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Lo squadrismo riabilitato

A partire dall’ultimo non-romanzo di Giampaolo Pansa

di Valerio Evangelisti

Va detto anzitutto che il romanzo di Giampaolo Pansa Eia eia alalà. Controstoria del fascismo (pp. 375, € 16,92, Rizzoli, Milano 2014) non è giudicabile da un punto di vista letterario. Sotto questo profilo non esiste. L’autore cerca una sintesi tra saggio e narrativa, ma non vi riesce. Incorre in errori che uno scrittore di vocazione eviterebbe con cura. Per dirne una, la maggior parte delle azioni non sono messe in scena, bensì raccontate al “protagonista” da terze persone. Domina dunque (anzi, spadroneggia) l’infodumping. Con pletoriche digressioni che interrompono il succedersi degli eventi, per spiegarli in anticipo.

I dialoghi sono rari, e normalmente prolissi e didascalici. Servono a fare capire al lettore un determinato “passaggio storico” (diciamo così). A livello emotivo sono zero. Chi parla lo fa per erudire il pupo. Un elzeviro del “Giornale” incarnato in spoglie rudimentali.

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Ciascuno è stronzo a modo suo

Di Paolo di Paolo

Andrea D’Urso, Just a gigolò,pp. 146, € 16, e/o, Roma 2014

“Il letto nel frattempo non era solo un letto. Era tutto. Ci giocavamo, ci picchiavamo, ci mangiavamo, ci piangevamo, ci facevamo tutto, tranne quello che ci avrei fatto con una certa regolarità anni e anni dopo. Nel letto inoltre ci nascondevamo, soprattutto quando alla sera mia madre cominciava con le scenate di gelosia, mio padre cominciava a bere ed entrambi cominciavano a urlare”. Il paesaggio di questo romanzo è un letto. Sì, la geografia è più mobile e vasta di un materasso, il protagonista si muove con disinvoltura in luoghi diversi del planisfero, ma qui lo spazio che davvero conta è il letto. Just a gigolò, finalista del Premio Calvino nel 2013, con un tono scanzonato, presta voce a un professionista del sesso: a metà tra confessione e esibizionismo, l’uomo che dice “io” si narra e si mostra; le frasi veloci, gli ampi spazi bianchi danno alla narrazione una struttura da racconto per tessere. Lui ci mette lussuria, voracità, ci mette anche rabbia, sfoghi fra isterici e lirici. Un po’ l’autore sembra fare il verso alle saghe sadomaso: le signore “ricche e svalvolate” a cui tiene compagnia finiscono per comporre un campionario sociale sull’orlo del grottesco. Ma il sesso non era una cosa seria? Anche.

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L'illustratore del mese: Franco Matticchio

Le immagini di questo numero sono di Franco Matticchio.

Matticchio è un genio, un disegnatore unico, ironico ed eclettico. Ma questo lo sapete già. Quello che non sapete è che da anni sostiene l'Indice con generosità impagabile. Per la sua amicizia, e per la bellezza della sua arte che non smette mai di sorprendere, gli esprimiamo con queste righe la nostra più sincera gratitudine.

https://www.facebook.com/FrancoMatticchio

Vite offese nel tempo dell’usato

Di Maria Ferretti

Svetlana Aleksievič, Tempo di seconda mano. La vita in Russia dopo il crollo del comunismo, ed. orig. 2013, trad. dal russo di Nadia Cicognini e Sergio Rapetti, pp. 777, € 24, Bompiani, Milano 2014

Per chi vuole capire cos’è successo in Russia nei vent’anni trascorsi dal naufragio dell’Urss, il libro di Svetlana Aleksievič è prezioso. Scavando con delicatezza nelle pieghe della sofferenza, attraverso il racconto corale di uomini e donne comuni, l’autrice fa toccare con mano il trauma provocato dalla violenza sociale della “terapia di shock”, la riforma economica con cui il presidente russo Boris El’cin, dopo aver buttato nella pattumiera della storia l’Unione sovietica, aveva promesso di traghettare il paese dalla miseria del comunismo al benessere e alla democrazia, grazie alle virtù taumaturgiche del libero mercato. Non è, intendiamoci, un saggio di sociologia. Le voci raccolte da Aleksievič non pretendono di rappresentare la società intera. Ma sono tanto più interessanti perché sono le voci di quell’intelligencija diffusa (medici, insegnanti, ricercatori, ingegneri, specialisti) che aveva accolto con entusiasmo la volontà di cambiamento di Gorbačev per sostenere poi con altrettanto entusiasmo El’cin, ammaliata da un sogno che, nelle parole del presidente, sembrava così a portata di mano. Sono le voci di chi voleva una Russia democratica. Ma il risveglio è stato brutale. Anelavano alla libertà e a un mondo più giusto, immaginato coi tratti vaghi di un socialismo dal volto umano o, al massimo di un “capitalismo col sorriso”. E hanno ricevuto il capitalismo selvaggio (“la Colombia, non l’America o la Germania”), che ha travolto le loro fragili esistenze, rendendoli uomini superflui, stranieri d’un tratto in quello che era stato il loro paese. Ai giorni dell’euforia e della speranza, sono seguiti i giorni amari del disincanto.

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Tre esseri umani sospinti nel vuoto

Di Carla Ammannati

Winter Sleep - Il regno d’inverno di Nuri Bilge Ceylan

con Haluk Bilginer, Melisa Sözen, Demet Akbag, Turchia 2014

Il film del regista turco Nuri Bilge Ceylan, scritto con la moglie Ebru e vincitore della palma d’oro a Cannes, è la storia di un’assenza, di un vuoto, che nei tre personaggi protagonisti, lo scrittore ed ex attore Aydin (Haluk Bilginer), la moglie Nihal (Melisa Sözen) e la sorella Necla (Demet Akbag), assume colore diverso. Aydin, sulla soglia della senilità, manca della linfa vitale che è stato per lui il teatro. Lontano da Istanbul, cioè dalle scene e dalla letteratura che lì era rappresentata, gestisce un albergo (l’Othello) scavato nella rocciaall’interno di un paesaggio remoto e lunare della Cappadocia. Soggiorna d’abitudine nello studio, una sorta di fortilizio privato a cui si accede dall’esterno. La giovane e bella Nihal vive una vita parallela a quella del marito, sostanzialmente separata da lui, che la spia da dietro il vetro della finestra. Lei ha smarrito il desiderio. Il suo è un vuoto di eros. Giorni che si susseguono senza più il calore della pelle e del sangue. La sorella di Aydin, infine, ha perso il suo uomo. Ha chiesto il divorzio e s’interroga di continuo sulla felicità di quella scelta. Naufraga e come ospite in casa del fratello che, in quando eredità del padre, è anche sua.

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L'importanza di sfogarsi, 2

Luca Giorgi

A quelli che mangiano senza

Cari Quelli che mangiano senza, se il mio inguaribile snobismo non mi preservasse da una frequentazione più assidua con i mezzi di informazione moderni, ben più veemente sarebbe il mio sfogo.

Che non ho comunque intenzione di risparmiarvi, visto che ogni volta che spippolo sul telecomando mentre l’acqua per la pasta bolle… ogni volta che cazzeggio sulla rete per sentirmi normale… ogni volta che sfoglio incautamente una rivista in una sala di attesa dentistica alla ricerca dei gossip refrigeranti sulle intemperanze sessuali di Pippa Middleton… insomma, ogni volta che mi affaccio sul mondo, voi siete lì!

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