Martin Provost – Violette

Il peccato mortale di essere brutta 

recensione di Gabriella Bosco

dal numero di settembre 2015

Martin Provost
VIOLETTE
con Emmanuelle Devos e Sandrine Kimberlain
Francia / Belgio, 2013

Violette - Martin Provost - LocandinaNelle sue lettere all’amante americano, Nelson Algren, Simone de Beauvoir (che pure la stimava come scrittrice e fece molto per aiutarla a pubblicare) la chiamava la femme laide. La donna brutta. Centrando il punto: per Violette Leduc la non accettazione del proprio aspetto fu il problema emergente e più palese, sommamente rappresentativo del totale rifiuto di sé in cui fu costretta a vivere la sua travagliata esistenza. E in maniera perfettamente calzante al personaggio, il film a lei dedicato da Martin Provost nel 2013, Violette, giunto ora sugli schermi italiani, comincia con una voce fuori campo che dice con semplicità questo punto nevralgico. “La bruttezza in una donna è un peccato mortale. Sei bella e quando passi per strada si girano perché sei bella. Sei brutta e quando passi per strada si girano perché sei brutta”. Si tratta di una citazione quasi alla lettera di una pagina di Violette Leduc in cui racconta di un episodio da lei vissuto: passava sul Pont des Arts a Parigi, quando incrociò una coppia e la donna, superandola e voltandosi, disse: “Non ho mai visto nessuno di più brutto”.
Quel problema – il grande naso, un braccio storto in seguito alla rottura di un gomito, l’andatura irregolare per un problema a una gamba – non era però che l’estrinsecazione di una bruttura d’altro genere che Violette non riuscì mai a superare: la propria condizione di bastarda, bambina non voluta, concepita per errore da una femme de ménage distrattamente sedotta dal figlio del datore di lavoro, e poi colpevolmente fatta nascere, con un destino segnato di difficoltà e dolore.

Mutige Schriftstrellerin

“Mia madre non mi ha mai dato la mano”, scrisse come prima frase quando decise di provarci, a mettere su pagina il proprio tormento, sollecitata da Maurice Sachs, uno dei tanti personaggi di cui Violette s’innamorò apposta per essere certa che non sarebbe stata ricambiata. Quel libro avrebbe avuto per titolo L’asfissia, il primo di una serie di romanzi autobiografici di lancinante forza che solo la strenua volontà di Simone de Beauvoir avrebbe portato alla pubblicazione ma che fino al titolo più noto, La bastarda, pubblicato nel ’64, sarebbero stati letti da una ristretta cerchia. Di amici importanti, ma poco numerosi: Genet, Cocteau, Sartre, Camus. E il loro entourage di intellettuali della rive gauche. Camus, dietro raccomandazione di Simone de Beauvoir, accolse quel primo libro nella collana che lui stesso aveva da poco varato per Gallimard, “L’Espoir”. Inevitabilmente narcisista, pur nel costante odio di sé, Violette Leduc avrebbe voluto uscire nella blanche, la collana più prestigiosa della grande casa editrice. Le mezze misure non fecero parte mai del suo carattere.

Ma torniamo al film. Di solito un biopic dedicato a uno scrittore, di grande o piccola fama che sia, è deludente. Chi conosce e apprezza lo scrittore infatti trova disattese molte delle sue aspettative; chi non lo conosce difficilmente s’interessa alla ricostruzione della sua vita. Oppure c’è il rischio opposto, quello dell’agiografia: ancora più fastidioso. Martin Provost è riuscito invece a tenersi al riparo sia dalla noia che dall’esagerazione, risultando convincente (e raffinato dal punto di vista del rispetto di una psicologia complessa). Di solito un biopic dedicato a uno scrittore è deludente. Chi conosce lo scrittore trova disattese le sue aspettative; chi non lo conosce difficilmente s’interessa. Oppure c’è il rischio opposto, quello dell’agiografia. Martin Provost è riuscito a tenersi al riparo sia dalla noia che da esagerazioni: il risultato è convincente e raffinato.

Verso metà film, dopo una telefonata di forte tensione emotiva tra Violette e Simone, c’è un’inquadratura molto rapida, quasi un fermo immagine, su una donna seduta a un tavolino in un caffè, la sua età è quella di passaggio tra la maturità e la vecchiaia, piuttosto sciupata, triste, sta portando un bicchiere di vino alle labbra. Perché quella è la chiave, la cifra della riuscita di una rappresentazione rischiosa. Violette Leduc soffrì tutta la vita di solitudine, pur presa nel turbine di relazioni numerose, nonostante varie convivenze e persino un matrimonio, e passioni ogni volta estreme. Il film è opportunamente organizzato in capitoli, dedicati ognuno a un amore della protagonista. Il primo s’intitola dunque Maurice (interpretato da un sorprendente Olivier Py) e coglie Violette nella fase della coabitazione con il ben noto scrittore omosessuale ebreo che durante l’occupazione diventò collaborazionista e instradò Violette al mercato nero (autore di quel Sabba in cui molte personalità parigine si videro ritratte a sorpresa, certo non in forma lusinghiera). L’uomo tendeva a sfruttare per il proprio vantaggio le amicizie e questo fece anche con Violette che accettò di “lavorare” per lui nella speranza di avere in cambio almeno un po’ di affetto. Fu però senz’altro Sachs a spingerla a scrivere, mettendo involontariamente in mano a Violette la penna fatidica. Dal libro che per primo ne nacque, L’asfissia dunque, Simone de Beauvoir, cui Violette portò il manoscritto avendo letto L’invitata ed essendosi prontamente innamorata di lei, le chiese di togliere le pagine dedicate a quell’uomo, che le erano parse superflue.È sola. Non sappiamo chi sia, è la sua unica apparizione. A me spettatrice ha fatto l’impressione del ritratto incastonato, immagine dell’interiorità di Violette trasposto in fotogramma. Una proiezione su un suo probabile futuro rispetto al momento raccontato nel film.

Violette - Martin Provost - Scena Film 2

E il secondo capitolo del film è così intitolato a questo altro amore, il più grande e infelice, ma anche (parlando in termini crudi) il più fruttuoso dal punto di vista concreto. Da subito, l’amore di Violette nei suoi confronti si fece ossessivo, andava ad aspettarla sotto casa, le lasciava mazzi di fiori sull’uscio, le faceva agguati a ogni angolo di via. Simone, nel film meno dura di come pare sia stata in realtà, ma comunque severa, seppe però cogliere l’importanza della scrittura di Violette, la incoraggiò ad assecondare il proprio coraggio. In quelle pagine, lei raccontava ciò che aveva vissuto sfidando la censura: la relazione omosessuale con una compagna di collegio, e poi quella con un’insegnante, le reazioni repressive subite, un aborto, l’urlo delle sue carni irrefrenabilmente desideranti, l’umiliazione dell’amore negato, l’impennarsi della mente, il buco della follia. D’accordo con Sartre, Simone de Beauvoir decise di versare un mensile alla Leduc, fingendo che venisse da Gallimard, in modo che lei lo accettasse e, sollevata almeno dai problemi di sopravvivenza, potesse continuare a scrivere. Il fronteggiarsi di Emmanuelle Devos (che interpreta Violette) e Sandrine Kimberlain (incaricata dell’impervio ruolo di Simone) è molto efficace nel ritrarre la relazione di forza instauratasi tra le due donne, l’impossibile schermaglia. “Violette Leduc non fa niente per piacere: non piace e fa persino paura”, scrisse Simone de Beauvoir nell’introduzione che firmò per La bastarda. Ciò nonostante, e anzi anche per questo, già diventata icona del femminismo per aver scritto Il secondo sesso, dosò con sapienza il proprio appoggio in modo tale da fare di lei un caso letterario.

Altri capitoli sono dedicati a Jean (Genet), che sin dall’Asfissia aveva riconosciuto in Violette una sorella, e aveva preso a frequentarla, sottovalutando la sua facilità all’innamoramento disperato. A Jacques (Guérin), forse il più insensato degli amori di Violette, il profumiere mecenate che incapace di ricambiare il sentimento le offrì un’edizione di lusso del suo secondo libro, L’affamata. Ma anche a Berthe, la mamma di Violette, donna infelice ed egoista, e che pure le fu vicina, nei limiti delle sue capacità, quando i momenti si fecero bui. In seguito al ricovero per disturbi nervosi, dove fu sottoposta a elettrochoc, o all’intervento per un tumore al seno. Provost disegna una madre istintivamente presente. Non affettuosa, non protettiva, ma vigile.

E poi Faucon: tra gli amori, anche quello per un luogo. In Provenza, ai piedi del Ventoso, dove Violette finì per comprarsi una casa grazie al successo straordinario della Bastarda, centomila copie in poche settimane,e dove trovò modo, da sola, affidando un dolore non condivisibile a una natura finalmente amica, di accostare una sorta di serenità. Il film s’interrompe qui. Della pienezza del ritratto, Provost deve ringraziare anche collaboratori straordinariamente efficaci: René de Ceccatty, che ha firmato con lui la sceneggiatura, e Carlo Jansiti, biografo ufficiale di Violette Leduc, innamoratosi poco più che ragazzo della scrittrice e della sua storia, specialista indiscusso della sua opera.

gabriella.bosco@unito.it

G Bosco insegna letteratura francese all’Università di Torino