poroli (1975) è nato e vive a Milano. Dal 2000 lavora come illustratore e art director freelance. Durante questi anni ha collaborato con: “The New York Times Magazine”, “Wired”, Adidas, “Il Sole24 Ore”, Mondadori, Rcs, Google, Reebok, Nba e molti altri. Ha esposto in mostre a Milano, Vicenza, New York e Londra.

I suo lavori sono stati pubblicati negli annual di Society of Illustrators NY e The Society of Publication Designers.

www.francescoporoli.it

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La riscoperta delle piccole bellezze

Giorgio Biferali per Lib(e)ro transito

Kurt Vonnegut, Quando siete felici, fateci caso, pp. 107, € 13, minimum fax, Roma 2015

Quando siete felici, fateci caso è il titolo di un libro di Kurt Vonnegut, pubblicato dalla casa editrice minimum fax, a distanza di otto anni dalla sua morte. «Quando siete felici, fateci caso», però, non può essere considerato solamente un titolo. Ha l’aria di una sveglia, di un monito incontrato casualmente sui muri di una viuzza metropolitana, di un invito materno rivolto ai parenti umbratili e queruli. Questo monito, questo invito materno, questa sveglia, derivano da un discorso, da una “lezione americana” tenuta da Vonnegut l’11 maggio 1996, a Indianapolis, nella sua città natale. Per «affacciarsi al nuovo millennio», come scrisse Calvino, Kurt ha pensato bene di rifarsi alle parole di suo zio, Alex Vonnegut, un uomo di buona memoria, un uomo che ha conservato la propria purezza rimanendo se stesso e che ha sempre invitato gli altri a non dimenticare mai l’amore per le piccole cose: «Bere un bicchiere di limonata all’ombra di un albero, magari, o sentire il profumo di una panetteria, o andare a pesca, o sentire la musica che esce da una sala da concerti standosene fuori al buio, oppure, oserei dire, l’attimo dopo un bacio». «Cosa c’è di più bello di questo?», chiedeva Alex al nipote. «Cosa c’è di più bello di questo?», chiedeva Kurt agli studenti, l’11 maggio 1996.

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Al di là delle brutture, la vita è piena di cose sublimi

La scrittrice belga racconta il suo ultimo libro

Intervista ad Amélie Nothomb di Angelo De Matteis

Pétronille, il suo ultimo romanzo, è una storia che parla di un’amicizia fra due donne. Lei ha spesso citato le Lettere a un giovane poeta di Rainer Maria Rilke, e, in particolare, la prima, nella quale si parla della “necessità di scrivere”, come un testo fondamentale, che l’ha condotta a inviare il suo primo manoscritto L’igiene dell’assassino al suo attuale editore Albin Michel nel 1992, e dare così inizio alla sua carriera letteraria. Qual è stata quindi l’urgenza, la necessità che l’ha portata a scrivere Pétronille?

Mi sono resa conto che non esisteva nella letteratura francese un romanzo sull’amicizia femminile. É vero, ci sono romanzi che hanno come protagoniste delle donne, donne legate, però, sempre da un rapporto di rivalità. Trovo questo abbastanza ingiusto perché ci sono dei casi nella realtà in cui le donne hanno legami di amicizia vera, con tutto quello che questo comporta, quindi i litigi, le ambiguità, ma anche la solidarietà.

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Ammazzare i vivi e resuscitare i morti

Di Andrea Casalegno

Ferdinando Scianna, Visti & Scritti, pp. 432, € 24, Contrasto, Roma 2014

Sono, se non ho contato male, 341 ritratti in bianco e nero, uno più bello dell’altro, scattati fra il 1957 e il 2013: un diario di lavoro o un’autobiografia di Ferdinando Scianna, artista, reporter, giornalista, per decenni (ora non più, come documenta egli stesso) l’unico fotografo italiano cooptato dalla Magnum, l’agenzia dei reporter più famosi del mondo. In questo volume, dedicato “a Renata Colorni, che mi ci ha fatto credere”, ogni fotografia è accompagnata però da un testo che la ambienta, la spiega, la inserisce in un racconto, che diventa in qualche caso la storia di una vita. Molti sono i grandi fotografi, pochi quelli che si trovano altrettanto a proprio agio con la parola scritta, che sono, come Scianna, giornalisti e scrittori e non solo creatori d’immagini.

Questo libro ricrea “la piazza gremita dalle persone attraverso le quali ho vissuto la vita”; e si apre con una sfida. “Quando dissi a mio padre che volevo fare il fotografo rimase impietrito. Lui mi sognava ingegnere o medico. ‘Fotografo? Che mestiere è? Uno che ammazza i vivi e resuscita i morti’”. Potrebbe essere una definizione filosofica di rara profondità ma si riferisce più semplicemente alla realtà locale di Bagheria, dove, quando il padre di Scianna era bambino, c’era un solo fotografo, Coglitore. Quando moriva un vecchio e i parenti non avevano una foto da mettere sulla tomba, Coglitore ritraeva il volto del defunto e “con grande perizia di ritoccatore disegnava gli occhi sul negativo”. Inevitabile che un simile mestiere diffondesse intorno a sé un’aura inquietante, tanto più che Coglitore aveva a tal punto perfezionato la sua tecnica “che i suoi ritratti dei vivi avevano invariabilmente un’aria cadaverica”.

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