Francesco Garofalo – Cos’è successo all’architettura italiana?

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Città, progettisti e quadro politico

recensione di Pippo Ciorra

dal numero di maggio 2017

Francesco Garofalo
COS’È SUCCESSO ALL’ARCHITETTURA ITALIANA?
a cura di Mario Lupano
pp.192, € 25
Marsilio, Venezia 2016

Francesco Garofalo - Cos'e successo all'architettura italianaÈ sempre difficile scrivere del lavoro di una persona vicina e lo sforzo è tanto maggiore se la persona in questione ci ha appena lasciato, sottraendo una delle voci migliori alla scena culturale architettonica. Lo stesso libro, che raccoglie trenta degli scritti di Francesco Garofalo, non è un oggetto meno difficile da decifrare, votato in ogni suo aspetto a tenere insieme modi diversi e apparentemente distanti di vivere la condizione di architetto e studioso. È un libro di Garofalo per la sua partecipazione essenziale al progetto editoriale, ma è anche un libro di Mario Lupano, vero curatore del testo, per il sovrappiù di cura appassionata, dedizione e originalità che ha messo nel suo lavoro di editor molto informato dei contenuti. È il libro di un architetto deciso a “fare architettura scrivendo”, ma anche di uno studioso con basi culturali e accademiche molto solide, più che legittimato – vedi l’introduzione di George Baird – a ricoprire un ruolo nella scena architettonica internazionale.
È un libro di saggi decisamente scholarly, per niente intimiditi dal confronto con la storia, ma anche una raccolta di testi critici più intimi, legati all’umore o al tema del momento, molto spesso pensati e scritti in forma epistolare, una forma privata e particolarmente autentica che la pervasività dello spazio pubblico delle relazioni odierne tende a cancellare. È un libro di non poche sorprese, poiché il titolo sembra indirizzarci verso un tono polemico che poi nel testo non troviamo (quasi) mai sia per la serena consapevolezza storiografica dei saggi su Roma e gli architetti romani, sia per quella che George Baird chiama “la peculiare generosità e socievolezza della sua azione critica”, più incline a duettare che a sopraffare. La natura complessa di questo libro/legacy è ben riflessa (si riconosce anche qui la mano del curatore) nella grafica e nell’impaginazione, anch’esse dolcemente ambigue. Da una copertina ingannevole, che richiama l’ortodossia editoriale dei vecchi saggi di architettura Laterza si passa, nelle pagine interne, a un libro complesso, che tiene separate, e una contenuta nell’altra, le due modalità di scrittura: quella accademica e saggistica, e quella privata epistolare. Gli scritti non si ordinano per cronologia o per argomento, ma secondo il tono della scrittura, che si riflette pesantemente in un’instabilità grafica impossibile da intuire a partire da titolo e copertina. L’indice accoglie quest’anima doppia e considera gli scritti un po’ più corsari (raccolti nella sezione Fuoriluogo) come l’elemento essenziale per coglierne il profilo intellettuale e umano più profondo.

La portata universale del modernismo

Detto della struttura non è difficile riassumere i contenuti. I saggi scorrono densi seguendo un percorso teso a delineare la portata universale e contraddittoria del modernismo (soprattutto) romano: Giuseppe Vaccaro, Angiolo Mazzoni, Adalberto Libera, Luigi Moretti, Mario Ridolfi, Mario Fiorentino, Paolo Portoghesi e Ludovico Quaroni trovano il loro posto in una geografia spazio-temporale incredibilmente ricca e in una prospettiva che da Roma si estende al mondo. Gli appunti di Fuoriluogo servono soprattutto a farci comprendere il raggio critico d’azione di Garofalo – la politica, l’università, il dibattito sulla città, le mostre di architettura, il ruolo della stampa e molto altro – e la sua incapacità di rimanere zitto davanti a ogni errore, offesa, abuso fatto all’architettura e alle strutture destinate a insegnarla. Alcuni testi spiccano sia per la rilevanza del contenuto sia per l’approccio. Gli scritti su Vaccaro e sul Palazzo volante di Luigi Moretti, per esempio. Il primo è l’occasione per affrontare un autore di grande talento che sfugge a compagini e affiliazioni e che la storiografia tradizionale ha sempre fatto fatica a collocare. Il secondo per provare a scalare la montagna storiografica di Moretti, un grumo di talento, intelligenza matematica, cattiva politica e imprenditorialità sospetta che solo negli ultimi tempi ha trovato, forse grazie al gruppo di ricerca di Bruno Reichlin a Mendrisio, una certa pace critica. Si parte da un singolo edificio, in questo caso corso Italia a Milano, per analizzarne i singoli elementi, specie quelli più inusuali per il Moretti romano, come dispositivi per comprendere le complesse relazioni tra l’autore e il mondo.

Garofalo è un esponente tipico della sua (e mia) generazione e di un esercizio oggi abbastanza scoraggiato: architetti progettisti con la passione per la teoria e per la storia che ancora trovavano lo spazio (editoriale, o nel post-laurea) per scrivere di un presente esteso che arrivava facilmente all’inizio del secolo scorso. Nel libro l’esempio migliore di questo atteggiamento è il saggio Gli architetti, la guerra e la ricostruzione 1938-1948, in cui l’autore affronta gli anni della guerra, in genere risolti con un paio di frasi sulle rovine dell’E42 (l’esposizione universale che si sarebbe dovuta tenere a Roma nel 1942). L’atto d’amore, intellettuale e politico, di questa parte del libro è certamente il testo sul Corviale di Mario Fiorentino, un nodo critico ancora intricatissimo, al quale Garofalo si avvicina con un misto di devozione e scetticismo. È una specie di esercizio di autocoscienza che alla fine non fa che confermare l’enigma critico del progetto, già evidente nelle antiche parole di Manfredo Tafuri: “Il risultato migliore del Corviale di Fiorentino è che il progettista sia riuscito a convincere il committente a realizzarlo”.

L’importanza della politica

I testi Fuoriluogo hanno altro tono e altro peso: lettere inedite ad amici, accademici, uomini politici, testi brevi pubblicati sui social media, note per occasioni accademiche o altro. I temi sono ricorrenti: i problemi dell’insegnamento dell’architettura e dell’università italiana, le questioni urbane di Roma, i concorsi di architettura, i media, alcuni grandi amori architettonici. Emergono aspetti interessanti, prima fra tutti la questione dell’università e della ricerca. L’impressione che si ricava dei testi di Garofalo, che pure è stato coinvolto in passaggi importanti delle ultime riforme, è il doloroso spreco di intelligenze, buone idee, ottima volontà e onestà intellettuale, di persone preparate e informate che hanno influito molto meno di quanto avrebbero dovuto e potuto sull’assetto attuale dell’università italiana. Il secondo tema è l’importanza della politica. L’autore è un irriducibile riformista, che rintraccia ovunque i rapporti tra la sua disciplina e gli assetti politici e cerca instancabilmente di suggerire percorsi e meccanismi virtuosi, secondo prassi e paradigmi della miglior bella politica novecentesca. Ultimo tema (in realtà la traccia dominante del libro) è la città di Roma: i suoi architetti, la sua singolare vitalità urbanistica, i dispositivi che per tutto l’arco di un secolo hanno regolato i rapporti tra il progetto di architettura e il disegno della città. Garofalo rubrica tutto questo all’interno di una rivisitazione del metodo tipo-morfologico, ma probabilmente c’è di più, soprattutto quando l’autore riesce a mettere in luce legami meno ovvi tra la storia della città, la biografia dei progettisti, le evoluzioni complesse e non sempre pacifiche del quadro politico.

pciorra@tin.it

P Ciorra insegna composizione architettonica all’Università di Camerino

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