Il signor Ahi: la rigogliosa immaginazione di Franco Matticchio

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Fuoco amico


Intervista a Franco Matticchio di Tiziana Magone e Andrea Pagliardi

dal numero di Novembre 2017

Fare un’intervista a Franco Matticchio è un’impresa ardua. Dopo un paio di domande preparate e dirette, vanificate con un “non so” o un “non mi ricordo”, abbiamo cominciato a sfogliare insieme il suo ultimo libro Il signor Ahi e altri guai e dalle nostre chiacchiere è scaturito quello che segue.

Nessuno, neppure il mio editor, ha notato che il tetto della casa del signor Ahi è riparato prima di essere rotto. Nella storia successiva (Il ritrovamento del sig. Ahi) il tetto è rotto, mentre in quella precedente (Il ritorno del signor Ahi) il tetto è stato riparato: il prima e dopo sono invertiti e non hanno senso. Ho anticipato e posticipato, mi sono divertito a mischiare le acque tipo Lost. Comunque le cose meno si capiscono meglio è.

I tuoi personaggi (il gatto Jones, La piccola fuggitiva, e Il Signor Ahi) qualche volta si incontrano tra loro nelle tue pagine?

Sì, ma in modo casuale, come se fossero delle citazioni. Il Signor Ahi compare nelle strisce di Jones intitolate Il parco naturale di Sasso-giallo. Nelle strisce di Ahi c’è sia Jones, in una sola vignetta, che legge il giornale in sala d’aspetto, sia ripetutamente La piccola fuggitiva, che qui però ha una gamba sola e si chiama La bambina rapita.

Quindi anche tu come nei migliori fumetti Marvel hai il crossover e i flashback e i flashforward delle più avveniristiche serie tv.

Eh… se si dice così…

Oscar va in corriera è una tavola splendidamente disegnata, ma il significato un po’ ci sfugge...

Sì, forse… L’avevo disegnata nel 1993 in occasione del conferimento a Fellini dell’Oscar alla carriera (a quello allude il titolo) e ci ho messo tutti i suoi film, o quasi tutti, qualcuno l’avrò dimenticato. Si comincia con un clown (I clown) poi c’è Otto e mezzo, Lo sceicco bianco, La dolce vita, Giulietta degli spiriti, e si finisce con Oscar (il cane bull terrier) che viene scaraventato in un bidone della spazzatura (Il bidone). Comunque meno si capisce e meglio è.

Allusioni a una sequenza di film felliniani in parte disegnati, in parte citati nei testi.

Sì, allusioni, come la veduta della Gazzada (ndr disegno a p. 11), un paesaggio a me familiare che vedo sempre dal treno prima di arrivare a Varese: c’è il lago e sullo sfondo il Monte Rosa. È un quadro famoso di metà Settecento che compariva sulla copertina della prima edizione Einaudi della Cognizione del dolore di Gadda (ndr Bernardo Bellotto, Veduta della Gazzada, 1744, Pinacoteca di Brera, Milano). Adesso però ci sono quegli alberi, le robinie, e non si vede quasi più niente. È un peccato, io le taglierei tutte.
A volte per disegnare servono degli input; la Smemoranda per esempio andava a temi, ogni anno un tema e così l’anno in cui il tema erano i giochi mi è venuta L’ochetta che incontra tutte le altre pedine del Monopoli: la donnina, la candela, il fiasco, il vaso e il funghetto (ndr tavola a p. 123). Invece La vera storia di Cappuccetto rosso non è un’allusione, è una riscrittura in chiave sanguinolenta.

Nell’Introduzione si dice che dopo la copertina del 1999 ti neghi al “New Yorker”, perché?

Ma non è vero! Magari, anzi è proprio il contrario, dopo quella copertina sono io che ho continuato a mandar loro i miei disegni e non ho più avuto risposte. Se mi chiedessero davvero una nuova copertina la disegnerei subito.

Come e quando hai iniziato a disegnare?

A disegnare ho iniziato nel 1962 e non ho più smesso. All’inizio copiavo minuziosamente dai “Topolino”. Mi ricordo la storia intitolata Topolino e il Pippo Tarzan del 1957 disegnata da Romano Scarpa di cui ho ricopiato le prime pagine, poi mi sono stufato. Ho copiato anche Cocco Bill di Jacovitti, Tin Tin e Asterix, ma “Topolino” era il mio preferito e le mie copie mi fruttavano dei bei 10 a scuola col maestro Empedocle Muscolino.

Bel nome…

Sì, e la preside si chiamava Ester Imparato Cipollone, ormai sarà anche morta. I primi personaggi farina del mio sacco sono invece l’ispettor Segugini che aveva dei grandi baffoni ed esordiva entrando da una porta con la frase: “Cari bambini, mi presento: son Segugini!”; poi ho disegnato Tullio, un sessantottino sfigato con i capelli lunghi che aveva sempre il pugno chiuso e il signor Panza, un omino pelato con la barba di Babbo Natale. A Varese c’è la villa del conte Giuseppe Panza, uno dei più importanti collezionisti italiani di arte contemporanea, da casa mia la intravedo la villa che fa capolino tra gli alberi di Viumo superiore.

E quando disegnare è diventato il tuo lavoro?

Boh? Una volta ho portato i miei disegni a Tullio Pericoli, lui li ha apprezzati e mi ha detto che disegnavo alla Topor. Io ho capito che era un grande complimento, ma allora a malapena sapevo chi era Roland Topor. Poi in seguito devo aver accentuato il mio stile in quella direzione. Tutto è iniziato da lì, credo.

Tu usi tecniche molto diverse (disegni in bianco e nero, acquerelli, quadri, fumetti, tavole…): sono riconducibili a stagioni della tua produzione artistica, e quali tra loro prediligi?

Una volta ho fatto anche un disegno usando solo i pennarelli Carioca (ndr p. 132), e poi non li ho usati mai più. Vabbè, comunque non so cosa prediligo. Con i fumetti però ho chiuso e pure con i quadri grandi, sono troppo scomodi, difficili da trasportare. Forse mi piacciono soprattutto gli acquerelli. Il disegnetto lo faccio di getto, ma colorare mi piace nonostante usi spesso colori un po’ smorti.

E hai dei riti, dei materiali o un posto eletto per disegnare?

No, lo faccio un po’ dove capita, ma da un po’ di tempo disegno su un vecchio tavolo di un ufficio postale smantellato che mi hanno regalato i miei nipoti. È bello, ma lo uso soprattutto perché ha un bordino rialzato che impedisce alle matite di cadere. Non uso materiali particolari, i quadri li faccio con i colori acrilici. Per disegnare vanno bene i fogli A4…

O il retro degli estratti conto della tua banca…

Anche. Altro non mi viene in mente… ah sì una cosa, ma forse non c’entra. Siccome uso della carta normale, quando ho finito un disegno con gli acquerelli sul foglio restano delle ondulazioni, delle increspature. Per ovviare, quando mi cuocio il riso tengo l’acqua della scolatura che è ricca di amido e la passo sul retro del foglio. Poi lo copro con della carta assorbente e gli passo sopra il ferro da stiro e vengono perfetti. Me lo ha insegnato una restauratrice.

Disegni spesso gli animali (sbagliati, antropomorfi…) perché li ami particolarmente?

Non particolarmente, mi piacciono ma non vorrei mai averne uno. Non ne ho mai avuti. Solo un pesce rosso, che però sta lì e al massimo lo guardi come si fa con il televisore.

E c’è qualcosa che invece proprio ami smodatamente?

La maggior parte delle cose non mi fanno né caldo né freddo. Soltanto la musica mi appassiona davvero, almeno un tempo lo faceva. Bob Dylan, Nick Drake, e il Quartetto Cetra, i Beatles, sì certo e di recente ho scoperto i Genesis.

E qualche pittore o disegnatore?

Quando facevo il liceo mi piaceva tanto Magritte, ora non mi piace quasi niente anche se il mondo è pieno di bravissimi disegnatori. Anche in Italia negli ultimi tempi ne ho scoperti alcuni bravi girando su internet, come Philip Giordano o Thomas Campi…

Quindi nonostante il tuo arcaismo, usi internet…

Sì, ma mi fa vomitare.

Bene, e ci sono delle cose che odi?

Sìììì. Le giacche con il doppio spacco dietro e due bottoni davanti; i pantaloni a zampa di elefante – negli anni settanta quando si trovavano solo quelli me li facevo stringere tutti da mia mamma; i pavimenti con le piastrelle in diagonale (il parquet è più accettabile); il fuoco amico; i topi con le ali e i piccioni senza ali, i moscerini e le formiche, specie quelle con le ali. E le interviste, a parte questa.


Uno scrigno di enigmi: la recensione di Dario Voltolini a Il signor Ahi e altri guai.

Qui sta succedendo qualcosa al dromedario: Andrea Pagliardi e Tiziana Magone commentano Jones e Animali sbagliati, i precedenti lavori di Franco Matticchio.

 

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