Rosa Matteucci – Costellazione familiare

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Il cane si annoia

recensione di Mario Marchetti

Rosa Matteucci
COSTELLAZIONE FAMILIARE
pp. 167, € 16
Adelphi, Milano 2016

Rosa Matteucci - Costellazione familiareUna voce attraversa tutto il romanzo, quella di una madre (nata “contessina cinofila”, educata da una fräulein ossessiva con il suo “ricordati che sei una bambina tedesca”), incapace di esprimere il suo affetto per la figlia (l’autrice?, chissà, si direbbe di sì) se non attraverso l’imposizione di portare il terribile jack russell Leporì a sgranchirsi fuori del villino-topaia, una “magione incattivita” per trascuratezza. Terribile, Leporì, in realtà come tutti i jack russell – e, a dire il vero, come tutti gli appartenenti al genere canino − pronto a ingoiare qualsiasi lacerto o deiezione purché putrescenti, pronto a odorare con lasciva ostinazione le parti intime umane e animali, goloso di vomiti e di ossa di ambigua provenienza, anche cimiteriale.

Questa breve epitome delle preferite attività di Leporì non è altro che un’epitome dell’attenzione che l’autrice riserva agli aspetti scatologici dell’esperienza: col suo stile senza pecca che veleggia arditamente tra alto e basso, con impennate e affondi improvvisi, Matteucci (fin dal suo romanzo d’esordio, Lourdes, del 1998) non ci risparmia nulla di ciò che la buona creanza ci insegna a non notare o, meglio, a fingere di non notare. Intrepida, non ci lascia scampo. Ci dice, l’umanità è questo sgradevole grumo o, sicuramente, anche questo. Siamo le mille miglia lontani da Mrs. Dalloway.  E in fondo lo strano ménage à trois (una madre, una figlia, un cane) di  Costellazione familiare non è che la materializzazione di un simile sguardo sull’esistenza: e la figlia, da piccola, vorrebbe essere una bambina-cane. Ma Costellazione familiare è anche, e soprattutto, uno scavo impietoso nei rapporti familiari, che è poi il nodo attorno a cui Matteucci si è sempre arrovellata, in particolare nella triade che comprende oltre a quest’ultimo romanzo, il perfettamente misurato Cuore di mamma (dove l’autrice fa i conti con la figura della madre in generale: quella che ogni settimana attende la figlia “nel suo antro come una pianta carnivora, pronta a inghiottirla”) e Tutta mio padre, struggente testimonianza d’amore − tra le righe − per un padre dall’innata vocazione alla rovina e alla dissipazione.

Ma la madre che in Tutta mio padre era la misteriosa e algida donna che divorava letteratura e amava soltanto i cani, in Costellazione familiare emerge, grazie alla mediazione di Leporì, in tutta la sua angolosa umanità. Il romanzo si pone così come lo strumento di una dolorosa conciliazione. I rapporti familiari ci vengono presentati come matrici di sofferenza, anche terribile (tanto che la protagonista, figlia, di Cuore di mamma, se ne esce a un certo punto con un lancinante “Perché tanto male?”, come un qualsiasi Giobbe dei nostri giorni), ma anche di inobliterabili vincoli amorosi. I rapporti familiari, insomma, come double bind inestricabile,  come ordinaria patologia. Tutto questo Matteucci ce lo racconta con un crescendo, a suo modo, mozzafiato, che, d’improvviso, ci fa sentire la parola mamma come qualcosa di inconsueto, ce la fa sentire come una parola nuova ricca di senso, una pietra preziosa: per la prima volta la parola mamma emerge a pagina 100 (in un volume di 167 pagine dedicato a una madre): “Non potevo ammettere che la vera e unica presenza che mi avrebbe sostenuta e incoraggiata, tra le orride Simplegadi dove annaspavo, era semplicemente la mamma. Ero rimasta sola… La lotta per la sopravvivenza sarebbe stata solo mia”. L’effetto è ottenuto per  giustapposizione con uno sguardo e una lingua materici, grevi, che svolgono un’originale funzione di understatement (e analogo discorso vale per il citato grido “Perché tanto male?”). Questa mamma di cui si sente la lancinante mancanza è anche quella che in ospedale viene così descritta, poco dopo:  “Mi guatava cattiva. Non sapevo più come giustificarmi e per darmi un contegno ospedaliero… sistemavo il coltrume. Dal lenzuolo sollevato sbucava l’alluce gonfio con relativo unghione ispessito e adunco come il becco di un pappagallo. Era impestata di acido urico, stremata e incapace di difendersi”.

Non mancano neppure i guizzi metafisici, sulla morte, che gioca una partita fraudolenta con le sue vittime: “Si era installata nella camera e aspettava quieta che mia madre capitolasse. Non aveva fretta. Immobile pareva intenta alla cova. Sedeva strana, la Morte di mia madre. Ingobbita…”. Tutto il racconto si sviluppa, nella finzione narrativa, a partire da un’improbabile psicoterapia di gruppo condotta, una triste domenica pomeriggio, da un cialtronesco e unto psicopompo, sulla base di un’orecchiata tecnica delle costellazioni familiari. Basterà, da parte della “signora Sciarpa Arcobaleno” che impersona, nel gruppo, la madre, il gesto di stringere a sé la narratrice per scioglierne definitivamente l’incancrenito risentimento: la madre non le ha mai preparato la minestrina col formaggino, ma l’ha armata per la vita e salvaguardata dall’ovvio, col suo amore diverso. Risuona ancora la sua voce: “Il cane si annoia”, perché il cane, poverino, non sa leggere.

m.ugomarchetti@gmail.com

M Marchetti è traduttore

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