Stefano Mordini – Pericle il Nero

Pericle l’antieroe

recensione di Francesco Pettinari

Stefano Mordini 
PERICLE IL NERO
con Riccardo Scamarcio, Marina Foïs, Gigio Morra,Valentina Acca, Maria Luisa Santella, Lucia Ragni, Eduardo Scarpetta
Italia, Belgio, Francia 2015

La reazione di sconcerto è stata immediata, lo scorso quattordici aprile, subito dopo la conferenza stampa in cui è stata presentata la selezione ufficiale del Festival di Cannes in corso in questi giorni: nessun film italiano in corsa per la Palma d’oro, e, a parte un documentario inserito fuori concorso e firmato solo per metà da un regista italiano – Davide Del Degan -, l’unico film italiano annunciato nel programma della competizione è Pericle il Nero di Stefano Mordini in gara nella sezione parallela del concorso, Un certain regard. In realtà, nei giorni successivi, la squadra italiana è andata crescendo: Alessandro Comodin alla Semaine della critique, e, fatto assai curioso, una tripletta, di tre generazioni differenti, alla Quinzaine des Réalisateurs: Marco Bellocchio, Paolo Virzì, Claudio Giovannesi, a replicare la tripletta dello scorso anno – Nanni Moretti, Matteo Garrone, Paolo Sorrentino – collocata però nel concorso più prestigioso. A torto o a ragione? Lo si potrà dire a fine festival, e dopo aver visto i film.

Stefano Mordini, toscano, classe 1968, si è fatto conoscere dal grande pubblico nel 2005 con un film molto apprezzato, Provincia meccanica, interpretato da Stefano Accorsi e Valentina Cervi, in concorso alla Berlinale, e con numerose candidature ai David e ai Nastri d’Argento; meno riuscito, nel 2012, Acciaio, tratto dal fortunato romanzo di Silvia Avallone.
Pericle il Nero è liberamente ispirato a un romanzo di Giuseppe Ferrandino – celebre sceneggiatore di fumetti -, un noir decisamente anomalo, per la sua crudezza, rispetto al panorama italiano, con una vicenda editoriale emblematica: pubblicato nel 1993 da Granata Press, è passato pressoché inosservato; lo hanno intercettato i francesi, è uscito nel 1995 nella prestigiosa Série noire di Gallimard; in Italia lo ha ripubblicato Adelphi nel 1998 e, solo allora, è diventato un caso editoriale.

272b38e5986917cb87d5deeeef6d3b2a_w600_h_mw_mh_cs_cx_cyA vestire i panni del protagonista è Riccardo Scamarcio, il quale ha investito molto in questo film, contribuendo a produrlo con la sua società Buena Vista, fondata con Valeria Golino; e, tra i produttori, figurano anche i fratelli Dardenne.
Il film, sceneggiato dal regista insieme a Francesca Marciano e Vania Santella, nonostante alcuni cambiamenti rispetto alla trama del romanzo, ne rispetta lo schema narrativo: Pericle è un soldato al servizio di un camorrista; commette un errore e da lì scatta la sua condanna a morte, diventa una preda in fuga dai sicari; durante la fuga conosce una donna e vive un’esperienza di vita nuova per lui, quasi una breve storia d’amore; ma il suo passato è troppo grande, lo incalza, e i conti vanno regolati, alla luce di una nuova consapevolezza di sé. La variazione che più colpisce – proprio perché legata alla visibilità dell’immagine – rispetto al romanzo è il cambio di ambientazione: non più Napoli, ma Liegi, e, di conseguenza, la fuga di Pericle non approda più a Pescara, bensì a Calais; il regista ha motivato questa scelta sostenendo di aver voluto evitare di impantanarsi con i cliché della napoletanicità, ma di fatto, non cambia molto: Pericle viene comunque da Napoli e lavora per un boss della camorra che si è trasferito nella città belga, ragion per cui il modo di parlare, quel misto di italiano e di coloritura dialettale che è poi uno specifico dello stile del romanzo di Ferrandino, restano invariati – valida, da questo punto di vista, la scelta della voce off dello stesso Pericle che parla e si racconta sulle immagini; per contro, tutta la parte centrale, quella della love story, è parlata in francese e quindi, giustamente, lasciata tal quale nella versione italiana, che è sottotitolata.

Pericle l’antieroe 

Pericle è un antieroe nel modo più assoluto, un reietto, le parole con le quali si presenta dicono tutto: “Mi chiamo Pericle Scalzone, ho trentacinque anni, e di mestiere faccio il culo alla gente” – espressione che non è da intendere in maniera simbolica, per come si è depositata nel gergo parlato, bensì proprio in senso letterale.

Pericle si serve di due armi per intimorire e svergognare le vittime designate: un sacchetto pieno di sabbia col quale le stordisce e il suo organo sessuale con cui le sodomizza. La vita belga di Pericle si svolge tra le spedizioni punitive che compie per conto di don Luigi e la partecipazione a film porno. Inoltre, Pericle fa uso costante ma controllato di sostanze stupefacenti – nel romanzo erano canne, nel film, più aggiornato, sono le droghe chimiche.
Quando deve punire un prete perché parla male del capo, non trovandolo solo, Pericle stordisce anche la donna che prega con lui: solo che si tratta di Signorinella, una regina della camorra, la sorella del boss rivale di don Luigi, la donna che ha sempre saputo mantenere l’equilibrio tra i due clan. Allora deve scappare, dopo che i sicari hanno massacrato la famiglia tunisina che lo nascondeva – nel romanzo è invece quella dello zio. Arrivato a Calais, è come un cane randagio, non conosce nessuno, non sa dove andare, la polizia lo ferma; ci pensa il caso – inutile parlare di inverosimiglianza: Pericle conosce Anastasia (Marina Foïs), una donna di Toulon che lavora in una panetteria – nel romanzo è una polacca che fa l’operaia in una fabbrica di copertoni -, la corteggia, lei sembra opporre resistenza, ma in realtà è attratta; è una donna, madre di due figli, abbandonata dal marito, e, quando capisce che lui non sa dove andare, lo invita da lei e nasce una sorta di convivenza con tanto di passione sessuale, non scontata però: Pericle ha bisogno di un gesto, una carezza quasi materna, per avvicinarsi come uomo e non come bestia al corpo di Anastasia.

PERICLE_MORDINI_PHOTO3Passano alcuni giorni – nel romanzo è una settimana: lei si alza alle sei, esce con i figli, lui rimane nell’appartamento tutto il tempo, quando arrivano i ragazzi da scuola prepara la pasta e piano piano viene accettato come uno di casa anche da loro. Ma il passato ritorna, arrivano i sicari, Pericle li sente, li fiuta, e li ammazza sulle note di Wild is the wind, cantata magistralmente da Nina Simone. Pericle ritorna a Liegi: in questa terza parte, il film, rispetto al romanzo, aggiunge elementi: Pericle si confronta prima con Signorinella poi con don Luigi e scopre due versioni sul proprio passato, sulla sua identità, addirittura sul suo cognome: come si chiama lui, Pericle Scalzone o Pericle Amitrano? Chi è responsabile della morte di suo padre, Don Luigi o don Gualtiero? Dopo una sequenza molto forte, con tanto di minaccia di siringa di eroina alle  nipotine del boss e di una esecuzione anche per quest’ultimo, Pericle agisce in un altro modo: prende i soldi che ha domandato e ottenuto e riparte in taxi per Calais – pensando di contribuire a realizzare il sogno di Anastasia, tornare a Toulon e aprire un forno tutto suo, e a nuova vita per se stesso.

Tre atti di film

Bisogna riconoscere a Scamarcio l’interpretazione migliore dai tempi di Mio fratello è figlio unico di Daniele Luchetti, anche se, soprattutto per chi conosce il romanzo di Ferrandino e ha immaginato Pericle con fattezze ben diverse, il viso dell’attore si sovrappone a quello del personaggio, specie nella parte dove fa il seduttore; inoltre, alcune invenzioni, per esempio la riga tatuata che gli corre lungo la spina dorsale o il suono che emette con la bocca tipo il verso di un animale, risultano accessori eccessivi – nel complesso, il romanzo rimane comunque, come accade spesso, più potente del film. Sul piano della messa in scena, si distinguono i tre atti del film: notturni, bui, il primo e il terzo; più luminoso quello centrale; molto valido il lavoro tecnico: la fotografia di Matteo Cocco, il montaggio di Jacopo Quadri, la musica di Peter von Poehl, e la scelta registica di Mordini di tenere sempre al centro del racconto – e dello schermo – la solitudine di Pericle, dando al film quella caratterizzazione che lo avvicina più a un noir esistenziale, più al polar d’oltralpe, che non al mafia-movie nostrano.

Un film interessante e controverso

Un film interessante, sicuramente controverso: lo si può collocare in quella zona di corpi intermedi che nell’ultima stagione ha riscosso non poco consenso, se si pensa a Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti, a Veloce come il vento di Matteo Rovere e, su tutti, a Non essere cattivo di Claudio Caligari, opere che non ricadono né nella pretenziosità – spesso solo presunta – del cinema d’autore puro, né nella commercialità/commerciabilità delle commedie nazional popolari, piuttosto mettono a punto una terza via, quella che, aderendo al genere, cerca – e trova – soluzioni insolite rispetto alle produzioni italiane. Nel caso di Pericle il Nero, si può parlare di scelta coraggiosa: l’abiezione del personaggio non ha una controparte positiva, c’è solo lui; allo spettatore non è concessa una catarsi dovuta al trionfo del bene sul male: è invece tenuto a misurarsi con una sfida di comprensione, anche con una forma di tenerezza, se gli riesce, per questa figura amorale, paradossale, che arriva a rinnegare le regole dell’unico mondo che ha conosciuto per provare a riscattarsi, per rincorrere una seconda possibilità che bisogna, giocoforza, concedergli.

fravaz_tin_it@hotmail.com

F Pettinari è critico cinematografico