Jacques Pierre Brissot e Maximilien Robespierre – Discorsi sulla guerra

Rivoluzione nazionale o da esportare?

 recensione di Bruno Bongiovanni

dal numero di gennaio 2014

Jacques Pierre Brissot e Maximilien Robespierre
DISCORSI SULLA GUERRA
a cura di Antonino De Francesco
pp. 213, 22€
Viella, Roma 2013

ATLANTE STORICO DELL’ITALIA RIVOLUZIONARIA E NAPOLEONICA
a cura di Maria Pia Donato, David Armando, Massimo Cattaneo e Jean-François Chauvard
pp. 439, € 69
École française de Rome, Roma 2013

furet_folioTra il 1978, anno di Penser la révolution française (il libro di Furet subito diventato celebre), e il 14 luglio 1989, giorno e anno del bicentenario, gli scritti e gli studi sulla rivoluzione furono innumerevoli in tutti paesi. Con al centro la costituente, la legislativa, la repubblica, il giacobinismo, il comitato di salute pubblica, il terrore, il termidoro, il direttorio, il 18 brumaio e l’età napoleonica (consolato prima, impero poi). Non si può dire che tali studi siano dopo cessati, ma certo ovunque diminuirono enormemente. La causa non fu solo il debordante iperproduttivismo, spesso di eccelso livello, degli anni precedenti, ma anche, e soprattutto, il contemporaneo inizio, vicinissimo alla conclusione, della caduta dei comunismi (1989-1991). Lo stesso Furet, il più prolifico nella lunga anticipazione storiografica del bicentenario, si spostò nel 1995 su Le passé d’une illusion, saggio affascinante sui percorsi “dell’idea comunista” nel XX secolo.

 

Riemergono ora altre fonti, altre interpretazioni, altri raccordi con la fortuna del 1789 e quindi con l’avvenire di un’illusione, se si vuole citare il Freud del 1927 – l’oggetto era però la religione – preso in prestito, e appunto rovesciato, dall’ultimo Furet (che scomparve nel 1997). E vengono allora proposti i discorsi sulla guerra del girondino Brissot e del giacobino Robespierre, entrambi rivoluzionari. Si torna così a sottolineare che Brissot, sin dal 1791, voleva, esportandola, trasformare la rivoluzione in guerra contro i dispotismi illiberali dell’Europa. E che Robespierre, invece, conscio della debolezza della Francia, sfiancata da un biennio di furori insurrezionali, voleva, al momento e in seguito, consolidare la rivoluzione endogena e rafforzare di conseguenza il concetto di nazione. Le cose cominciarono comprensibilmente a cambiare dopo la fuga a Varennes di Luigi XVI, diventato “nemico della patria”. Ma quel che interessa è notare che l’apparentemente più moderato Brissot, ghigliottinato il 31 ottobre 1793, fu favorevole a una sorta di internazionalismo bellico posto a tutela della libertà di tutti, mentre il più radicale Robespierre fu favorevole, sino a che la Francia repubblicana non venne aggredita, a un patriottismo rivoluzionario nazionale. Il curatore De Francesco ricorda allora che Aulard, principale storico della rivoluzione nei primi decenni della Terza Repubblica, e ammiratore di Danton, fu, nella prima guerra mondiale, in nome della diffusione della democrazia europea, vicino alle posizioni di Brissot, mentre lo storico e suo grande allievo Mathiez, pur attratto per qualche anno dai bolscevichi, ma a sua volta interventista, fu, nella stessa circostanza, un sostenitore del nazionalpatriottismo francese contro l’espansionismo germanico. Si conferma così che la rivoluzione francese, con le diverse posizioni che la attraversarono, non ha mai smesso di influenzare le riflessioni storico-politiche dei secoli successivi.

CEF477.jpg_842422258Un esemplare lavoro grafico, geopolitico e storiografico è inoltre l’utilissimo (a fini conoscitivi e di ricerca) Atlante storico dell’Italia rivoluzionaria e napoleonica, un’opera sortita da un prezioso progetto che sembra contenere – se ci si accosta al celebre titolo di un libro di Dionisotti – geografia e storia delle origini dell’Italia. Non manca nulla, infatti. Vi troviamo la descrizione geo-storica dello spazio euro-mediterraneo, le repubbliche e il primo baluginare, accanto all’aspirazione alla libertà e all’indipendenza, del profilo di un’Italia in via di formazione politico-territoriale. Troviamo poi le conseguenze della discesa di Napoleone, gli eventi militari, il patriottismo cisalpino, l’odiosamato giacobinismo al di qua delle Alpi, la grande e sciagurata avventura di Napoli, l’emancipazione degli ebrei, la strutturazione delle classi sociali, i prezzi, l’economia, la cultura e l’istruzione progressivamente laicizzate accanto al papato, al clero, alle istituzioni ecclesiastiche. E naturalmente ci sono, nelle eccellenti pagine di Massimo Cattaneo, le insorgenze e i ripetuti tentativi di una svolta controrivoluzionaria e clerico-popolare (Piemonte, Liguria, Veneto, Toscana, Roma location della Vandea pontificia) così come il sanfedismo e il selvatico brigantaggio del Mezzogiorno: ma non vengono trascurate, dall’altra parte degli schieramenti, le prime mosse libertarie dei carbonari, contrastate, nel periodo imperiale e non più repubblicano, dalla nuova élite dirigente napoleonica. Senza la Rivoluzione francese e senza questi abbozzi primari di una polimorfa Italia rivoluzionaria e controrivoluzionaria non si sarebbe insomma arrivati all’Italia nostra. Questo atlante ricco di saggi che ci arricchiscono non ce lo fa solo capire. Ce lo fa anche vedere.

bruno.bon@libero.it

B. Bongiovanni insegna storia contemporanea all’Università di Torino

(immagine: Campo di Marte, Fête de la Fédération – 14 luglio 1790)