La sensibilizzazione all’ambiente attraverso i cartoni animati

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Più di Thoreau e Engels poterono Goldrake e Heidi

di Federico Paolini

Dal numero di aprile 2016

Tra la seconda metà degli anni ottanta del Novecento e il primo lustro del decennio successivo, il movimento ambientalista assunse una dimensione di massa. Il processo di pubblicizzazione delle questioni ecologiche (l’edizione, nel 1963, di Primavera silenziosa di Rachel Carson e, nel 1972, di Il cerchio da chiudere di Barry Commoner, nonché gli articoli dedicati dalle principali testate nazionali al rapporto I limiti dello sviluppo); il progressivo aggravarsi dei problemi ambientali che affliggevano le aree urbane (inquinamento delle acque e dell’aria, carenza di verde pubblico, costruzione di quartieri periferici privi delle più elementari infrastrutture sanitarie); la paura di una catastrofe atomica (il grave incidente alla centrale di Černobyl’ del 26 aprile 1986) convinsero un numero sempre maggiore di persone a sostenere le organizzazioni ambientaliste. All’inizio degli anni ottanta, le quattro principali associazioni italiane (Wwf, Lega per l’ambiente, Lipu e Italia Nostra) organizzavano complessivamente 76.000 iscritti. Intorno alla metà degli anni novanta, il Wwf arrivò a contare 281.000 soci, Legambiente 115.000, Greenpeace 40.000, la sezione italiana degli Amici della Terra circa 25.000.

Per dirla con Giovanni Sartori, una buona parte degli iscritti a queste associazioni erano stati (o erano ancora, si pensi all’importanza dei Panda club nelle campagne associative del Wwf) video-bambini. Pur depurando il concetto dall’accezione prevalentemente negativa utilizzata dal politologo (Homo videns, 1997), è senz’altro vero che, per la prima volta nella storia, i bambini e gli adolescenti degli anni settanta e ottanta del Novecento hanno ricevuto un imprinting, uno stampo formativo fortemente influenzato dalla televisione e, in modo particolare, da un nuovo modello narrativo: quello rappresentato dagli anime (film di animazione) di provenienza giapponese.

A questo punto ci si chiederà quale possa mai essere il nesso fra l’affermazione dell’ambientalismo di massa e il successo dei cartoni animati di consumo. Eppure il trait d’union c’è ed è meno occulto e astruso di quanto si possa immaginare. Nel senso che – e qui ha ragione Sartori – l’immaginario dei video-bambini di quegli anni è stato profondamente colonizzato dalle serie televisive andate in onda in quel periodo. Non ci sembra insensato, quindi, affermare che la vicinanza ai problemi ambientali di quelle generazioni (ben più sensibili dei loro genitori, cresciuti nel mito sviluppista del miracolo economico) non sia dovuta tanto alla reale conoscenza dei termini della questione ambientale, quanto al fascino esercitato su di loro da quegli universi di cartone popolati da coloratissimi eroi, robot, animali antropizzati e paesaggi fiabeschi dalle tinte pastello.

Come vedremo, la retorica narrativa degli anime è pervasa dai continui richiami alla natura e alla pressante necessità di tutelarla. Per i bambini e gli adolescenti degli anni settanta e ottanta (i primi del benessere diffuso), l’adesione all’ambientalismo organizzato appare, quindi, molto più legata all’emergere di un vago sentimento ecologista veicolato dalla cultura visiva di massa (gli anime del nostro discorso, ma, più in generale, l’offerta televisiva dell’epoca: si pensi ai documentari messi in onda da programmi quali Quark e Big Bang negli anni ottanta) che ad approfondite letture della Dialettica della natura di Friedrich Engels o di Walden di Henry David Thoreau. Insomma dove non poterono Engels e Thoreau, poterono Goldrake e Heidi.

Gli anime degli anni settanta e ottanta

Gli anime della golden age televisiva possono essere suddivisi in tre universi narrativi: l’epica dei robot; il racconto favolistico della vita quotidiana; gli anime per bambini con protagonisti animali antropomorfi.

animeAl primo appartengono le storie dei mecha, i robot combattenti (Atlas Ufo Robot-Goldrake, Mazinga Z, Il Grande Mazinger, Jeeg robot d’acciaioGundam e i meno noti Daltanious, God Sigma, Daitarn 3). Le serie mecha hanno uno schema narrativo uniforme: da un lato vi sono gli eroi positivi; dall’altro i rappresentanti del male, il cui scopo è quello di assoggettare la terra per impossessarsi delle sue risorse e rendere schiava la popolazione.

Si tratta di narrazioni decisamente antropocentriche, influenzate dal mito della modernizzazione tecnologica e dal clima geopolitico dell’epoca, dominato dalla guerra fredda e dalla costante paura di una catastrofe nucleare (si pensi al successo di film quali Sindrome cinese, diretto da James Bridges nel 1979 oppure The Day After/Il giorno dopo, diretto da Nicholas Meyer nel 1983). Le trame di questi anime, però, possono essere lette anche in chiave ambientale, come una metafora dell’allora nascente dibattito sui “limiti dello sviluppo”: al centro della narrazione, infatti, vi sono i conflitti per assicurarsi gli usi delle (scarse) risorse disponibili. Questa tematica – presente in tutte le serie – è facilmente individuabile in Atlas Ufo Robot-Goldrake, dove il popolo di Vega aspira ad invadere la terra in quanto le radiazioni vegatron hanno reso invivibili i pianeti precedentemente conquistati. Nel primo episodio (Alcor e Actarus), inoltre, il co-protagonista Alcor-Koji Kabuto ritiene indispensabili gli scambi pacifici con i popoli alieni poiché la terra “ha quasi esaurito le sue risorse”. In tutti i mecha, inoltre, la natura ricorre continuamente sia nell’ambientazione che nei dialoghi: ancora in Atlas Ufo Robot-Goldrake, il protagonista Duke Fleed-Actarus, dopo la conclusione delle più aspre battaglie, ripete a sé stesso che deve fare tutto il possibile per salvare il “meraviglioso” pianeta terra e la sua “meravigliosa” natura.

C_4_foto_1231803_imageAll’universo del racconto favolistico della vita quotidiana appartengono anime dalla grande popolarità, quali Heidi e Doraemon. In Heidi (1974, trasmesso per la prima volta in Italia su Rai 1 nel 1978), appare evidente il dualismo natura-ambiente antropizzato: da un lato ci sono le Alpi Svizzere dove abita il nonno della bambina in simbiosi con il cane Nebbia, le capre e la montagna; dall’altra la città (Francoforte) con il suo paesaggio indifferente e la rigida organizzazione sociale non priva di ottusità (simboleggiata dall’educatrice Rottenmeier). Il messaggio veicolato dal regista Isao Takahata e dal responsabile del layout (Hayao Miyazaki, destinato a diventare uno dei più influenti animatori della storia della cinematografia, le cui opere – Nausicaä della Valle del vento, Il mio vicino Totoro, Principessa Mononoke – sono dense di richiami alle tematiche ambientali) esalta la montagna come luogo di libertà in cui le giornate, libere dai formalismi cittadini, consentono ad Heidi di esprimere il proprio amore per gli animali (il cane Nebbia, le caprette del nonno, gli uccelli, le creature del bosco…) e la natura (i pascoli delle malghe dove correre a piedi nudi…). Nel cartoon, la natura assume un ruolo quasi taumaturgico: il contatto con l’ambiente incontaminato e benigno della montagna, infatti, aiuta Clara (incontrata da Heidi a Francoforte, nella casa dei Seseman) a guarire dalla poliomielite.

In Doraemon (1973, poi 1979, trasmesso per la prima volta in Italia su Rai 2 nel 1982), un gatto robot proveniente dal XXII secolo (Doraemon) aiuta – grazie ai suoi gadget ipertecnologici (chiamati ciusky) – un bambino del XX secolo (Nobita, altruista, maldestro e pigro) nelle sue avventure di vita quotidiana (i compiti, i giochi con gli amici, l’amicizia con la bambina Shizuka di cui Nobita è segretamente innamorato…). I richiami ai temi ambientali sono presenti in molti episodi: la serie, infatti, affronta i problemi dell’inquinamento urbano, degli animali in estinzione, del consumo di suolo, della scarsità energetica (in modo particolare quella generata dalla seconda crisi petrolifera del 1979).

Ape MaiaAll’universo degli anime per bambini con protagonisti animali antropomorfi appartiene una serie di enorme successo come L’ape Maia (1975, trasmesso per la prima volta in Italia su Rai 2 nel 1980) che racconta le avventure di un microcosmo di insetti antropizzati (Maia, il fuco Willi, la cavalletta Flip, il ragno Tecla) proponendo ai bambini la magia dei piccoli animali che popolano i prati con venti anni di anticipo rispetto ad un film dal successo planetario quale Microcosmo-Il popolo dell’erba (1996). Il debito con la tradizione disneyana è evidente e, forse, vale la pena ricordare che anche i cartoni animati creati da Walt Disney nascono in un clima fortemente influenzato dall’allora nascente ecologismo. In particolare, i primi protagonisti dell’animazione disneyana (si pensi alla Silly Symphony Three Little Pigs/I tre porcellini del 1933 o a Bambi del 1942) appaiono influenzati dal “conservazionismo progressista”, caratterizzato da una rappresentazione rigidamente dicotomica del mondo animale: da un parte gli animali buoni, da tutelare (gli uccelli, i cervidi); dall’altra quelli cattivi (ritenuti, cioè, dannosi: il lupo e il coyote, sistematicamente cacciati fino alla soglia dell’estinzione). Nel 2013, su “Biodiversity and Conservation” è apparso un articolo (Anthropomorphized species as tools for conservation: Utility beyond prosocial, intelligent and suffering species) in cui gli autori sostengono che l’antropomorfizzazione degli animali contribuisce a migliorare la predisposizione delle persone verso i progetti di conservazione: questo perché, a detta degli autori, le persone tendono a relazionarsi positivamente con le specie animali nelle quali intravedono delle somiglianze con il comportamento umano. L’altro lato dell’antropomorfizzazione è, però, una percezione distorta del mondo naturale: le qualità umane attribuite agli animali, infatti, spingono le persone a ignorarne o sottovalutarne i reali comportamenti (le cronache danno sempre più spazio alle disavventure, a volte prive di lieto fine, in cui incappano proprietari di animali non proprio domestici).

Per concludere, con queste brevi note si vuole suggerire che è possibile (e, forse, necessario?) esaminare un tema complesso, nevralgico e divisivo come l’ambiente e la sua declinazione politica, l’ambientalismo, inserendoli in un vasto contesto culturale e sociale, per sottrarre l’analisi agli ideologismi che stanno progressivamente colonizzando anche il dibattito scientifico.

federico.paolini@unina2.it

F Paolini insegna storia globale del mondo contemporaneo alla Seconda Università di Napoli

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