Saif ur Rehman Raja – Un musulmano frocio

Una frusta sulla mia schiena.

Allah-u-akbar.

Una frusta sulla schiena di amma.

Prosternati come fossimo in preghiera. Questa volta, obbligata. Che siamo stati cattivi musulmani. Peccatori, senza vergogna né timore dell’eternità.

Lei perché sapeva e ha tenuto la bocca chiusa. Serrata dall’amore verso suo figlio. Per una volta, che lei non abbia parlato, è fastidio. I rapporti rischiano di tremare, il potere teme di soccombere. Altrimenti, che lei taccia, è ordine.

Io perché ho un corpo peloso, duro, ruvido. Io perché sono musulmano. Questo mi rende apprezzabile. Ma sono femminile e mi piace essere seducente. Questo fa di me condannabile. Ma nessuno osa. Forse perché non invado le certezze. Ma oggi parlo. Che io parli, è ordine. A differenza di amma, mi incoraggiano. È che ora sto dichiarando. Che io urli al mondo, sembra essere fastidio. Potrei diventare pericoloso.

Urlo che amo il cazzo.

Ci frustano le code di due uomini caldi. Ebbri: di rabbia, dolore e potere di sfogo. Ogni contatto ci brucia la pelle. I nostri occhi sono rossi di lacrime e le fiamme alte ci accecano. Dietro di noi, bisbiglia l’intera ummah: i musulmani di ogni posto devono vederci marcire. La lezione impartita con docili carezze di fuoco.

Davanti a noi, invece, la responsabilità della decisione.  Di infliggere il male sui nostri corpi. Lei, la padrona, a cui siamo schiavi. Lei, la prima in assoluto a sostituire gli uomini. Con i suoi piedi rovesciati, come tutti quelli che divengono potenti. Affinché la direzione del tutto rimanga volta al passato e che nulla cambi. 

Lei, la prima. 

C’è qualcuno che si batte il petto. È gente che prende posizione, assimilandosi al potere. Molti mi indicano sputandomi addosso. Si schiariscono bene la gola, accumulano tutto il ripudio nei miei confronti e me lo vomitano in faccia. Si avvicinano e scaricano. Uno a uno. E poi colpiscono amma. Che una madre deve educare i figli maschi.  A, tacere, poi, una madre diventa complice, colpevole, puttana, che fotte le regole.

Altrove, sparsi, vi sono i cordiali cuori che si limitano a schifarmi con gli occhi. Con le labbra inarcate verso il mento e le narici del naso allargate. Espirano a colpi secchi, colpendosi le mani con delicatezza. Sia mai, la violenza, in nessun’occasione. Che è tutto risolvibile a parole. Come se le loro parole, pensate e dette, fossero meno bollenti delle code che ci stanno lacerando le pelli. 

Tutti gli uomini mi stanno incolpando di non essere all’altezza. Di essere un impostore. Non mi concedono il lusso di potermi chiamare uomo. Puntano il dito contro di me. 

Io, forse, capisco la mia colpa. 

Ho gli occhi grandi, allungati. So che ipnotizzano e io me ne approfitto. Seduco con gli sguardi. Gli uomini, quando mi guardano, percepiscono il violento calore che i miei occhi emanano. Forse si sentono colpiti. Forse, si figurano vulnerabili. Non sono certo se sia colpa delle mie curve, che metto in mostra, o la loro inefficace jihad.  Non quella piccola, di cui anche Allah se ne infischia. Quella che, secondo alcuni, ci costringerebbe ad andare in guerra contro gli infedeli. Lo stesso Allah che ci vieta di attaccare per primi, ma ci concede il permesso di difenderci dagli attacchi. E a condizioni precise: non si toccano le donne, i bambini, gli anziani, la natura, i deboli, i malati, e chiunque si arrenda. È la grande jihad il problema degli uomini musulmani che ora puntano il dito contro i miei occhi. La guerra contro sé stessi, l’autocontrollo. Jihad come sinonimo di guerra santa contro l’impulso di commettere peccati. Forse, quello che scatena la loro ira non è il mio desiderio di essere sensuale. Forse, e dico forse, la questione è che il mio piccolo e seducente corpo pesa più della loro grande jihad. 

E così divento Sheiytan. Quello che istiga al male. Al peccato.

Oppure, forse, la mia colpa è abbassarmi a essere come una donna. Una femmina, come direbbero molti di loro. Una lurida femmina inutile.

Accanto a loro, ci sono quelle che non sono come me. 

Donne.

Donne che sputano addosso ad amma, una alla volta. La prendono a schiaffi, traditrice lei che ha permesso a suo figlio maschio – futuro uomo – di prendersi quote sociali che appartengono a loro. Rubo gli sguardi degli uomini che spetterebbero a loro. Il desiderio maschile come prova empirica della propria esistenza. Della propria utilità. Loro mi odiano, ma non se la prendono con me. Non ne hanno coraggio, sono pur sempre un uomo agli occhi loro. Sfogano ogni loro energia su amma. 

Amma mia, non ti arrendere, ti tengo la mano, anche ora. Anche sempre. Anche mai, se lo vorrai.

Poi, lei.

Che è la potente. Su tutti, a prescindere. Speravamo che, essendo la prima, sarebbe stata diversa. Ce lo aveva promesso. Avessimo scelto lei, avremmo potuto sradicare ogni male dalla radice, che a rappresentare le radici ora sarebbe stata una donna. Ce ne eravamo convinti. E convinte. Ci aveva dato il coraggio di ribellarci. 

Benazir Bhutto, la soluzione di ogni problema. 

Com’è cambiata in fretta. A guardarla, percepisco la sua ansia a mantenere le cose come sono. 

E oggi il castigo a noi come prova di esserselo meritato, questo posto. 

La mia colpa? Oltre a quella di dichiararmi al mondo. Quella su cui non si possono chiudere gli occhi.

Essere stato beccato. 

Prosternato come fossi in preghiera. Questa volta, desiderata. Un uomo che mi scalda la schiena. Gli concedo il lusso del paradiso. Mi bastano i miei occhi. Ma lui ormai ha perso ogni speranza di resistenza fra la grande jihad e l’impulso. Entra senza chiedere il permesso. Invade. È un uomo. Come tutti gli uomini, non conosce il limite. Nessuno gliel’ha insegnato. Nessuno ritiene che debba rendicontare. 

Sono uomo anche io. Almeno, agli altrui occhi. 

Ci hanno beccati in due, con le nostre facce che si guardavano nel peccato. Dai suoi occhi percepivo che avrebbe sacrificato ogni paradiso e ognuna delle settantadue vergini per un briciolo di attimo ancora. Un mezzo sospiro di vita. Eppure, lui è in mezzo agli altri uomini, con il suo dito puntato contro i miei occhi.

Il miele dei tuoi occhi… subhan-Allah.

Oppure, forse – e dico forse – la colpa non è stata questa. Forse, mi sono accusato di colpe sbagliate. Le nostre carni unite, a sudare gli ormoni fuori dal corpo. Odore di sesso e spezie. Odore di corpi speziati. 

Forse – e dico forse – la mia reale colpa è stata scadere nel femminile. Sedurre gemendo con toni lievi. Acuti, che pungono l’orgoglio più del dovuto. Che infrangono le regole oltre la linea di possibile superamento accordata. 

Mi spettano novantanove code frustate. Ognuna per ogni nome di Allah. Come se avessi commesso il peccato contro di Lui. È strano. Se commettessi peccati contro Allah, non ce la dovremmo vedere noi due il giorno del giudizio? Se ho commesso peccati contro qualcuno di voi, palesatevi. Che nemmeno Allah ha il permesso di intromettersi nei peccati degli umani fatti contro altri umani. Con quale coraggio, oggi, in suo nome, ci state bruciando le pelli?

Colpo, nome, preghiera, sputi dei misericordiosi.

Amma se la cava con quattordici. Ha colpe minori. 

Lei, la padrona, però la fissa. Una vendetta da donna a donna. Lei che le mostra come essere la donna. Ride, qualche volta. O meglio: sorride tentando di nascondere il fatto che sta molto a caldo dove ora appoggia la responsabilità del potere. Seduta su una poltrona di gigli. Consuma datteri, come fosse uno spettacolo. 

Noi però non ci mostriamo sconfitti. Amma non mi ha cresciuto così. Amma mi è stata accanto, sfidando ogni incoerenza degli uomini. 

Amma mi vestiva di rosa perché piaceva a me. 

Amma mi portava con sé in cucina a macinare le spezie, anche al costo di prendersi sberle da suo marito. 

Amma mi mostrava video di donne sensuali, perché vedeva suo figlio muoversi come una di loro. 

Le amme di questo paese stanno sfidando gli uomini e il potere. Prendono i loro figli maschi e cercano di curarli dal veleno imposto dai loro padri. Prendendosi sberle, botte, calci. Ma le donne pakistane hanno iniziato a ribellarsi al costo della loro personale vita. 

Quante ne uccideranno? Le donne di questo paese si lasciano uccidere, lottando fino all’ultimo battito e senza mai chiedere perdono, non più, perché sanno che non le possono ammazzare tutte. Senza di loro, gli uomini non durerebbero mezza giornata. Lo sanno le donne. Lo sanno gli uomini. Lo sappiamo noi bambini. Ma tutti fingiamo di non esserne consapevoli. 

Non versiamo lacrime che non siano forzate dal dolore. Ci puliscono il viso a ogni sputo, perché ci possano colpire dove vogliono colpire. Negli occhi, affinché diventiamo ciechi prima di andare da Allah. I nostri occhi peccatori non hanno diritto alla Sua visione. Ci vogliono privare anche di questo. 

Non ci teniamo nemmeno la mano, per quanto io vorrei stringere la sua. E prendermi i colpi destinati a lei. La mia schiena al posto della sua.

Lei, anche, mi condanna. Che io esplori i corpi degli uomini è un problema anche per lei. È troppo anche per la mia amma. Ma non mi allontana. Non si intromette nei miei affari con Allah. Le nostre sono visioni divergenti, ché io, come molti simili a me, ho smesso di considerarmi peccato, studiando le scritture su cui si basano tutti per puntarmi il dito contro. Sacro Poema in cui l’amore è descritto come un’unione delle anime e non fra i corpi, la terza per la precisione, quella raggiungibile soltanto dalla persona amata e da Allah. Io non mi vedo più come un male, come l’erede di Sheiytan.

Noi non ci vediamo più peccatori, non abbiamo più sensi di colpa da voi imposti e siamo pronti a prenderci tutto quel che ci avete tolto fino a ora.

Allah, anche, è con noi. Che vi piaccia o meno.

Lascio che continuino a colpirmi, oggi. Non mi è rimasto altro. 

Io e amma, insieme, anche ora, anche sempre. Ma anche mai, se lo vorrà.

Lei, la padrona, invece, conta con religiosa precisione il numero dei colpi. Dopo l’ultimo si avvicina a noi, alzandosi dalla sua poltrona fiorita.

“Vedete cosa mi fate fare? Io non vorrei questo per voi, ma non ho alternative.”

La guardiamo, senza pronunciare nemmeno un ottavo di sillaba. Denti serrati, mascelle rigide, narici allargate, questa volta noi. Riusciamo a malapena vederla: il sangue che ci cola sul viso ostacola la nostra vista. E non abbiamo più le mani per asciugarci. Ce le hanno tagliate: sia mai che le alziamo verso il cielo all’ultimo e chiediamo il perdono per i nostri peccati. 

Sia mai che abbiamo una via d’uscita.

Anche se io non necessito di questo. Molti come me non necessitano di preghiere. Non ci salva dalle violente strutture uniche per chiunque, valide universalmente. Amma l’ha capito. Amma ha voluto capire, musulmana come me, che suo figlio – corpo peloso, duro e ruvido e femminile – ama altri corpi pelosi, duri e ruvidi. Anche se non lo accetta, ma l’ha capito. E mi sta dove deve stare: accanto. 

“Vi concedo il vostro diritto di pronunciare l’ultima preghiera ad Allah prima di…”

Alza le sopracciglia e continua a fissarci negli occhi sanguinanti. 

Urlo, “a me piace il cazzo”.

Urla, amma, “tu non mi sei padrona e io non sono schiava a te. Tu sei esattamente come gli uomini, gli stessi che ti hanno messa su e gli stessi che ti obbligano a ucciderci”.

Io e amma ci guardiamo per l’ultima volta. Qui.

Amma è fiera di me.