Timothy Brook – La mappa della Cina del signor Selden

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Una lezione di metodo tra i Ming e gli Stuart

recensione di Daniele Di Bartolomeo

dal numero di gennaio 2017

Timothy Brook
LA MAPPA DELLA CINA DEL SIGNOR SELDEN 
Il commercio delle spezie, una carta perduta e il Mar Cinese Meridionale
ed. orig. 2013, trad. dall’inglese di Cristina Spinoglio
pp. 240, € 26
Einaudi, Torino 2016

BrookI libri di Timothy Brook, sinologo di fama mondiale, non passano inosservati. Il segreto del suo successo è una miscela perfetta tra erudizione, doti narrative e capacità di appassionare il lettore mostrandogli squarci inediti di passati che assomigliano al mondo globalizzato e interconnesso di oggi. Brook racconta storie accadute in un tempo lontano ed esotico, quello delle colonie e degli avamposti commerciali inglesi e olandesi della prima età moderna, che tuttavia ha qualcosa di familiare con la nostra epoca: per la semplice ragione che di essa sarebbero l’origine. La tesi dello storico canadese è che l’inizio della globalizzazione risalga al XVII secolo, al tempo in cui le navi europee solcavano mari e oceani ed entravano in contatto con luoghi, culture e merci che avrebbero influenzato in modo duraturo e profondo il futuro dell’Occidente e del mondo intero.

In un fortunato volume del 2008, curiosamente intitolato Il cappello di Vermeer (Einaudi) Brook aveva già impiegato questa tecnica ingegnosa per condurre il lettore in un viaggio avvincente sulle tracce dei mercanti olandesi del Seicento. Allora lo aveva fatto prendendo spunto da alcuni dettagli e oggetti scovati in sette famosi dipinti seicenteschi (in gran parte opera di Jan Vermeer), che di quella globalizzazione incipiente rappresenterebbero una traccia trascurata ma evidente.

In questo suo nuovo libro edito in inglese nel 2013 e tradotto in Italia da Einaudi quest’anno, Brook racconta una storia affascinante e coinvolgente, che ruota attorno ad una misteriosa mappa recentemente rinvenuta ad Oxford. La carta geografica era stata donata a metà del XVII secolo alla Biblioteca Bodleiana dal giurista John Selden (1684-1654): una celebrità a quel tempo, che rivaleggiava per fama con Ugo Grozio. Brook ipotizza che egli l’avrebbe acquistata approssimativamente nel 1609 da un capitano della Compagnia delle Indie al suo ritorno da una spedizione commerciale in Cina. Si tratta di una carta geografica molto grande, di circa un metro d’altezza e più di un metro e mezzo di larghezza, pensata per essere appesa ad una parete. A quel tempo, scrive con enfasi Brook, era la mappa più accurata del Mar cinese meridionale. È un manufatto bellissimo: colorata, fantasiosa, piena di decorazioni bizzarre. Una carta che di certo sarebbe piaciuta a Oscar Wilde, che era solito dire: “Una mappa del mondo che non comprende il paese dell’Utopia non è degna neppure di uno sguardo”.

Il significato della mappa è stato per lunghissimo tempo avvolto nel mistero e, in larga parte, lo è ancora. È lo stesso Brook ad ammetterlo al termine della sua laboriosa ricerca. Egli, però, ha fatto di necessità virtù e ha deciso di raccontare al lettore la storia del suo quasi fallimento storiografico: “Per dare alla mappa la sua storia, abbiamo iscritto noi stessi nella narrazione”. Al centro del libro, infatti, non c’è la mappa, ma le ricerche che l’autore ha fatto per decifrarla, quello che di sensazionale ha scoperto sull’epoca in cui è stata realizzata: “Mr Selden’s Map of China is a picaresque journey, laced with asides, yet each digression contains a jewel of insight” (“The Financial Times”, 14 febbraio 2014).

Protagoniste del racconto sono la Cina dei Ming e l’Inghilterra degli Stuart. Brook descrive incontri, a volte mancati, tentativi di capirsi e fare affari, scambi di conoscenze e abilità. Insomma, ci parla di un mondo interconnesso di cui la mappa stessa sarebbe una meravigliosa sintesi. Essa appare come “un prodotto globale: vicino agli ideogrammi si leggono annotazioni in latino; le proiezioni sono un mix di scienza cartografica cinese e occidentale; c’è un’insolita rosa dei venti; il tipo di carta, dipinta a mano, è giapponese, della qualità mitsumata, usata anche da Rembrandt per le sue stampe” (“La Stampa, 10 agosto 2016).

Per noi è un tipo di mappa bizzarra, abituati come siamo a maneggiare carte moderne, squadrate ed essenziali, che ci portano da un punto all’altro seguendo coordinate geografiche altamente precise e pressoché infallibili. La mappa cinese, invece, assomiglia di più alla cartografia antica e medievale, a quelle rappresentazioni immaginifiche dello spazio popolate di oggetti e animali simbolici: “Era bellissima, assolutamente unica: un documento storico, un’opera d’arte e un paesaggio mentale (…) del modo in cui in passato un cartografo aveva immaginato il mondo asiatico che vedeva. Lungi dall’essere un’arida trascrizione di elementi topografici, animava un intero mondo. Era davvero perfetta”.

Nel cuore del lavoro dello storico

Per risolvere uno dei tanti enigmi della mappa, Brook racconta di aver chiesto ad una sua allieva di applicare alla carta la tecnologia Gis (Geographic Information System), ovvero un software in grado di digitalizzare e localizzare geograficamente una rappresentazione spaziale allo scopo di compararla con altre mappe e soprattutto con la cartografia attuale: una scelta che si è rivelata determinante per capire l’orientamento della mappa Selden, il punto di vista del suo cartografo e quindi per stabilire che essa è centrata sul mare e non sulla terra. Anche per via di questo approccio multidisciplinare, il libro di Brook dovrebbe essere adottato come testo nei corsi universitari di metodologia della ricerca storica. Al di là della piacevolezza e del carattere intrigante del racconto, infatti, esso si presenta come una ricerca storica fatta a carte scoperte, dove si vede all’opera lo storico con la sua cassetta degli attrezzi, vecchi e nuovi. Il volume, ad esempio, dimostra come sarebbe infondato qualsiasi tentativo di usare la mappa a scopi geopolitici per rivendicare la sovranità di Pechino sulle isole del Mar cinese meridionale disegnate sulla carta e oggi oggetto di contesa con gli stati vicini. Per il semplice motivo che essa ritrae le rotte del commercio marittimo nel Mar meridionale e non quelli che poi sarebbero diventati (proprio come auspicato da Selden nel suo Mare clausum) i confini delle acque territoriali cinesi.

Agli studenti, però, andrebbe anche detto che Brook a volte parla bene e razzola male. Egli, infatti, prima ci spiega che il mestiere dello storico consiste nello stabilire ciò che si può dire e soprattutto non si può dire del passato e poi però alla fine non resiste alla tentazione di azzardare alcune conclusioni sul significato della mappa, sul posto e sull’anno in cui è stata prodotta, sul profilo del cartografo e sull’identità di chi l’avrebbe acquistata. Un’altra critica che si potrebbe rivolgere allo studioso canadese è che la sua prosa colloquiale e ammiccante, a tratti risulta estenuante e perfino stucchevole nella sua ostentata volontà di rinviare pagina dopo pagina, capitolo dopo capitolo il disvelamento dei segreti della carta. Detto questo, La mappa del Signor Selden è un libro talmente raffinato e ben scritto e Timothy Brook è uno storico così erudito e brillante da far invidia a non pochi suoi colleghi, compreso ovviamente chi scrive.

ddbartolomeo@unite.it

D Di Bartolomeo insegna storia moderna all’Università di Teramo

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