David Leavitt – I due hotel Francfort

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Lisbona come limite estremo

recensione di Fiorenzo Iuliano

Dal numero di aprile 2016

David Leavitt
I DUE HOTEL FRANCFORT
ed. orig. 2013, trad. dall’inglese di Delfina Vezzoli
pp. 247, € 22
Mondadori, Milano 2015

David LeavittCon I due hotel Francfort David Leavitt si confronta, ancora una volta, con il romanzo storico, ambientando nella Lisbona del 1940 le vicende di due coppie di espatriati americani. L’amicizia tra Edward e Iris, spregiudicati giramondo e autori di gialli di successo con lo pseudonimo di Xavier Legrand, e Pete e Julia, cittadini americani residenti a Parigi e in fuga dall’occupazione nazista, nasce e si consolida sullo sfondo di una città sospesa. A Lisbona, infatti, la guerra sembra essere un’eco lontana, temuta da tutti e allo stesso tempo esorcizzata da una quotidianità che si sforza di restare indifferente a quanto succede nel resto d’Europa.

Come già sperimentato in Mentre l’Inghilterra dorme, che con I due hotel Francfort condivide più di qualche tratto in comune, Leavitt prova a tradurre nella dimensione della città e dello spazio urbano il senso di un tempo interrotto, di uno stato di eccezione prodotto, ancora una volta, dalla guerra. Nel romanzo del 1993 (noto, tra l’altro, per l’accusa di plagio mossa a Leavitt dal poeta Stephen Spender), sono Londra e soprattutto la sua metropolitana a funzionare da contrappeso topologico, immobile e allo stesso tempo cangiante, della guerra di Spagna del 1936. La Lisbona di questo romanzo, in maniera non molto dissimile, rappresenta un limite geografico e temporale, “la fine dell’Europa” – chiosa Pete, voce narrante del testo –, il confine estremo dell’occidente.

Le due coppie protagoniste del romanzo incrociano le loro storie tra alberghi, ristoranti, casinò e caffè all’aperto. La topografia della città è parte essenziale del testo, tanto che una mappa di Lisbona è riprodotta all’inizio del volume, e altrettanto importanti sono gli spazi che ospitano le esistenze precarie dei personaggi, e sono da questi ultimi ridefiniti e risignificati. Al dipanarsi della storia in senso puramente orizzontale si accompagna una seconda architettura narrativa, nella quale gli elementi non si limitano a dislocarsi nello spazio ma si sovrappongono, si riflettono, evocano e duplicano luoghi e persone provenienti dal passato, oppure si cancellano a vicenda. I due hotel del titolo sono, in questo senso, esemplificativi, forse in maniera fin troppo esplicita: a Lisbona ci sono infatti due alberghi diversi che tuttavia hanno quasi lo stesso nome, il Francfort Hotel e l’Hotel Francfort, e in ciascuno alloggia una delle due coppie protagoniste del romanzo.

Tra i quattro protagonisti, come è prevedibile, si crea un rapporto di cordialità e amicizia. Tra i due uomini, Edward e Pete, nasce poi una storia d’amore di cui Iris viene a conoscenza, mentre Julia passa le sue giornate giocando a carte e rimpiangendo l’appartamento parigino nel quale viveva con Pete, ritratto in una copia di “Vogue” che i due portano con sé in tutti i loro spostamenti. La storia tra Edward e Pete, che a un certo punto diventa il fulcro dell’intera narrazione, finisce male, come capita spesso nei romanzi di Leavitt: anche in questo caso, come in Mentre l’Inghiterra dorme, la conclusione infelice di un rapporto sbilanciato e vissuto tra sotterfugi e inganni coincide con la risoluzione finale del romanzo. I numerosi personaggi che punteggiano il testo, tra i quali la cagnetta Daisy, compagna inseparabile di Iris ed Edward, appaiono e scompaiono dalle vite dei quattro protagonisti. Non a caso uno degli elementi spaziali più ricorrenti del testo è quello delle “porte girevoli” (oltre che gli ascensori), metafora facilmente decifrabile degli istanti di spazio/tempo nei quali le vite dei vari personaggi vengono riprese e immediatamente cristallizzate, per poi essere lasciate andare lungo il loro corso.

Gioco di specchi

Se il legame con Mentre l’Inghilterra dorme è evidente, non meno significativo è il debito di I due hotel Francfort nei confronti della letteratura modernista americana. Non si tratta tanto di ripercorrere le vite dei personaggi, né di raccordarle all’avvenire incerto che li aspetta, una volta che la nave Manhattan, che alla fine riesce a salpare e portare via la grande folla degli espatriati in attesa, sarà finalmente al sicuro nel porto di New York. Si tratta piuttosto, suggerisce Leavitt, di rassegnarsi all’impossibilità di individuare un significato e un ruolo definito per ogni persona e ogni luogo.

Nella sezione finale del romanzo, a molti anni di distanza, Pete racconta l’epilogo della storia affidandosi a due opere, scritte, rispettivamente, da Xavier Legrand e Georgina Kendall, la misteriosa zia di Julia incontrata per caso a Lisbona, sulla cui identità i due coniugi dibattono a lungo. L’artificio del romanzo nel romanzo suggella il rifiuto dell’autore di concludere la storia in maniera convenzionale, e soprattutto esprime la consapevolezza che non c’è nessuna storia che possa mai dirsi conclusa, proprio perché resterà sempre qualche zona d’ombra, un filo che scappa dalla trama scompaginandola irrimediabilmente. Per questo motivo, è emblematico uno dei brani del romanzo di Legrand che Pete cita: “Quando tutto potrebbe significare qualcos’altro, come si fa a sapere se qualcosa ha qualche significato?”. Il raffinato gioco di specchi di Leavitt si chiude su una nota scettica.

iuliano@unica.it

F Iuliano insegna letteratura angloamericana all’Università di Cagliari

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