Jack London – Le strade dell’uomo

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recensione di Andrea Casalegno

Dal numero di marzo 2016

Jack London
LE STRADE DELL’UOMO
Fotografie, diari e reportage
a cura di Alessia Tagliaventi, trad. dall’inglese di Maria Baiocchi e Anna Tagliavini
pp. 196, € 19.90
Contrasto, Roma 2015

Chiunque sia stato ragazzo o ragazza sa chi è Jack London: l’autore del Richiamo della foresta e di Zanna bianca. Qualcuno, incapace di staccarsi dal loro fascino, li avrà riletti da adulto (come Walter Scott, Robert Louis Stevenson, James Fenimore Cooper, Herman Melville, Rudyard Kipling, Joseph Conrad) in lingua originale. O vastità di orizzonti del mare, delle immense foreste, delle grandi praterie! Altri saranno passati ai suoi romanzi, o alla biografia, l’appassionante romanzo della sua troppo breve esistenza.

jack-londonSapevo che fu un grande reporter, non che maneggiasse con uguale perizia la penna e la macchina fotografica. Ben arrivato, dunque, un altro dei volumi ancipiti di Contrasto, costruiti intrecciando testo e foto. Perché tra il 1900 e il 1916 Jack London scattò “più di dodicimila foto”!

Le strade dell’uomo è diviso in quattro parti: quattro esperienze fondamentali della sua vita. La prima (estate 1902) è la discesa nell’East End di Londra travestito da barbone, per scrivere The People of the Abyss, che uscirà nel 1903: l’anno del suo primo grande successo di pubblico, The Call of the Wild. È un racconto che fa paura. La verità delle immagini (London le definiva “documenti umani”) gareggia con la forza delle parole. Bambini cenciosi ma sorridenti, donne ubriache che si strappano i capelli, uomini in fila per ricevere un pasto davanti alla sede dell’Esercito della salvezza o abbandonati come mucchi di stracci in uno dei tanti parchi. Stupenda la foto a doppia pagina in cui una folla di bambini lo fissa con curiosità “in un cortile del quartiere ebraico”. Per entrare in contatto con la miseria la chiave è il vestito. “Con i miei stracci addosso incontrai la gente da uguale. Mi fu subito chiaro che il valore della mia vita era diminuito in proporzione diretta con i miei abiti. Ma per la prima volta incontravo le classi dei diseredati faccia a faccia. Non avevo più paura della folla. Ne facevo parte”.

All’inizio del 1904, ormai celebre, è inviato in Corea da un quotidiano americano. Sta per scoppiare la guerra tra Russia e Giappone per la Manciuria, e tutti si aspettano che lo zar spazzi via facilmente le forze dei piccoli uomini gialli. Non sarà così. London riesce a inviare venti articoli e centinaia di foto, ma entrando e uscendo dalle prigioni giapponesi (lo salva solo l’intervento dell’ambasciata Usa). In zona di guerra tutto è vietato, anche fotografare quattro coolies. Promosso a “spia russa”, London è sottoposto a estenuanti interrogatori. I giap vogliono sapere tutto: “Ha fratelli e sorelle? Di che età? Che cosa fanno suo padre e sua madre?” “Ero arrivato in guerra convinto di provarne il brivido. Ma gli unici brividi che ho provato sono stati di indignazione”.

Nel 1906 London sta edificando un ranch a quaranta chilometri da San Francisco. Ma la mattina di mercoledì 18 aprile, alle 5,13, la città viene rasa al suolo da un terremoto. London si precipita sul posto e segue passo passo gli incendi che riducono in cenere quel che ne resta. Le sue foto sono sconvolgenti. Sembra, ante litteram, la Varsavia abbandonata dalla Wehrmacht. Sembra Hiroshima. Non c’è un alito di vento. Eppure… “L’aria surriscaldata, spinta verso l’alto, produce un enorme vortice: il fuoco si è costruito la propria colossale canna fumaria”. Si cerca di arrestare le fiamme abbattendo con la dinamite quel che resta degli edifici, quasi tutti di legno. All’alba del sabato sono spente, ma della città non resta nulla. Gli abitanti, a migliaia, scappano davanti al fuoco, trascinandosi dietro pesanti bauli con quel poco che han potuto salvare; ma presto sono costretti ad abbandonarli: “Ieri sera valevo trentamila dollari. Adesso tutto quel che possiedo sono queste grucce”.

220px-TheCruiseOfTheSnarkLondon non si ferma. Con la seconda moglie Charmian, la perfetta compagna che condivide tutto con lui, ha un progetto: il giro del mondo su una barca a vela di dodici metri. Costruiscono lo Snark (il nome è preso dall’animale immaginario inventato da Lewis Carroll in The Hunting of the Snark) e il 23 aprile 1907 abbandonano la terraferma. Non sarà il giro del mondo (le malattie tropicali infieriscono sulla sua salute già provata), ma una crociera nel Pacifico fino alle Isole Salomone, che diventerà nel 1911 The Cruise of the Snark, con fotografie etnografiche di notevole interesse degli abitanti delle Hawaii, di Bora Bora, Tahiti, delle Isole Marchesi e Salomone.

Il giro del mondo? Ancora una volta gli amici, come alla vigilia della discesa nell’East End, l’avevano preso per pazzo. “Non riescono a uscire da se stessi abbastanza da capire che la loro linea di minor resistenza non è necessariamente la stessa di tutti gli altri. Hanno il loro fagottino di desideri, preferenze e avversioni e ne fanno il metro con cui giudicare chiunque”. Ma London è indulgente: “Io li capisco. Siamo tutti inclinati a pensare che ci sia qualcosa di sbagliato nei ragionamenti di chi non è d’accordo con noi”.

casalegno.salvatorelli@gmail.com

A. Casalegno è giornalista

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