Gianfranco Rosi – Fuocoammare

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L’Occidente deve vedere

recensione di Francesco Pettinari

Gianfranco Rosi
FUOCOAMMARE
con Samuele Pucillo, Mattias Cucina, Samuele Caruana, Pietro Bartolo
Italia 2016

Gianfranco Rosi - Fuocoammare (Locandina)“Un film urgente, visionario, necessario”: questa la frase di chiusura della motivazione che ha portato la giuria dell’ultima edizione della Berlinale, presieduta da Meryl Streep, ad assegnare il premio più prestigioso, l’Orso d’oro,  a Fuocoammare di Gianfranco Rosi, l’unico italiano selezionato per il concorso; peraltro, da Berlino Rosi porta a casa anche il premio della Giuria Ecumenica, il premio di Amnesty International, e il premio dei lettori del Morgenpost; e il fatto che il film sia stato acquistato da pressoché tutti i più importanti distributori dei paesi europei e non solo.
Individuare luoghi e persone che li vivono; abitare quei luoghi per molto tempo; avvicinarsi con cautela alle persone, conquistarne la fiducia; filmare e trasformare frammenti di realtà e di vite di persone reali in universi narrativi e personaggi carichi di significato: questo, in sintesi, il modo di lavorare di Gianfranco Rosi, il regista nato ad Asmara, in Eritrea, classe 1964, cittadino italiano e americano – si è diplomato alla University Film School di New York. I lavori di Rosi si posizionano, nella geografia del cinema contemporaneo, in quella regione contaminata dove convivono documentario e cinema di finzione – docufilm è il termine che viene utilizzato -, ma la sua originalità  trascende le etichette: Rosi, è il caso di dire, i suoi film se li fa pressoché da solo: non è solo il regista, è anche autore della fotografia, curatore del suono; inoltre, parte da un’idea – da un soggetto – che non si traduce in una sceneggiatura convenzionale, ma è invece il suo sguardo sulla realtà scelta a creare il racconto filmico. La giornata di un barcaiolo lungo il Gange (Boatman, 1993); la comunità di Slab City in California, fuori da ogni regola del consorzio umano, eppure ricchissima di umanità (Below Sea Level, 2008); il film-intervista a un sicario del cartello messicano, il quale affida solo alle mani il racconto dei suoi crimini (El sicario – Room 164, 2010): tutte opere presentate e premiate nei maggiori festival internazionali. Nel 2013 arriva la consacrazione con Sacro GRA, il racconto di un campionario di umanità che ha dell’incredibile e che vive lungo quel cerchio – il Grande Raccordo Anulare – che circonda il centro di Roma: vite mostrate con uno spirito che Bernardo Bertolucci, presidente di giuria alla Mostra del Cinema di Venezia, consegnando il Leone d’oro a Rosi, ha voluto definire “francescano”.

Non è un film sui migranti

Per Fuocoammare, nato da un’idea di Carla Cattani, Rosi ha scelto Lampedusa: non un luogo poco noto, bensì l’epicentro dell’attenzione mediatica, in quanto approdo di quell’esodo di massa che ha per protagonisti centinaia di migliaia di migranti. Lampedusa è un’isola delle Pelagie, con una superficie di ventimila metri quadri, una popolazione di circa seimila persone, più vicina alla costa africana che a quella della Sicilia: ebbene, in vent’anni, ha accolto quattrocentomila migranti, e si contano quindicimila morti. Fuocoammare, va precisato subito, non è un film sui migranti, o solo sui migranti, non è un film-inchiesta, almeno in senso convenzionale: è uno studio su questo luogo, un racconto filmico che, pur non essendo esplicitamente politico, presenta giocoforza una valenza politica – per quanto e come possa farsene carico un’opera d’arte ovviamente – e la condivide con lo sguardo dello spettatore.

Fuocoammare - Una scena del film

Fuocoammare – Una scena del film

Rosi ha soggiornato a Lampedusa dalla fine del 2014 fino allo scorso gennaio: persino il lavoro di montaggio, curato da Jacopo Quadri, ha voluto che fosse realizzato in situ, nella realtà da cui questo racconto è germinato. La maggior parte dei centosette minuti della durata raccontano infatti la quotidianità dell’isola, soprattutto attraverso un protagonista strepitoso che Rosi ha individuato, Samuele Pucillo, un ragazzino di dodici anni, il quale apre e chiude il film, e lo attraversa disegnando una parabola narrativa che è a tutti gli effetti un bellissimo racconto di formazione – lui che ha visto per la prima volta un film in un cinema proprio a Berlino, e per giunta con lui medesimo nel ruolo di se stesso.

Samuele vive con il padre che fa il pescatore e che gli racconta la durezza della vita di mare, e con la nonna, la quale trasforma il pescato in una zuppa che buca lo schermo, oppure,  nei pomeriggi di tempesta, quando non si può uscire, cuce. Samuele parla in dialetto e studia inglese. Samuele è abile con le mani: costruisce fionde perfette e con gli amici va a caccia di uccelli, anche col buio; ma si può tirare anche alle foglie dei fichi d’india, dopo averle bucate e trasformate in volti-bersaglio, e poi, dopo il gioco, cercare di ricomporle con del nastro nero; oppure, si può stare seduti sulle rocce, e, guardando il mare, sparare con un’arma immaginaria a un nemico altrettanto immaginario. Proprio la sua mira infallibile con la fionda mette in luce un difetto: Samuele ha un occhio pigro, un occhio che non permette al cervello di registrare le immagini che vede, un occhio che va allenato, corretto, bendando quello sano. E qui si innesta, senza forzature, una lettura esplicita ancor più che simbolica: l’occhio pigro di Samuele è quello di tutto l’Occidente che non vuole vedere il dramma dei migranti, non vuole vedere la pagina di Storia che gli passa accanto; è altresì quello della politica – italiana ed europea – che non riesce a trasformare un problema emergenziale in un fattore strutturale. Samuele sembra essere più un uomo di terra, mentre a Lampedusa tutti sono pescatori: lui quando esce col padre sta male, vomita, e anche qui l’indicazione e la lezione del padre valgono anche per lo spettatore: per educare lo stomaco e abituarlo a far sì che stare sulla terraferma e stare sul mare diventino una cosa sola, basta andare sul pontile, su un basamento mobile, mosso dal ritmo del mare, e allenarsi. Il racconto è popolato anche da altri personaggi, come il dj della radio locale – è lui che manda in onda, su richiesta, Fuocoammare, una ballata in dialetto; è lui il canale audio che procura musica in un lavoro che per il resto appare quasi silenzioso, perché popolato solo dai suoni in presa diretta.

Pietro Bartolo

In questo contesto si inserisce, come l’ordito in una trama, il canale narrativo legato ai migranti. Rosi non ha scelto di raccontare una sola persona e di farne un personaggio: ha voluto raccontare il gruppo, la comunità di migranti, il fattore collettivo. L’impressione è quella di un tema che si va facendo sempre più potente nel corso della visione: si parte da immagini quasi astratte, dove si sentono solo voci che chiedono aiuto, e non si vedono persone, per poi arrivare a mostrare le operazioni di soccorso, i trasbordi, le pratiche mediche e militari legate all’accoglienza. Due sequenze raccontano la vita dei migranti separata da quella degli altri abitanti: un gruppo di nigeriani consegnano la testimonianza del loro viaggio in condizioni disumane, per cui  il rischio di morire in mare rappresenta una speranza perché si fugge da una morte certa,  e lo raccontano come se pregassero o cantassero un gospel; oppure, li si vede improvvisare un torneo di calcio, dove si tifa per la Siria e per l’Eritrea. Unico tramite tra i lampedusani e i migranti è una figura ammirevole, come uomo prima che come medico, del quale i media non sembrano mai essersi accorti: Pietro Bartolo, direttore sanitario della Asl di Lampedusa, colui che da trent’anni cura gli isolani e si occupa in prima linea dei soccorsi ai migranti, comprese le ispezioni cadaveriche, dove bisogna procurare un ulteriore oltraggio ai corpi deceduti, anche quelli dei bambini, per poter fare esami.

Fuocoammare - Scena del film

Rosi ha dovuto conquistare anche la fiducia del personale delle navi militari, per questo gli è stato possibile filmare il materiale che poi è confluito in una delle ultime sequenze, sicuramente quella che lascia il segno più doloroso durante la visione: una barcone alla deriva, i corpi straziati dalla disidratazione, e, nella stiva, i corpi di coloro che non ce l’hanno fatta, di quanti sono deceduti per mancanza d’aria – questo è l’Olocausto contemporaneo.

Immagini forti? Immagini disturbanti? Pornografia? Assolutamente no. Piuttosto, si ritrova anche qui lo stesso spirito “francescano” che è ormai il marchio di fabbrica dello sguardo di Rosi, la capacità di confezionare racconti  legati sì a uno sguardo personale – di antropologo oltre che di cineasta -,  anche se poi non risulta esserci la presenza, o l’invadenza che dir si voglia, della prima persona: non si vede mai il regista, né si ascoltano suoi commenti sulle immagini – nessuna tentazione di selfie, quella sì che avrebbe sporcato la limpidezza dell’opera. Semmai, la visione di Fuocoammare invita a interrogarsi, per contrasto, sul senso della violenza mostrata in maniera gratuita e spettacolarizzata da tanto cinema di finzione. Non si può continuare a distogliere lo sguardo: questo il senso profondo del lavoro di Rosi; il marcare, qui più che nelle altre opere, la differenza tra l’immagine cinematografica e l’immagine puramente informativa, quella del bombardamento mediatico, quella che mira al sensazionalismo e alla banalizzazione dei contenuti, quando non a una sterile retorica.
Il cinema può anche essere un luogo dove riflettere, non solo un luogo di evasione – anche se, come per Samuele nei confronti del mare -, per poterlo abitare in questa prospettiva, è necessario allenarsi a lungo.

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