Marco Lodoli – Vento forte fra i banchi

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Constatazioni apocalittiche della frontiera

                                                                                                                        recensito da Paolo Mazzocchini

Marco Lodoli
VENTO FORTE FRA I BANCHI
pp. 104, € 7,65
 Erickson, Trento 2013

COP_Vento-tra-i-banchi_590-0455-4“In queste scuole di periferia le tragedie si accumulano come legna bagnata che non arde e non scalda, ma fuma e intossica (…) A ragazzi così segnati, così distratti dalla vita storta, oggi devo spiegare l’iperbole e la metonimia, Re Sole e Versailles, Foscolo e il neoclassicismo. E loro già sanno che è tutto inutile, che i posti migliori sono già stati assegnati, e anche quelli meno buoni, e persino quelli in piedi. Hanno già nel sangue la polvere del mondo, il disincanto”. Queste righe estrapolate dal primo capitoletto del nuovo libro di Lodoli ne rappresentano bene la sostanza e la forma: il dramma giovanile delle periferie urbane riflesso nello specchio del microcosmo scolastico; l’altezza inutile (e perciò malinconica) e la frustrante estraneità della tradizionale professione docente in quel contesto particolare e in quello, più generale, della realtà giovanile italiana di questi anni; persino la suggestiva impronta dello stile, in precario – ma spesso felice – equilibrio tra comunicatività e letterarietà. Vento forte tra i banchi non è né un saggio sulla scuola né un racconto ispirato al mondo scolastico, bensì una raccolta in superficie eterogenea (quasi l’estratto di un blog tematico) di pensieri, osservazioni ed aneddoti sparsi che fanno della scuola italiana il punto di partenza e di ispirazione, ma non sempre e non necessariamente quello di arrivo, della riflessione dell’autore. Il campo di analisi, infatti, spesso e volentieri si allarga da questo centro fino a toccare aspetti e problemi della società attuale nel suo insieme.

E in questo proiettarsi dello sguardo dal particolare al generale consiste sovente un pregio indiscutibile del libro. Esemplari in proposito, per la loro capacità di focalizzare e stigmatizzare un fenomeno scolastico socialmente deleterio, sono le pagine dedicate alle nuove scuole private per ricchi, una fabbrica dei “migliori” danarosi, una macchina che seleziona la futura aristocrazia dirigente reclutandola esclusivamente sulla base del censo e calpestando così il dettato e lo spirito della nostra costituzione. Altrettanto interessanti, anche e soprattutto perché non angustamente scolastici, sono i capitoli dedicati alla mercificazione del tempo libero; alla drammatica stretta della crisi economica pilotata da un’insaziabile speculazione finanziaria; alla crisi dell’età adolescenziale osservata con incanto e sgomento da occhi adulti; alla massificazione di una gioventù resa succube degli istinti e dei desideri più immediati da un diabolico e occhiuto sistema pubblicitario. Lodoli si dimostra spesso un acuto e coinvolgente osservatore della realtà, non solo giovanile, del nostro tempo, con una particolare congenialità per la figura dell’insegnante, a proposito del quale ci offre ritratti e aneddoti dal sapore amarissimo, fino a sfiorare il tragico.

Ciò avviene non solo nel capitolo che, sin dal titolo (Professori bruciati), tratta espressamente del burn out psicologico e professionale di una categoria avvilita e annichilita dall’irriverente indifferenza degli alunni e dal comune disprezzo sociale, ma anche laddove si narra della disaffezione progressiva, fino alla fobia parossistica, di una esperta insegnante di fronte agli adolescenti di oggi, o della ormai irrimediabile inadeguatezza dell’insegnamento tradizionale rispetto alla forma mentis – instabile nell’attenzione, disavvezza alla riflessione, povera di veri interessi culturali – delle ultime generazioni. Proprio riguardo a quest’ultima, scottante emergenza della scuola attuale l’atteggiamento dell’autore appare un po’ incerto e contraddittorio: Lodoli oscilla infatti fra una timida fiducia nelle residue possibilità di un insegnamento “alto”, affidato comunque a contenuti e metodi capaci di stimolare, di fronte alla dilagante omologazione sottoculturale, il pensiero autonomo e critico e la constatazione apocalittica di una sua ormai oggettiva e disperante inefficacia: “Tanti argomenti sono invecchiati e sembrano solo cadaveri impossibili da resuscitare (…) La scuola sta da una parte e la vita, così come oggi viene intesa, dall’altra”. Infine, a chi (come chi scrive) non conosce la scuola delle grandi periferie urbane, talune critiche che Lodoli muove al merito e al principio della meritocrazia possono forse apparire troppo recise e forzate. Secondo lui, per esempio, “una società che premia chi ce la fa e dimentica chi non ce la fa, che produce e coccola un’élite, non deve stupirsi se nelle sue viscere cresce anche qualche manipolo di disperati pronti a sfasciare tutto”. Qui si potrebbe avvertire una insidiosa tendenza, da un lato, a confondere la valorizzazione doverosa del merito (sempre disattesa finora in Italia) con la sua distorta e deturpante (e giustamente deprecabile) declinazione in chiave classista; dall’altro a giustificare, come se si trattasse di un effetto automatico e necessario di quella distorsione, comportamenti trasgressivi o ribellistici dei giovani meno abbienti ed emarginati. Si può insomma, a tratti, avere l’impressione che l’autore accentui in chiave generalizzante e vagamente ideologica la propria esperienza di insegnante di frontiera. Ma potrebbe trattarsi solo di un inganno prospettico.

p.mazzocchini@tiscali.it

 P. Mazzocchini è insegnante e scrittore

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