Hirokazu Kore-eda – Un affare di famiglia

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La relatività della morale

Hirokazu Kore-eda
UN AFFARE DI FAMIGLIA
con Lily Franky, Sakura Andô, Mayu Matsuoka, Kirin Kiki, Jyo Kairi, Miyu Sasaki
Giappone 2018

recensione di Francesco Pettinari

Le dinamiche familiari nel Giappone contemporaneo, declinate in una varietà di esiti sempre sorprendenti, sia nei contenuti sia nella forma del racconto: questo il principio informatore del cinema di Kore-eda Hirokazu, classe 1962, cineasta a tutto tondo – regista, sceneggiatore e montatore dei suoi film – nonché documentarista televisivo. Attivo dalla metà degli anni novanta, in Italia è arrivato al grande pubblico solo a partire dal 2013, quando Like father, like son vince il Premio della giuria al Festival di Cannes; a seguire, si sono visti Our little sister e Ritratto di famiglia con tempesta: ebbene, tutte e tre queste opere ruotano attorno alla tematica del senso di appartenenza rispetto ai legami familiari: dal rapporto tra la paternità biologica e quella culturale, al riavvicinamento di tre sorelle a una sorellastra dopo la morte del padre, alle conseguenze di una separazione tra due coniugi. Il nuovo film del regista nipponico, Un affare di famiglia (Shoplifters il titolo internazionale) ha conquistato la Palma d’oro all’ultimo Festival di Cannes, acclamato dalla giuria, dalla critica e anche dal pubblico; in Giappone ha ottenuto un enorme successo nelle sale e ora è in corsa per l’Oscar come miglior film in lingua straniera.
Anche in quest’opera continua l’indagine sulla complessità dei rapporti familiari visti da una prospettiva inedita e anche piuttosto inquietante: che cosa definisce lo statuto di una famiglia, i legami di sangue o le scelte affettive? Vale maggiormente una famiglia d’elezione o quella riconosciuta dalla legge? E ancora: ci si può sentire madri solo dopo aver partorito?

I cinque elementi

Con grande maestria e padronanza del mezzo Kore-eda guida lo spettatore in un percorso di messa in discussione radicale di tutto l’apparato di convenzioni legato alla morale comune nell’assegnazione dei ruoli – per non dire delle maschere – che definiscono la famiglia comunemente intesa. E così, il fatto di vedere, all’inizio del film, un adulto e un bambino che in un supermercato rubano del cibo, alla luce di un’intesa collaudata, porta meccanicamente a pensare che si tratti di un padre e di un figlio, gli stessi che, tornando a casa, portano con loro una bambina abbandonata su un balcone che sarà inclusa in una comunità di persone che si può credere una famiglia composta dalla moglie dell’uomo, da un’anziana che tutti chiamano nonna, da un’altra giovane donna che sembra essere la sorella della moglie. A parte l’anziana, i restanti cinque elementi non usano gli appellativi che definiscono i ruoli riconoscibili: soprattutto, non si sente pronunciare né mamma né papà. Si tratta di una famiglia-comunità di indigenti che vive ai margini della società e ai limiti dell’illegalità: l’anziana percepisce una pensione legata al marito scomparso ma gioca anche alle slot machine; l’uomo lavora malvolentieri in un cantiere edile ma preferisce sbarcare il lunario compiendo furti insieme al ragazzino, il quale a sua volta istruisce la nuova arrivata; colei che crediamo la moglie lavora part-time in una lavanderia ma proprio in merito alla bambina finirà per perdere il lavoro; l’altra ragazza si spoglia in un peep show. L’abitazione in sé è un spazio che racconta l’estraneità di questa comunità rispetto alla società: si tratta di una vecchia casa piuttosto malridotta, che quasi sicuramente è occupata abusivamente, e che sembra un residuo del passato in un paesaggio urbano ormai uniformato dalla speculazione edilizia; ma è anche il rifugio dove i protagonisti si ritrovano a condividere il rispetto e l’affetto che si offrono gli uni con gli altri.

Nella seconda parte, grazie a una continua successione di ellissi strategiche rispetto al progredire del racconto, dai dialoghi dei personaggi prima, e in seguito da un incidente durante un furto, emerge che niente corrisponde a quello che era sembrato: non c’è nessun legame di sangue – fatta eccezione per la ragazza più giovane che è la nipote vera dell’anziana -, ma solo tristi storie di abbandono, come quella della bambina, e di sconvolgenti rivelazioni sul passato di chi si considerava una coppia di coniugi, persino i nomi sono falsi. L’irruzione del mondo esterno arriva con i rappresentanti della legge e con quelli del clamore mediatico. La comunità viene separata, e la felicità della loro convivenza spazzata via.

Cosa rimane

Che cosa rimane? Kore-eda scompone i piani di insieme della prima parte e isola i personaggi ricorrendo all’elemento primario della grammatica cinematografica: il primo piano. Il volto straziante di un’anziana che poco prima di morire ringrazia le persone che le hanno resi più lieti gli ultimi anni della vita; quelli di un uomo e di una donna che in seguito a gesti compassionevoli  – quelli che per il mondo esterno sono rapimenti – hanno voluto essere un padre e una madre; un ragazzino che non riesce a staccarsi dall’adulto che ora forse riesce a chiamare papà; una bambina che, di nuovo abbandonata a se stessa sul balcone, recita la filastrocca che ha imparato nei mesi in cui è stata felice. Soprattutto, rimane un’esperienza di vita alternativa che per centoventuno minuti esiste grazie a un  film straordinario e rivoluzionario.       

fravaz_tin_it@hotmail.com

F Pettinari è critico cinematografico

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