Francesca Rossi e Agostino Contò – Umberto Boccioni

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Alle radici del futurismo

di Virginia Baradel

dal numero di luglio-agosto 2016

UMBERTO BOCCIONI (1882-1916)
Genio e memoria
a cura di Francesca Rossi con Agostino Contò
pp. 307, € 34
Electa, Milano 2016

Boccioni 1882-1916. Genio e memoria in corso a Milano a Palazzo Reale sino al 10 luglio, appare come una mostra del centenario niente affatto celebrativa ma al contrario felicemente di studio. L’avverbio è giustificato sia da un piccolo giacimento di “prove” che stazionavano silenti da mezzo secolo nei depositi della biblioteca di Verona, sia dall’approccio scientifico animato da un’appassionata volontà di ricerca che Francesca Rossi ha posto in essere nell’ottenere da quei documenti, dopo il lungo silenzio, il massimo di eloquenza. Il risultato è una copiosa messe di rinnovate riflessioni sul maestro del futurismo. L’insieme delle immagini ritagliate e composte dall’artista e la rassegna stampa sul futurismo, portati alla luce e studiati sin dal 2013 da Francesca Rossi e Agostino Contò della Biblioteca di Verona, si compone di due distinte raccolte: l’atlante della memoria, ovvero un corpus di 22 fogli di cartoncino su cui Boccioni incollava ritagli di opere d’arte o di decorazioni di vario genere ed epoca, e una raccolta di articoli di quotidiani e riviste che riguardavano mostre, sortite, iniziative futuriste, probabilmente realizzata in collaborazione con Marinetti. Questa duplice e inedita riserva di indizi sulla formazione e sull’attività futurista, consente altresì di ricostruire una costellazione di riferimenti, di confronti, di riscontri che emoziona e stimola l’addetto ai lavori, ma cattura anche il visitatore perché comprende che vi è stato un tempo in cui il feroce fustigatore del passatismo s’incantava di fronte a Dürer e a Giovanni Bellini, alla linea sbalzata e all’alta definizione figurativa. E sappiamo come il “tempo” nella vita di Boccioni sia stato così breve e tumultuoso che dall’infatuazione per la Pietà di Brera a La città sale passano poco meno di due anni. L’altro giacimento noto, ma ora esposto per intero e valorizzato nella nuova disamina scientifica, è costituito dai sessanta disegni di Boccioni conservati al Gabinetto del Castello Sforzesco. Di massimo interesse sono i disegni destinati ad accompagnare le sculture nelle mostre itineranti del 1913-1914: si comprende l’accanimento sperimentale e didattico con cui Boccioni perseguiva l’implacabile intenzionalità, anche dimostrativa, di restituire la “compenetrazione plastico-dinamica” dei corpi come se fosse una questione non di rappresentazione ma di verità. Un tratto di personalità, questo, che ha sempre caratterizzato la sua attività artistica, sin dagli esordi. Emerge dall’insieme della mostra e dal catalogo l’importanza assoluta del disegno nell’opera di Boccioni quale fondamento per ogni impresa e variazione espressiva. La mostra dunque si presenta come un organismo pulsante che procede sia per cronologia che per nuclei tematici variamente intestati e dunque richiede una certa elasticità, un’attenzione mobile sia al corpo e allo sguardo del visitatore, sia alla sua mente: non solo contemplazione delle opere ma riflessione attiva, poiché ogni opera è corredata da una singolare varietà di spunti di approfondimento. S’intrecciano dipinti e sculture, disegni, incisioni, fotografie, cartoline, manifesti.

Boccioni

Il catalogo della mostra

Il catalogo è concepito come uno strumento fedele al disegno curatoriale e al percorso espositivo. Impresa non facile, che poteva indurre una certa artificiosità nel trasferimento della stimolante varietà dell’allestimento alla rigidità dell’impaginato, con la sequenza di contributi e immagini. La perfetta aderenza è chiara sin dall’inizio con la riproduzione anastatica delle tavole dell’atlante, tale da far apprezzare d’emblée il fascino di quei reperti e l’appetito di studio che sprigionano. Opere e documenti esposti in mostra, in totale 280 pezzi, sono distribuiti lungo i testi, ribadendo in tal modo il carattere di ricerca dell’operazione nel suo complesso, di potenziamento della comprensione dell’opera di Boccioni sin dagli esordi. In questo percorso i Diari, arrivati dal Getty Research Institute di Los Angeles, rappresentano il vero laboratorio mentale di tormenti e aspirazioni dell’inquieto giovane, che dichiara la netta volontà di sacrificare tutto se stesso sull’altare di un’arte che ancora attende il suo vate. L’Atlante è a essi coevo e presenta riproduzioni di opere antiche e moderne, prelievi da riviste o prove di stampa provenienti soprattutto da “Emporium” tramite l’amico Gabriele Chiattone. Le opere vanno dal marmoreo corteo delle Muse del Rilievo Chini a sculture di Vincenzo Vela, Leonardo Bistolfi e Medardo Rosso; dalle grafiche di Albrecht Dürer a quelle di Félicien Rops, Joseph Sattler e Odilon Redon; dai dipinti di Giovanni Ambrogio de Predis a quelli di Jaques Émile Blanche, Richard Edward Miller, Anders Zorn, Frank Brangwyn, Giovanni Segantini, Gaetano Previati e Pablo Picasso. La varietà delle opere dimostra il vorace desiderio di modelli: lo scarto tra l’immensità del compito di rifondare l’arte in linea con la scienza e la filosofia e le sue risorse (tecniche, economiche, culturali) alimenta la drammaticità di quel tratto di biografia (1906-1909) in cui compone la raccolta dei ritagli che, al fine, rappresentano una specie di ancora nella ricerca spasmodica di verificare tracciati, informazioni e riferimenti per una personale enciclopedia artistica.

Su questo inedito e formidabile repertorio si sofferma in catalogo Francesca Rossi elaborandone la consistenza in funzione della capacità di costituirsi come fonti. Aurora Scotti prende in esame i ritratti e gli autoritratti dipinti di quegli stessi anni, basati su variazioni di stile che oscillano tra la pennellata veloce e sintetica della pittura moderna parigina e il divisionismo di Balla. Antonello Negri approfondisce il ruolo della scena urbana che scorre lungo tutta la ricerca di Boccioni, mentre Sergio Rebora si sofferma sul rapporto con Alberto Grubicy e la galleria che aveva fatto la fortuna del divisionismo. Nella prima sezione del catalogo, dedicata alla formazione e alle fonti, un ruolo significativo è attribuito alla grafica, oggetto dell’analisi critica di Giovanna Mori e Claudio Salsi. Infine Nicol M. Mocchi entra nel merito della consultazione da parte di Boccioni dei periodici illustrati dell’epoca. La sezione Pratica e teoria affronta linee di analisi relative all’approdo futurista. Alessandro Del Puppo affronta il tema della sintesi del dinamismo nel passaggio dalla pittura alla scultura; mentre di dinamismo tout court parla Ester Coen: entrambi offrono un prezioso aggiornamento dei loro studi sul futurismo boccioniano che si dispiega specularmente nella sperimentazione artistica e nella riflessione teorica. Si spinge verso la cinematica Denis Viva, che mette in relazione moto assoluto e moto relativo nel dinamismo plastico teorizzato e praticato dall’artista. Rosalind McKever tratta della fortuna delle sculture di Boccioni negli Stati Uniti mentre, a conclusione di questa sezione, Francesca Rovati approfondisce l’orientamento di ricerca dell’ultimo Boccioni tra citazioni picassiane e riscoperta cézanniana. La seconda parte del catalogo prende in esame gli apparati di documentazione. Agostino Contò rende conto del fondo Callegari-Boccioni donato nel 1955 dall’amata sorella Amelia alla Biblioteca veronese; Margherita d’Ayala Valva della tecnica pittorica quale si evince dagli scritti di Boccioni; Danka Giacon dei materiali dell’Archivio Bisi Crotti al Museo del Novecento. L’ultima parte è dedicata ai disegni del Castello Sforzesco ed è affidata alla penna di Francesca Rossi, Silvia Vacca, Letizia Montalbano e Mattia Patti.

vbaradel@alice.it

V. Baradel è critica e storica d’arte del Novecento

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