Malaparte, allarmante e perturbante nella grande tradizione letteraria italiana

Intervista a Giorgio Pinotti di Beatrice Manetti

dal numero di novembre 2017

Speciale Malaparte

Soltanto uno scrittore imprevedibile e provocatorio come Curzio Malaparte, che non ha mai vinto il premio Strega da vivo, poteva rischiare di vincerlo da morto. Non è successo, naturalmente, e la candidatura postuma avanzata da Monaldi & Sorti, gli autori del giallo Morte come me dove Malaparte è il personaggio protagonista, è caduta nel nulla tra qualche debole polemica. Però da qualche anno, e in particolare in questo, nel quale cade il sessantesimo anniversario della sua morte, il grande rimosso della letteratura italiana del Novecento sembra godere di una seconda vita e di un’attenzione inedita. Innanzitutto dal punto di vista editoriale, con il rilancio da parte di Adelphi delle sue opere maggiori in versioni filologicamente ineccepibili. Non per caso lo speciale che gli dedichiamo si apre con un’intervista a Giorgio Pinotti, editor in chief di Adelphi e curatore di Kaputt e della Pelle (con Caterina Guagni). Ma anche studiosi giovani e meno giovani hanno riscoperto la complessità della visione estetica e politica malapartiana, in un fiorire di studi di cui rende conto Marino Biondi nella sua rassegna della critica che è anche un ritratto d’autore. Da Kaputt e La pelle prende invece le mosse Andrea Tarabbia per indagare le ossessioni e i segreti d’officina di uno dei più grandi narratori della devastazione materiale e morale causata dalla seconda guerra mondiale, il rimosso dell’Europa.

Adelphi ha dedicato sempre una speciale attenzione alla riscoperta di autori italiani del Novecento rimasti nell’ombra: da Anna Maria Ortese, rinata dopo la ripubblicazione dell’Iguana nel 1986, a Savinio e Landolfi, autori marginali che sono diventati dei classici. Possiamo parlare di un’operazione del genere anche nel caso di Malaparte o il suo è un caso diverso?

Adelphi ama annettersi scrittori che senta in qualche modo affini al suo catalogo. Naturalmente ora è più facile, perché il Novecento italiano non è particolarmente soddisfacente sotto il profilo delle vendite e quindi le case editrici, a parte alcuni vertici assoluti, tendono a disfarsene. In uno scritto su Flaiano che abbiamo ripubblicato di recente nella Gioia della partita, Cesare Garboli sostiene che ci sono due categorie di scrittori: gli ottimi amministratori di sé stessi, quelli che hanno vigilato sulla propria opera e pubblicato in vita quanto era essenziale; e i dissipatori, quelli che hanno cominciato, interrotto, abbandonato, sperimentato. Nel caso di questi ultimi, una seconda vita legata all’invenzione editoriale, a libri che sono stati fatti nascere dopo la loro morte, è più che legittima: Flaiano è uno di loro, Manganelli è uno di loro, per non parlare di Gadda, che è tuttora al centro di un’operazione di scavo filologico strettamente collegata all’alta tensione sperimentale della sua officina. Malaparte si colloca sul crinale fra queste due categorie: ci appare un perfetto artefice della propria immagine, eppure i suoi archivi riservano grandi sorprese. Nel 2012, ad esempio, abbiamo pubblicato Il ballo al Kremlino, curato da Raffaella Rodondi, un libro incompiuto e di fatto inedito sull’“aristocrazia marxista” nella Russia degli anni venti; un caso analogo è Il buonuomo Lenin, che uscirà in primavera a cura di Mariarosa Bricchi: si tratta di un libro importante, uscito in Francia nel 1932 con il titolo Le bonhomme Lénine e in Italia solo dopo la morte di Malaparte con il titolo deviante Lenin buonanima. Lo riproponiamo sulla base dell’autografo, un autografo tra l’altro molto interessante, perché il testo è pensato per la traduzione e quindi pieno di francesismi, come se Malaparte porgesse direttamente la propria scrittura alla sua traduttrice di fiducia, Juliette Bertrand.

A proposito di pianificazione editoriale: avete cominciato con i capolavori malapartiani: Kaputt nel 2009 e La pelle l’anno successivo. Poi avete proseguito con un testo di saggistica politica, Tecnica del colpo di Stato, seguito dal Ballo al Kremlino nel 2012. Quest’anno è uscito il libro forse più “facile” di Malaparte, certamente uno dei suoi più vendibili e venduti, Maledetti toscani. Si può intravedere in queste scelte una strategia volta alla costruzione di una precisa immagine autoriale?

In realtà siamo partiti dall’idea – grazie anche alla disponibilità e alla lungimiranza degli eredi – di riproporre un nucleo di opere che a noi sembravano essenziali, cioè La pelle, Kaputt, Il buonuomo Lenin (questo sarà il nuovo titolo) e Tecnica del colpo di Stato. Poi, come sempre succede, in corso d’opera abbiamo fatto delle scoperte, avuto dei colpi di fulmine, e si sono aggiunti Coppi e Bartali, Il ballo al Kremlino e di recente Maledetti toscani, sorprendente non solo per la qualità della scrittura, nitida e scintillante, ma anche perché rappresenta un’eccezione alla scarsa fortuna degli autori italiani del Novecento di cui parlavamo prima.

Vuol dire che Malaparte vende ancora?

Sì. Delle due edizioni della Pelle abbiamo venduto all’incirca 27.000 copie, un risultato che parla da sé e che naturalmente incoraggia; Kaputt viaggia sulle 18.000, Tecnica del colpo di stato sulle 10.000. Per quanto riguarda Maledetti toscani è un po’ presto per fare bilanci, ma il venduto si aggira intorno alle 9.000 copie. Per quanto il nostro sia un pubblico di lettori particolari, si tratta di un risultato notevole, di cui siamo molto felici.

Il successo di pubblico, che Malaparte ha conosciuto anche in vita, chiama in causa il suo rovescio, ossia la rimozione della quale dopo la sua morte è stato oggetto sia da parte dei grandi editori sia soprattutto da parte degli studiosi, mentre all’estero l’attenzione della critica nei suoi confronti non è mai venuta meno.

La sua forza di narratore giustifica ampiamente questa riscoperta. La rimozione di cui lei parla giustamente, che mi ricorda un po’ quella di cui è stato vittima D’Annunzio sino agli anni sessanta, ha significato scarsa attenzione critica ma anche negligenza dal punto di vista filologico.

Negli ultimi anni le cose sono cambiate, grazie a studiosi giovani e meno giovani che hanno affrontato Malaparte senza pregiudiziali ideologiche. Ma a occupare il centro dell’attenzione sono sempre le sue idee politiche o “filosofiche”, mentre Malaparte è soprattutto un grande inventore di miti, quindi un grande narratore.

Non c’è alcun dubbio. Tanto è vero nel Buonuomo Lenin, un tentativo spiazzante di dare di Lenin l’immagine di un vero piccolo borghese, di un europeo medio anziché di un Gengis Khan sbucato dal fondo dell’Asia per conquistare l’Europa come voleva la leggenda di stato, il narratore scalpita e prende d’assedio il saggista. E anche quando costruisce questa anti-immagine di Lenin, nella descrizione della sua vita a Londra o a Parigi, nella ricostruzione delle sue relazioni, della sua mente da gelido burocrate più incline al calcolo, alla faida personale, alle discussioni politiche che non all’azione, nel fare tutto questo Malaparte è innanzitutto un narratore.

Qual è la sua principale qualità?

Una stupefacente capacità di inventare storie, di dare corpo a visioni, di creare ritratti memorabili. Il tutto all’interno di un’orditura lessicale e sintattica in realtà molto classica e sorvegliata. Malaparte è allarmante e perturbante dentro la grande tradizione letteraria italiana. È classico e innovatore insieme.

Su “minima&moralia” Nicola Lagioia ha scritto che Malaparte è un grande narratore del male, perché soprattutto in La pelle la “voce narrante diventa ambigua e problematica quanto più pericolosamente vi si approssima fino a distorcersi e a subirne la fascinazione, denunciandone così in modo implicito – cioè non pedagogico – i rischi di contagio”.

È una giusta osservazione. Anche Il buonuomo Lenin rientra in questo discorso, perché per Malaparte era come se lo spirito borghese occidentale volesse allontanare da sé, considerare come altro da sé, qualcosa che invece nasceva dal suo interno. Il problema del male è centrale anche in Maledetti toscani: si presenta come una celebrazione delle virtù dei toscani, della loro civiltà e della loro letteratura, mentre in realtà è una denuncia di una delle più gravi malattie degli italiani: la viltà e la cortigianeria.

Sono proprio gli scrittori – penso, oltre che a Lagioia, a Paolo Di Paolo ‒ ad aver riscoperto il Malaparte narratore e in particolare la sua abilità nell’intrecciare documentazione, osservazione diretta, invenzione, autobiografia, in una scrittura ibrida che sembra anticipare tendenze e orientamenti della letteratura contemporanea. È stato davvero un precursore?

Spesso occorre uno scrittore per dirci cose essenziali su un altro scrittore. Anche Kundera, ad esempio, ama molto Malaparte. E a proposito della Pelle ha scritto che “con le sue parole fa male a se stesso e agli altri; chi parla è un uomo che soffre”. Quel che è certo è che Malaparte ha saputo padroneggiare a un livello altissimo varie forme di scrittura, che possono anche convivere all’interno dello stesso libro. Basti pensare, oltre che al narratore e al saggista, al reporter. Altri grandi scrittori del Novecento ci hanno lasciato magnifici reportage – la Ortese, ad esempio, o Manganelli –, ma Malaparte è stato un grande inviato. In ogni campo ha cercato l’affermazione professionale, il successo clamoroso, per di più su un piano internazionale. Il che, ovviamente, è imperdonabile.

Nella nostra conversazione è tornata più volte la Russia, che Malaparte amava o dalla quale era comunque molto attratto.

Malaparte, come dicevo, è uno scrittore a suo agio su uno scenario internazionale: la prima edizione di Tecnica del colpo di Stato e del Buonuomo Lenin, tanto per fare un esempio, sono uscite a Parigi. Al tempo stesso è uno scrittore profondamente italiano. La Russia gli si offriva come un vertiginoso laboratorio di immani eventi e fosche figure (pensiamo a Stalin nella Tecnica del colpo di Stato e a Lenin, di cui già abbiamo parlato), come motore di fiction (pensiamo al Ballo al Kremlino) e insieme come un osservatorio. E dunque come un modo per parlare in maniera indiretta, per contrasto, dell’Italia.

C’è un aspetto di Malaparte – un intellettuale che sembra aver detto e mostrato di sé tutto il dicibile e il mostrabile – che dobbiamo ancora scoprire?

Di recente è uscito per Les Belles Lettres, a cura di Stéphanie Laporte, un libro che è una vera e propria invenzione editoriale: si intitola Prises de bec e riunisce articoli dispersi usciti tra il 1953 e il 1957. È una riprova di quanto conti all’estero, ma anche di quanto ancora si possa fare. Nella Nota al testo di Kaputt e su “Adelphiana” ho pubblicato qualche anno fa brani inediti del suo Giornale segreto: sono solo un assaggio di quello che ci riserva un archivio che spero venga presto catalogato e valorizzato. Il taccuino finlandese (1942), in particolare, è splendido.

Pubblicherete anche quello?

Mi piacerebbe molto.

beatrice.manetti@unito.it

B Manetti insegna letteratura italiana contemporanea all’Università di Torino