Martín Caparrós – La fame

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Un serbatoio, un bambino, un anno: come si fabbricano gli affamati 

recensito da Luciano Gallino

Martín Caparrós
LA FAME
pp. 720, € 26,
Einaudi, Torino 2015

Martin Caparros - La Fame - Copertina LibroLeggendo questo libro sì è spesso colti da un senso di vergogna. In fondo è quel che vuole l’autore, che in più punti rilancia la domanda: come fate, come facciamo a sopportarlo? Il mondo cui apparteniamo non è mai stato così ricco, così dotato di competenze professionali, capacità organizzative, tecnologie di ogni sorta, mezzi di comunicazione di portata inaudita. Come facciamo allora a condurre tranquillamente le nostre comode vite, al più assillati da problemi tipo “che cosa indosserò in vacanza” o “devo rinnovare l’assicurazione auto”, quando di fianco al nostro stesso mondo, e perfino al suo interno, ci sono circa novecento milioni di persone che muoiono di fame, e quando non muoiono presto vivono male la metà dei nostri anni? Caparrós propone domande simili dopo aver trascorso vari anni incontrando persone sul punto di morire di fame, o i cui figli o congiunti ne erano morti. Magari otto o dieci figli su dodici, per dire, nati da una giovane che aveva forse – non sapeva bene, certificati non ne esistono – venticinque anni. Le ha incontrate in Africa, in India e in Cina, paesi dove risiedono la maggior parte degli affamati. Ma anche negli Stati Uniti e nel Sud-America.

L’autore spiega che sono pochi quelli che muoiono in senso stretto di fame. Soprattutto i bambini muoiono per un raffreddore, un leggero attacco di malaria, una piccola ferita che si è infettata. I corpi malnutriti non sviluppano le difese necessarie per superare malanni che noi curiamo con un paio di aspirine o un cerotto. Quanti sono? Venticinquemila al giorno, dice l’autore (avete letto bene: venticinquemila morti ogni ventiquattro ore). C’è di peggio. I corpi dei bambini nati da una madre incinta che mangia sempre poco e male non sviluppano in genere le comuni capacità cerebrali necessarie per condurre una vita normale, che comprende andare a scuola per qualche anno, imparare un lavoro, gestire una casa. In realtà non è poi che importi molto: nelle zone in cui sono numerosi gli affamati, parole come scuola, lavoro, casa non hanno nessun senso. Chi nasce affamato da una madre affamata condurrà una vita disperata da affamato per il resto dei suoi giorni.

Martin Caparros - La Fame - In evidenzaL’autore ha anche incontrato molti esperti che in diversi ruoli hanno a che fare con la produzione e la diffusione della fame nel mondo: dirigenti di corporations che dominano il mercato dei generi alimentari; operatori finanziari; economisti e tecnici della Fao, del Fmi, della Omc, della Banca mondiale; alti funzionari della Ue e degli Usa; funzionari delle tante Ong che si occupano del problema; tecnici che sanno come fare affinché i generi alimentari di base diventino carburante invece che cibo; i politici delle regioni dove la fame è più diffusa. Se uno prova a mettere insieme sistematicamente i vari pezzi, ne viene fuori il disegno di un’immensa macchina che il mondo ricco (cioè noi) ha progettato e costruito di proposito al fine di produrre e annientare milioni di esseri umani per mezzo della fame.

Ecco come funziona. La produzione di generi alimentari è pesantemente sovvenzionata sia negli Stati Uniti che nell’Unione europea. Gli accordi imposti dal Fmi e dall’Omc esigono che un paese importatore non frapponga alcun limite commerciale o doganale all’importazione di generi alimentari. Questo già significa che molti prodotti americani ed europei sono meno cari sui mercati africani o indiani dei prodotti locali. A peggiorare la situazione ci pensano i governi del posto i quali, presi in un mix di incompetenza, corruzione, e nodi scorsoi elaborati dal Fondo monetario internazionale e dall’Organizzazione mondiale del commercio, spingono i coltivatori del proprio paese a produrre per i mercati esteri piuttosto che per quelli locali. I mercati esteri vogliono per lo più prodotti standard anziché le bizzarre specialità indigene, con il risultato che l’agricoltura meccanizzata sostituisce sempre più quella tradizionale. Così gli affamati che mangiavano una volta ogni tanto rompendosi la schiena sul loro mezzo ettaro non solo vengono privati della terra su cui sopravvivevano, ma non hanno i soldi per comprare altro cibo.

Martin Caparros - La Fame - In evidenzaCaparrós illustra con efficacia come l’aumento dei prezzi dei generi alimentari di base sia indotto anche dalla degenerazione dell’attività finanziaria in pura speculazione. Nella più grande borsa di generi alimentari del mondo, quella di Chicago, già a metà Ottocento si scambiavano gran numero di contratti a termine o futures. Erano onesti contratti che assicuravano con mesi di anticipo al produttore e al mercante che il primo avrebbe venduto, e il secondo acquistato, una data quantità di prodotti a un dato prezzo a una certa data. A partire dagli anni settanta-ottanta del Novecento, con la diffusione dell’informatica, gli alchimisti finanziari hanno costruito numerosi titoli complessi che fanno dei generi alimentari oggetto di speculazione analoghi ai rottami di ferro o al petrolio. Ne trattano dozzine di fondi specializzati: il primo è stato creato dalla più potente banca del mondo, la Goldman Sachs. Nel corso della crisi iniziata nel 2008, i prezzi degli alimentari crebbero notevolmente. Altri milioni andarono a ingrossare le file degli affamati. Se qualcuno aveva dei dubbi, la Goldman Sachs glieli tolse: “senza dubbio, l’aumento dei prezzi è stato dovuto all’aumento dei fondi investiti nelle commodities alimentari”.

Ci sono altri due elementi della macchina per produrre affamati, illustrati da Caparrós, che val la pena richiamare. Il primo è la produzione di etanolo dal mais. Ecco che ne pensa l’autore: “Gli Stati Uniti producono il 35 per cento del mais mondiale, più di 350 milioni di tonnellate annue. (…) È quasi un sesto del consumo mondiale di uno degli alimenti più consumati al mondo. Con i 170 chili di mais di cui si ha bisogno per riempire il serbatoio di etanol-85, un bambino dello Zambia, o messicano, o bengalese, può sopravvivere un anno intero. Un serbatoio, un bambino, un anno. E ogni anno si riempiono 900 milioni di serbatoi”. E per intendersi aggiunge di non pensare che i produttori agricoli americani e le loro lobbies vogliano intenzionalmente affamare i bambini. Vogliono solo migliorare i loro affari, e se questo produce effetti secondari sgradevoli dispiace, ma cosa vogliamo farci?

Poi c’è l’appropriazione di terre (land grabbing). Dall’inizio del nuovo secolo, molte multinazionali statali o private hanno comprato per pochi soldi o affittato o ottenuto in concessione dai governi locali enormi estensioni di terreni fertili. Due terzi in Africa, il resto in Nuova Guinea, Indonesia, Madagascar. Fare un calcolo preciso dell’estensione di tali terreni è impossibile, data la quasi totale inesistenza di titoli di proprietà. Una stima forse eccessiva parla di due milioni di chilometri quadrati. Una forse troppo prudente parla di un milione di chilometri: una superfice, per dire, superiore a quella di Italia, Francia e Regno Unito sommati. Come si fabbricano in questo caso gli affamati? Su quelle terre esistevano centinaia di migliaia di piccolissime proprietà che davano qualcosa da mangiare a milioni di bambini e adulti. I governi hanno invitato le famiglie ad andarsene, in genere con maniere sbrigative. Quasi nessuna di esse ha i soldi per comprare del cibo. Chi riusciva a mangiare due volte al giorno un pezzo di torta fatta di miglio e acqua adesso può forse mangiarne una. Magari un giorno sì e uno no.

Lascio concludere all’autore (sono le sue ultime righe): forse dovremmo “pensare a come sarebbe un mondo che non suscitasse vergogna o senso di colpa o scoraggiamento – e cominciare a immaginare come cercarlo”.

luciano.gallino@unito.it

L. Gallino è professore emerito di sociologia all’Università di Torino

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